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Sospendere la Spagna dalla Nato. La minaccia (spuntata) di Trump, che da un anno minaccia gli alleati
Un'email interna del Pentagono, rivelata da Reuters, ipotizza misure punitive contro Madrid, che non ha concesso basi per la guerra in Iran. Ma il Trattato del '49 non prevede sospensioni né espulsioni. È l'ultimo capitolo della guerra trumpiana contro la Nato "ingrata". Il precedente turco
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24 APR 26
Ultimo aggiornamento: 10:11 AM

La base militare di Rota, che il governo Sánchez ha rifiutato di concedere a supporto delle operazioni americane contro l'Iran (Eduardo Briones/Europa Press via Getty Images)
Un'email interna del Pentagono, rivelata oggi da Reuters, ipotizza una serie di misure punitive contro gli alleati atlantici "difficili" nella guerra degli Stati Uniti all'Iran: in cima alla lista, la sospensione della Spagna dalla Nato. Tra le opzioni allo studio ci sarebbe anche una revisione della posizione americana sulle Falkland: una freccia avvelenata diretta a Londra. Pedro Sánchez, interpellato a margine del vertice informale Ue di Cipro, ha detto: "Non ci basiamo sulle email. Ci basiamo su documenti ufficiali e posizioni governative". Una risposta che funziona, perché la minaccia, nella forma in cui è stata formulata, è giuridicamente vuota. Tanto più che la Spagna ospita due basi americane (Rota e Morón) la cui presenza è regolata da accordi bilaterali, non da obblighi Nato.
Il Trattato del Nord Atlantico, firmato a Washington il 4 aprile 1949, non contiene alcuna procedura di sospensione o espulsione di uno stato membro. L'unica via d'uscita formale prevista dal Trattato è il recesso volontario (l'articolo 13 indica un anno di preavviso). Nel secondo dopoguerra, i negoziatori discussero l'idea di inserire un meccanismo di sospensione o espulsione e la scartarono. All'epoca, il ragionamento – espresso da Dean Acheson davanti alla Commissione Affari esteri del Senato – fu sottile: se un paese membro violasse "persistentemente i principi del Trattato", gli altri alleati non sarebbero più obbligati ad assisterlo. Il che equivale a un'espulsione di fatto. Ma anche una "espulsione di fatto" di questo tipo richiederebbe il consenso unanime del Consiglio atlantico, dove la Spagna stessa avrebbe diritto di veto. La sospensione è ancora più impraticabile: non esiste nemmeno come concetto giuridico nell'architettura Nato, a differenza di quanto prevede, per esempio, lo Statuto del Consiglio d'Europa o la Carta delle Nazioni Unite. In settantasette anni di Alleanza, non è mai stato espulso o sospeso nessuno.
Un anno di Trump contro la Nato "ingrata"
Il copione trumpiano è ormai consolidato. Da gennaio 2026, l'inquilino della Casa Bianca ha sistematicamente eroso la retorica di solidarietà atlantica su cui l'Alleanza si regge. A gennaio scorso ha sostenuto che gli alleati europei in Afghanistan "stavano sempre un po' indietro, un po' lontani dalla linea del fronte" – una riscrittura della storia che ignorava i 3.500 morti della coalizione in vent'anni di guerra, condotta in risposta all'unica invocazione dell'articolo 5 nella storia della Nato: quella americana, dopo l'11 settembre.
L'Ucraina è un altro capitolo. Trump ha smesso di considerarla una guerra dell'occidente e l'ha ridefinita un problema europeo – in fondo, c'è l'Atlantico di mezzo – ritirando il sostegno militare gratuito e costringendo gli europei a pagare le armi americane da inviare a Kyiv. Sulla Groenlandia, territorio danese e quindi Nato, Trump ha minacciato interventi militari e dazi, costringendo gli alleati europei a elaborare per la prima volta l'ipotesi di doversi difendere da soldati americani sui propri territori. Quando il segretario generale della Nato Mark Rutte lo ha incontrato ad aprile per due ore e ha cercato di smussare, Trump è andato su Truth a scrivere in maiuscolo che "la Nato non c'è stata quando avevamo bisogno di lei e non ci sarà se dovessimo averne ancora bisogno." Rutte, nel frattempo, aveva già perfezionato la più spericolata campagna di lusinghe della sua carriera, arrivando a chiamare Trump "daddy" al vertice dell'Aia e a dichiarare alla Cnn, dopo l'incontro di aprile, che era stato un incontro "tra amici, ci piacciamo, e io ammiro molto la sua leadership".
Poco più di un mese fa, chiedendo agli europei di intervenire sullo Stretto di Hormuz, Trump ha minacciato un "futuro nero" per chi non avesse dato la sua solidarietà. Una solidarietà che aveva già provveduto a svilire in ogni occasione utile. Secondo un'esclusiva del Wall Street Journal, gli americani starebbero valutando un sistema di premi e punizioni: spostare le basi militari dai paesi poco collaborativi a quelli più disponibili. Una mossa che pare logisticamente infattibile, benché apra a un orizzonte politicamente significativo.
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Le vere armi a disposizione di Washington
Questo non significa che Washington sia disarmata. I suoi strumenti di pressione più efficaci operano però al di fuori del quadro atlantico. Washington potrebbe per esempio sospendere la condivisione di intelligence, congelare la vendita di sistemi d'arma (si veda l'ultimo caso, quello estone), ridurre la cooperazione in ambito difesa, condizionare l'accesso ai programmi militari congiunti. Sono misure assai più dolorose di una "sospensione" che non esiste. L'email del Pentagono pare più un bastone immaginario, agitato da Trump per ottenere diritti di sorvolo da alleati riluttanti.
La vera minaccia, quella che pesa davvero sull'Alleanza, è un'altra e viene dallo stesso Trump: l'uscita degli Stati Uniti dalla Nato. Se davvero la Casa Bianca decidesse di percorrere quella strada, dovrebbe notificare la decisione al proprio dipartimento di stato: cortocircuito istituzionale che misura quanto l'Alleanza sia strutturalmente americana nel suo perno tecnico.
Il precedente turco
L'unico precedente parzialmente comparabile risale al 2019, quando la Turchia acquistò il sistema di difesa antiaereo russo S-400. Le richieste di sospensione dalla Nato si moltiplicarono – il senatore Lindsey Graham arrivò a prometterla esplicitamente se Ankara avesse attaccato le forze curde in Siria. Non accadde niente. O meglio, la conseguenza concreta fu l'espulsione della Turchia dal programma F-35: una misura bilaterale americana, non atlantica, e un isolamento progressivo nei corpi operativi dell'Alleanza. Esattamente il modello di pressione informale che, nel caso spagnolo, è già disponibile senza bisogno di invocare procedure inesistenti. Il seguito è istruttivo: sei anni dopo, Ankara sta cercando di restituire gli S-400 ai russi e rientrare nel programma amricano.
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Il caso spagnolo è peraltro più debole di quello turco sul piano tecnico: Madrid non ha acquistato armamenti da forze ostili, non ha avviato operazioni militari contro gli alleati, non ha violato nessun obbligo formale. Non concedere basi e diritti di sorvolo per un'operazione che è americana, non atlantica, non configura un inadempimento ai sensi del Trattato. Sánchez lo sa e lo sa anche il Pentagono. Bisogna vedere se una minaccia spuntata, purché abbastanza rumorosa, possa funzionare lo stesso.
Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016. Su Twitter è @e_cicchetti