In Spagna il parlamento boccia il decreto di Sánchez sugli affitti

La misura era una bandiera di Sumar, però per i socialisti ingaggiare una battaglia perduta come questa serviva a salvaguardare la facciata progressista. Ma la tattica del legiferare per mostrare che sono le opposizioni a non lasciarti lavorare lascia ora un limbo giuridico che gli esperti definiscono assai complesso

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30 APR 26
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Foto LaPresse

Martedì il parlamento spagnolo ha dato un’altra prova del fatto che il governo di Pedro Sánchez da tempo non ha i numeri per governare. Stavolta si trattava della conversione in legge di un decreto che bloccava gli affitti. Entrato in vigore lo scorso 20 marzo, il testo prevedeva una proroga straordinaria fino a due anni per i contratti in scadenza prima del 31 dicembre 2027, nonché un limite del 2 per cento all’adeguamento annuale del canone di affitto. Il decreto era una bandiera di Sumar, cioè di una delle costole di sinistra della sfaccettata maggioranza zoppa di Sánchez, il quale aveva voluto il decreto pur sapendo che non sarebbe mai diventato legge, perché ai voti della destra di opposizione (Partito popolare e Vox) si sarebbero uniti quelli di Junts, il partito di centrodestra della Catalogna che all’inizio della legislatura ha appoggiato il governo in cambio dell’amnistia ai leader indipendentisti condannati, ma che ora non ha nessuna intenzione di perdere il suo bacino elettorale fatto anche di piccoli e medi proprietari catalani.
Per i socialisti ingaggiare una battaglia perduta come questa serve a salvaguardare la facciata progressista che, come si è visto, ha un buon impatto sull’opinione pubblica all’estero, dove Sánchez è considerato l’unico vero politico europeo di sinistra, pacifista e atlantista critico. Fa il paio con altri provvedimenti bandiera del suo esecutivo, come l’embargo sulle armi provenienti da Israele approvato a settembre dell’anno scorso e violato tre mesi dopo, quando lo stesso governo ha “eccezionalmente” autorizzato, per motivi di superiore interesse nazionale, l’importazione di materiale per Airbus “dual use”, ossia civile e militare. D’altronde la stessa tattica sembra ispirare proclami come il suo famoso “no alla guerra”, che fa a pugni con i dati diffusi di recente dall’Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma (Sipri), secondo cui la Spagna, negli ultimi dieci anni, ha aumentato la sua spesa militare del 122 per cento, e solo l’anno scorso del 50 per cento.
Lo scarso interesse dei socialisti nel portare avanti il decreto sugli affitti lo rivela l’assenza in aula, durante il dibattito, della ministra per le Politiche abitative, la socialista Isabel Rodríguez. A difendere la legge c’erano solo i ministri di Sumar e un altro volto noto dell’indipendentismo catalano, Gabriel Rufián, portavoce del gruppo parlamentare di Esquerra republicana, che è stato durissimo con i conterranei e vecchi alleati di Junts, compagni e complici nel referendum illegale per l’indipendenza nel 2017. Con un governo sempre più debole e comunque non eterno (malgrado l’abilità ormai riconosciuta a Sánchez nel rimanere in sella, le legislative saranno, al più tardi, l’anno prossimo), Rufián aspira a guidare una grande coalizione di tutta o buona parte della sinistra radicale spagnola, ed è questo il ruolo che gli preme ora interpretare (lo scrittore Arturo Pérez Reverte dice di lui che ha il dono di essere furbo e di non credere veramente a nulla).
Una sorta di “salvinismo” di sinistra che dovrebbe sganciarlo dal ristretto ambito regionale e proiettarlo su tutto il territorio nazionale, sebbene il suo partito continui a patteggiare con Sánchez soluzioni di tassazione e finanziamento privilegiato per la ricca Catalogna, che le altre regioni autonome più povere fanno fatica a digerire. Stavolta a cadere è il decreto che dava sollievo agli inquilini in una Spagna in cui il prezzo delle case è in forte aumento e nel 2025 ha toccato tassi di crescita vicini al 9 per cento al di sopra dell’inflazione generale, “uno dei fenomeni macroeconomici più significativi dell’attuale ciclo espansivo”, scrivono gli autori di un recente studio del think tank Fedea (Fondazione studi di economia applicata).
La stessa impasse politica ha fatto sì che la Spagna rimanesse dal 2023 senza una vera legge di Bilancio. Ma la tattica del decreto, del legiferare per mostrare che sono le opposizioni a non lasciarti lavorare, lascia ora un limbo giuridico che gli esperti definiscono assai complesso. Il quotidiano catalano La Vanguardia annunciava una “valanga” di denunce, perché non si sa se le centinaia di migliaia di contratti prorogati durante il mese in cui il decreto era in vigore siano validi o meno. I socialisti al governo non si pronunciano, mentre il ministro dei Diritti sociali, Pablo Bustinduy (Sumar), non ha dubbi: decade il decreto, non gli effetti che ha nel frattempo prodotto. Ma in tantissimi casi la parola potrebbe passare ai giudici.