“L’unico posto in cui l’Iran sta vincendo è sui media occidentali”. Parla Nadim Koteich

“Vogliono che Teheran vinca purché non sia Trump a farlo. L’occidente ha vissuto sette decenni di prosperità grazie alla forza militare. E ora la disprezza quando serve agli altri. È l’ipocrisia liberale al suo massimo". Intervista al già direttore di Sky News Arabic

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29 APR 26
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Nadim Koteich,. Foto LaPresse

Tel Aviv. “L’unico posto in cui l’Iran sta vincendo è sui media liberal occidentali”, dice Nadim Koteich, giornalista libanese-emiratino, già direttore di Sky News Arabic, tra gli opinionisti più seguiti sulla stampa araba. Nato nel villaggio sciita di Ainata, nei pressi di Bint Jbeil, roccaforte di Hezbollah nel sud del Libano, oggi vive ad Abu Dhabi. In una lunga conversazione telefonica con il Foglio, condivide riflessioni su una nuova architettura regionale in divenire, evidenziando la discrepanza della percezione dell’andamento della guerra tra i salotti occidentali e quelli mediorientali. La conversazione parte dalla sua prima casa, il Libano, ora che Gerusalemme e Beirut intraprendono negoziati diretti per la prima volta in quarant’anni, in un assetto mediorientale molto diverso dai precedenti tentativi.
“Il fatto che i colloqui stiano avvenendo è strategico di per sé: è indicativo che il lungo percorso di disaccoppiamento del Libano dall’Iran è iniziato. Sarà un percorso accidentato, ambiguo, ma è avviato”. E’ determinante, sottolinea Koteich, che i colloqui avvengano mentre, de facto – nonostante la tregua annunciata da Trump – le armi non si sono ancora fermate sul fronte israelo-libanese; ma soprattutto, oltrepassando il tentativo dei pasdaran di legare la questione libanese a quella iraniana sul tavolo negoziale di Islamabad. “Questo indica un ridimensionamento strategico iraniano, ma è chiaro che l’evolversi della situazione con il Libano, la sua capacità di agire contro Hezbollah, sarà condizionata dall’esito della guerra con l’Iran”.
Un secondo segnale a cui guardare arriva da dentro la società libanese, spiega Koteich. “C’è una stanchezza profonda, della guerra, di Hezbollah, che si traduce in posizioni diverse, ma converge su un punto: la ricerca di stabilità”. Per chi segue il dibattito interno libanese, è evidente, almeno dal primo cessate il fuoco del novembre 2024 dopo l’uccisione di Hassan Nasrallah, un cambiamento nella retorica anti Hezbollah, sempre più trasversale e soprattutto sempre più aperta, in un paese in cui i contatti con gli israeliani sono criminalizzati e parlare di dialogo con Israele è sempre stato un tabù. “Vediamo che il tabù si è rotto non solo a livello istituzionale, ma anche sociale. C’è sempre maggiore consapevolezza che le guerre che hanno segnato il Libano negli ultimi decenni fossero evitabili, che Hezbollah ha trascinato il paese nella devastazione per difendere gli interessi di altri, prima i palestinesi e ora gli iraniani. Anche chi odia Israele oggi ti dice: che senso ha provocarli – e così è stato nel 2006, nel 2023 e nel 2026 – se sappiamo quali saranno le conseguenze?”. Lo spettro delle opinioni varia. “Per i sunniti, il nemico è l’Iran, non Israele. Una parte dei drusi vede che gli israeliani li hanno aiutati in Siria. Altri pensano che Iran e Israele siano entrambi dei bastardi, ma vogliono comunque un accordo che dia stabilità. E poi c’è una fetta della popolazione che crede sinceramente che il conflitto con Israele sia risolvibile e guarda con interesse all’effetto degli Accordi di Abramo nella regione, perché hanno visto come questo modello possa avere un impatto su economia, stabilità, prospettive future”.
Il dato più sorprendente riguarda la comunità sciita, che costituisce la base principale del consenso di Hezbollah. Koteich cita due esempi quasi inimmaginabili fino a poco tempo fa. “Abbas Ibrahim, ex capo della Sicurezza generale, figura allineata con Hezbollah, in un podcast recente ha dichiarato che Israele non vuole la pace con il Libano. Il conduttore gli ha chiesto: ‘E se invece la volesse?, e lui ha risposto: ‘Ahlan wa-sahlan’ (benvenuti). E anche Ali Hassan Khalil ha parlato di pace con Israele”. Khalil, braccio destro dell’influente e immortale presidente del Parlamento libanese Nabih Berri, si è recato durante la guerra in Arabia Saudita, che sta tornando a proiettare la propria influenza sul Libano dopo anni di disinteressamento. E lo fa anche cercando di distaccare la fazione sciita di Amal da quella di Hezbollah. “L’altro giorno parlavo con un mio parente ad Ainata. Tre case di suo zio sono state distrutte durante la guerra. L’ho punzecchiato con un detto diffuso da quelle parti, ‘Feda al-Said’ (per il capo – Nasrallah – ogni sacrificio necessario). Lui l’ha presa male: ‘No, non c’è più sacrificio per nessuno’”.
