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Nemmeno gli ordini di acquisto valgono più con le armi americane. Il caso dell’Estonia
Washington ha sospeso le forniture di munizioni all'Estonia e alla Lituania, paesi che spendono quasi il 5 per cento del pil per la difesa, esattamente quanto Trump aveva chiesto. Gli accordi firmati, i fondi approvati dal Congresso, le promesse di Hegseth agli "alleati modello": non è bastato niente. Sul fianco orientale della Nato, la parola degli Stati Uniti non vale più quanto un ordine di acquisto
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24 APR 26

Foto Epa via Ansa
Il ministro della Difesa estone, Hanno Pevkur, ha detto che gli Stati Uniti hanno sospeso le consegne militari all’Estonia almeno fino alla fine della guerra in Iran – una fine che non si vede. La scorsa settimana, la Reuters aveva rivelato che Washington ha sospeso le consegne di armi ad alcuni alleati, e l’emittente estone Err aveva confermato che a essere sospese sono in particolare le munizioni per i sistemi di difesa Himars. Pevkur ha avuto una conversazione telefonica con il segretario alla Difesa Pete Hegseth, e in seguito ha dichiarato: “Eravamo già a conoscenza del fatto che gli Stati Uniti avevano sospeso tutte le spedizioni di munizioni in uscita. Nella telefonata con il capo del Pentagono abbiamo discusso delle prospettive future per la ripresa delle consegne di munizioni e, se tali consegne dovessero rimanere sospese per molto tempo, quali opzioni alternative potrebbero esserci per aumentare le capacità di difesa con la produzione dagli Stati Uniti”.
L’Estonia, che assieme agli altri paesi baltici e alla Finlandia, confina con la Russia, arriverà entro l’anno a spendere il 5,43 per cento del suo pil per la difesa, come richiesto (o forse è meglio dire: imposto) dall’Amministrazione Trump. Gli ordini fatti dal governo di Tallinn con gli Stati Uniti ammontano a 160 milioni di dollari – una cifra consistente per un paese che, dal 2022 a oggi, ha quasi quadruplicato la spesa per la difesa, che sarà pari a 2,4 miliardi di dollari nel 2026 – e riguardano in particolare i sistemi Himars e i missili Javelin. Il governo estone si augura che la sospensione delle armi americane non duri troppo a lungo, ma ragiona in termini di mesi non certo di settimane e sta valutando le alternative perché rimanere militarmente sguarniti con la Russia alle porte – e costantemente minacciosa – non è un’opzione.
Anche la Lituania, che ha contratti con gli Stati Uniti pari a 640 milioni, e che spende quasi il 5 per cento del suo pil per la difesa in accordo con il diktat trumpiano, ha detto di aver ricevuto lo stesso avviso dal Pentagono: ci potranno essere ritardi nella consegna di munizioni già acquistate. Eppure a dicembre, in un discorso cosiddetto dottrinale al Reagan National Defence Forum, Hegseth aveva detto che “gli alleati modello che si fanno avanti” nella loro volontà di difendersi da soli, “come Israele, la Corea del sud, la Polonia, la Germania sempre di più, i baltici e altri riceveranno un trattamento di favore speciale”. Nella lista degli alleati buoni e di quelli cattivi su cui si diletta la Casa Bianca – in privato, come ha scritto Politico, ma anche pubblicamente come dimostrano le continue dichiarazioni del presidente Trump – si passa di qui o di là indipendentemente dall’impegno e dagli accordi stipulati. E probabilmente conta poco anche il fatto che il Congresso abbia approvato a febbraio uno stanziamento di 200 milioni di dollari in aiuti alla sicurezza per i paesi baltici, a causa delle continue pressioni della Russia sui loro confini (e oltre, visto che ci sono perenni sconfinamenti aerei). Il finanziamento fa parte del Defense Appropriations Act per l’anno fiscale 2026 e garantisce il continuo sostegno degli Stati Uniti a Estonia, Lettonia e Lituania nell’ambito della Baltic Security Initiative. Il pacchetto per la difesa da 838,7 miliardi di dollari, firmato da Trump il 3 febbraio scorso, comprende i fondi per la cooperazione in materia di sicurezza con i tre paesi baltici e l’approvazione al Congresso era stata festeggiata non poco, perché il Pentagono aveva fatto di tutto per eliminare questo capitolo di spesa per il fianco orientale della Nato.
Come si vede con l’Estonia e la Lituania, il ministero della Difesa ha comunque trovato il modo per non rispettare gli impegni dati. Hegseth ripete spesso che la guerra contro l’Iran impone agli Stati Uniti di rivedere le forniture all’Europa e all’Ucraina, e nelle scorse settimane è più volte filtrata l’indiscrezione che l’America stia anche pensando di rivedere il meccanismo Purl, adottato lo scorso anno, che permette agli europei di acquistare armi americane e poi consegnarle agli ucraini: entro la fine del 2025, i contributi totali nell’ambito del Purl avevano raggiunto i 4,3 miliardi di dollari, con 24 paesi che partecipano al programma. A metà aprile, all’incontro a Berlino nel formato Ramstein, il ministro della Difesa ucraino, Fedorov, aveva detto che Belgio, Norvegia, Bulgaria, Lituania ed Estonia avevano annunciato nuovi contributi per il meccanismo Purl per un valore di 500 milioni di dollari (oltre ad altri contributi degli alleati e agli accordi bilaterali). Purl sembrava una cassaforte, ma le sospensioni e i ritardi con l’Estonia e la Lituania e le continue minacce dell’Amministrazione Trump di dirottare le armi americane sul fronte mediorientale stanno logorando anche questo strumento che era stato creato per rattoppare il buco di sfiducia in cui sta sprofondando la relazione transatlantica: la solidarietà tra alleati è stata sostituita dagli ordini di acquisto, ma pure questi oggi non bastano più.
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Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi