Le linee guida di Marco Rubio nel dialogo caotico tra America e Iran

Nella sua intervista su Fox News, il segretario di stato americano riporta il nucleare al centro dell’attenzione perché l’espansionismo iraniano dotato di una bomba atomica è un problema ben più grave e ben più ampio di “un paese radicale guidato da leader radicali”. E su Hormuz dice: "L'Iran compra tempo"

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29 APR 26
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Foto Ansa

La guerra in Iran è la nuova Guerra fredda, ha scritto il sito Axios, per cercare di dare un nome (non particolarmente originale) a questo momento di stallo: lo Stretto di Hormuz resta chiuso, il blocco navale americano resta attivo e così uomini e mezzi restano, e forse resteranno a lungo, nell’area. Donald Trump ha scritto su Truth che gli iraniani “al collasso” stanno chiedendo di aprire Hormuz, “mentre cercano di risolvere la loro situazione di leadership (cosa che, credo, riusciranno a fare)”, confermando che Washington e Teheran aspettano la stessa cosa: che siano gli altri a cedere per primi, e secondo le ricostruzioni dei media americani Donald Trump non ha ancora preso una decisione, se fare altra pressione economica o se ricominciare le operazioni militari, mentre la questione nucleare è scivolata di nuovo via dalle conversazioni. Che cosa si aspetta, quindi, esattamente? Marco Rubio ha fornito qualche spiegazione.
Il segretario di stato ha concesso un’intervista sull’Iran, cosa che capita di rado: nella spartizione dei compiti, che è anche un beauty contest permanente per la successione a Trump, Rubio si occupa per lo più dell’emisfero occidentale, mentre il vicepresidente J. D. Vance si occupa dell’Iran – con eccezioni e sovrapposizioni, perché come tutto, in questa Amministrazione, è caotico e nessuna spiegazione è mai del tutto precisa o definitiva (solo il disimpegno in Ucraina sembra certo, oltre che evidente). Però fra tutti, Rubio è il più esperto di politica internazionale, e nella sua intervista su Fox News ha fornito molti più elementi di analisi, e forse di comprensione, di tutte le dichiarazioni di Trump o di Vance o, peggio ancora, del capo del Pentagono, Pete Hegseth, messe assieme. Il segretario di stato ha detto di non voler discutere delle decisioni che si stanno prendendo o si prenderanno – e già questo approccio è più lineare rispetto alle contraddizioni continue nelle dichiarazioni della Casa Bianca e del Pentagono – ma riporta il nucleare al centro dell’attenzione, “la ragione per cui siamo arrivati a questo punto”, perché l’espansionismo iraniano dotato di una bomba atomica è un problema ben più grave e ben più ampio di “un paese radicale guidato da leader radicali”. Rubio dice che lo Stretto di Hormuz è “l’equivalente di un’arma nucleare economica” e come il regime iraniano tiene in ostaggio il petrolio globale con la chiusura del passaggio, “immaginate cosa potrebbe fare con l’arma atomica: terrebbe in ostaggio tutta la regione”, e non si potrebbe fare più nulla contro Hamas, contro Hezbollah, contro le milizie sciite in Iraq, perché, con una copertura nucleare, “sarebbero intoccabili”.
E’ per questo, dice il segretario di stato, che la questione cruciale resta il programma nucleare, ed è anche la ragione per cui si è venuto a creare questo stallo, durante il quale non si riesce nemmeno a negoziare l’apertura dello Stretto di Hormuz. L’Iran “compra tempo”, dice Rubio, ma al suo interno è indebolito, pur rimanendo “un negoziatore pericoloso”: in controtendenza con molti leader, che forse anche a causa del bullismo americano sostengono che il regime di Teheran è più forte che mai (così ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz), Rubio spiega che non ci sono moderati alla guida del regime, neppure dopo le tante e chirurgiche uccisioni, ma ci sono falchi che devono anche pensare a tenere su in qualche modo l’economia, a pagare gli stipendi pubblici, ed è questa tensione tra le due parti che indebolisce sia il regime sia il negoziato con gli americani. Secondo molti esperti, la grande trasformazione che c’è stata dall’inizio del conflitto è che un regime fortemente centralizzato ora invece è diventato decentralizzato: non è né una buona né una cattiva notizia, è un fatto che aumenta l’instabilità del regime stesso. E se a qualcuno importasse qualcosa del popolo iraniano – il più capace di tutti, Rubio, dice che il regime change, se mai ci sarà, non verrà da fuori – risulterebbe chiaro che il gioco occidentale di chi sta vincendo e chi sta perdendo, di chi è più forte e chi lo è meno, di chi ha i nervi saldi e chi no, suona come una campana a morto.