La storia ci ricorda che leader libanesi che hanno intrapreso posizioni coraggiose hanno pagato con la vita, come nel caso di Bashir Gemayel e Rafiq Hariri. Alla luce della retorica del “tradimento” ripetuta dal leader di Hezbollah Naim Qassem, c’è questo rischio oggi? “Nel caso di Gemayel fu una rappresaglia siriana contro gli israeliani. Hariri voleva essere un ponte con la nuova leadership sciita in Iraq dopo la guerra del 2003 e rappresentava un antidoto ai piani dell’Iran. Credo che il contesto oggi sia diverso. A meno che non si tratti di un lupo solitario come fu con l’omicidio di Yitzhak Rabin, non credo che Hezbollah abbia oggi la capacità operativa di commettere un assassinio di questo livello. E gli iraniani sono occupati a difendere Teheran e Isfahan, piuttosto che Beirut o Baghdad. Penso che l’Iran sia sostanzialmente sconfitto e si trovi in modalità di sopravvivenza piuttosto che in modalità combattiva”.
In Europa la narrazione prevalente è che l’Iran abbia vinto. Quali sono gli elementi che invece portano Koteich a parlare di un Iran sostanzialmente sconfitto? “L’unico posto dove l’Iran sta vincendo è nei media liberal in occidente. Ed è una vergogna. Ma non si tratta dell’Iran: penso vogliano che l’Iran vinca purché non sia Donald Trump a vincere. Perché se Trump vince, sarebbe un verdetto rispetto a tutto quello che lui rappresenta per l’ecosistema liberal-occidentale”. E’ una chiave di lettura che va oltre questa guerra e questa presidenza, ed è particolarmente rilevante nei giorni dell’annosa polemica sulle bandiere in piazza per il 25 Aprile. “Una vittoria americana – e quindi anche israeliana – validerebbe un’idea del mondo fondata su deterrenza e forza. L’occidente sta vivendo il sottoprodotto del potere americano che ha contribuito a liberare l’Europa durante la Seconda guerra mondiale. Ha vissuto sette decenni di eccellenza e prosperità grazie alla forza militare. E ora disprezza il potere militare quando serve agli altri. E’ l’ipocrisia liberale al suo massimo. Inoltre, in occidente esiste una tradizione che attribuisce valore morale alla resistenza indipendentemente da ciò che rappresenta. Così, una teocrazia che ha massacrato i propri cittadini e destabilizzato mezza regione viene raccontata come un paese orgoglioso che resiste all’imperialismo. A causa del senso di colpa per il proprio passato coloniale, tende a stare dalla parte del più debole, indipendentemente dall’ideologia o dalla retorica di questo ‘più debole’. Tutto ciò ha a che fare con una crisi d’identità con cui l’occidente deve fare i conti in qualche modo”.
Però vediamo che anche una parte dell’ala Maga ha rotto con Trump sulla guerra in Iran, non solo i liberal. “Quello è un altro fenomeno. Stanno combattendo la loro battaglia interna al Partito repubblicano. Tucker Carlson viene dall’ala cristiana antiebraica all’interno dei Maga che pensa, prima di tutto, che gli Stati Uniti debbano essere isolazionisti in qualsiasi guerra. Su Israele spinge teorie complottiste sull’establishment ebraico-israeliano che ricatta Trump, gli Epstein files, teorie del complotto, appunto”. Ma quindi, perché dal punto di vista del Golfo, prevale la narrazione che l’Iran stia perdendo? “Partiamo dal caso dei paesi del Consiglio del Golfo: l’Iran pensava che fossero solo ‘città di vetro’, che sarebbero cadute in ginocchio ai primi missili e droni. E penso che Abu Dhabi, onestamente parlando, come ha sorpreso il mondo come hub economico emerso dal deserto, abbia sorpreso anche per la sua resilienza in tempo di guerra. Gli Emirati, quando hanno costruito questo modello, sapevano che l’Iran era lì e hanno sempre conosciuto le intenzioni del regime. Sapevano che il confronto sarebbe potuto accadere a un certo punto. Eppure hanno costruito nonostante ciò, non ‘al di sopra della tempesta’, ma ‘contro e dentro’ la tempesta”.
Mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz parla di umiliazione dell’America, Koteich presenta una visione opposta, che sembra lo specchio del cortocircuito comunicativo tra occidente e medio oriente. “L’Iran esce sconfitto da questo confronto su tanti livelli. Prima di tutto sul piano ideologico: l’Iran perde la sua capacità di proiettare la sua ideologia ‘morte all’America, morte a Israele’ che ha ispirato decine di milioni di persone nel mondo arabo. Il regime è stato umiliato: subordinato alla tecnologia americana e israeliana. A quaranta giorni dall’uccisione del loro leader, si è seduto allo stesso tavolo dei suoi assassini per iniziare a negoziare un’uscita. Non è un dettaglio simbolico, ma un indicatore di debolezza. Quindi l’Iran ha perso la sua narrazione principale, la sua aura, la sua credibilità agli occhi della regione. I suoi proxy sono in frantumi, da Hezbollah agli houthi agli iracheni. Il nucleare è degradato ben oltre la capacità di proiettare una minaccia nell’immediato futuro. Tutti questi sono gli elementi di una sconfitta, non di qualsiasi tipo di rivendicazione vittoriosa”.
Eppure, la sopravvivenza del regime iraniano resta un dato di fatto. Cosa significa questo per i paesi del Golfo? “Il fatto che il regime rimanga in piedi è sicuramente un successo per l’Iran. Nessuno può negarglielo. Ma questo è un traguardo davvero molto basso. Cuba ha mantenuto il suo regime. Saddam Hussein ha mantenuto il suo regime dopo la prima Guerra del Golfo. Ma sopravvivere è una cosa, mostrare la capacità del modello di proiezione di potere oltre i propri confini, un’altra”. Nel Golfo nessuno vuole veramente il collasso totale dell’Iran, spiega Koteich. “Creare un grande buco nero, una Somalia delle dimensioni dell’Iran, sarebbe un incubo per la regione. Ma un Iran indebolito, contenuto, incapace di proiettare la propria minaccia oltre i propri confini è musica per le orecchie dell’intera regione, specie dopo che si era cercato di optare per la via diplomatica”. Il riavvicinamento mediato dalla Cina tra Arabia Saudita e Iran era stato uno di questi tentativi di riconciliazione per trovare un modus operandi con cui convivere tra il leader del mondo sciita e quello sunnita. “Se andiamo indietro ai primi tempi della leadership di Mohammed bin Salman, il principe saudita aveva descritto Khamenei come Hitler. Questo dice molto su come vede l’Iran. Sicuramente la sua visione si è evoluta nel tempo, ma le basi non sono cambiate. Inoltre, prima di questa guerra, non avevamo combattuto con l’Iran, ora invece conosciamo le loro capacità e loro le nostre. Penso che l’Iran capisca molto bene ora che non siamo una ‘preda facile’, come ha detto Mohammed bin Zayed”.
Attraverso queste dinamiche si sta ridisegnando l’architettura regionale. Secondo Koteich il medio oriente è sempre più segnato dal conflitto tra due modelli: quello della resistenza e quello dell’integrazione e della prosperità, li chiama. Il secondo passa anche – e sempre più – da Israele. “Non necessariamente per affinità ideologica, ma per convergenza strategica. Sempre più paesi capiscono che raddoppiare sull’integrazione con Israele è l’unico modo per preservare sicurezza e prosperità”. La notizia che Gerusalemme ha fornito una batteria di Iron Dome agli Emirati nelle prime fasi della guerra rientra in questo modello. E’ un percorso che va in parallelo con la caduta di uno strano monopolio, quello dell’odio unico verso Israele, dice Koteich. “La guerra con l’Iran ha prodotto un effetto imprevisto: una convergenza di vulnerabilità tra Israele e paesi arabi del Golfo. Per la prima volta, persone a Tel Aviv, Abu Dhabi, Riad correvano al riparo dagli stessi missili nello stesso momento”. Questo, dice Koteich, “diluisce in una matrice più complessa quella che chiamo la ‘singolarità del nemico’”.
Di fronte a un Iran che si trasforma in una dittatura militare piuttosto che teocratica come è stata finora, conclude Koteich, “la regione – quella che non identifica più Israele come unico nemico – sta configurando una nuova architettura: c’è il campo ossessionato dal garantire che questo nuovo medio oriente non sia dominato da Israele e un altro che invece punta sull’integrazione con Israele. Quindi hai Pakistan, Arabia Saudita, Turchia, Egitto da un lato, e hai Bahrein, Emirati e i paesi del Mediterraneo orientale, Grecia e Cipro dall’altro”. E non sono necessariamente campi nemici. E’ un medio oriente in cui le linee di frattura e di convergenza sono in piena evoluzione. E forse, anche per questo, in occidente si fa così fatica a raccontarlo.