Non serve solo un accordo, serve una svolta storica per il Golfo

Dopo settimane di tensione, il Golfo è davanti a un bivio: ripetere il ciclo delle crisi o costruire un ordine stabile. Un trattato con l’Iran sarà decisivo solo se saprà affrontare le cause profonde dell’instabilità

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23 APR 26
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Navi portacontainer ferme nello Stretto di Hormuz (foto Shady Alassar/Anadolu via Getty Images)

In un momento storico in cui le trasformazioni globali accelerano e gli equilibri di potere diventano sempre più complessi, emerge una domanda che non può più essere ignorata: la stabilità del Golfo è ancora una questione regionale gestibile, oppure è diventata una condizione essenziale per la stabilità dell’intero sistema internazionale?
Nel Golfo – dove la geografia si intreccia con la politica, e la storia incontra le ambizioni e gli investimenti nel futuro – la stabilità non è più un’opzione rinviabile. E’ diventata una necessità esistenziale, imposta sia dalle trasformazioni regionali sia dagli interessi globali. Per decenni, questa regione ha rappresentato un’arteria vitale per l’energia e l’economia mondiale, ma ha anche vissuto al ritmo di tensioni ricorrenti, che hanno reso la pace più un obiettivo rimandato che una realtà consolidata. Ciò che rende ancora più delicato il momento attuale è che qualsiasi nuova instabilità nella regione non si misura più soltanto in termini politici o di sicurezza, ma anche per le sue ricadute dirette sulla vita delle persone: sui prezzi dell’energia, sui percorsi di sviluppo e sulle percezioni delle nuove generazioni, sospese tra fiducia e incertezza.
Oggi, mentre un fragile cessate il fuoco segue cinque settimane di turbolenze, i paesi del Golfo si trovano di fronte a un bivio decisivo: riprodurre le crisi in nuove forme oppure intraprendere un percorso verso una stabilità sostenibile. La sfida non è l’assenza di canali di dialogo, ma la capacità di trasformarli in impegni duraturi, capaci di resistere alla prova del tempo. Come affermò l’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, “non esiste una via per la pace, la pace è la via” – un’affermazione che assume un significato particolare nel contesto del rapporto con l’Iran, dove il problema non è mai stato la mancanza di dialogo, ma l’incapacità di tradurlo in impegni credibili e duraturi.
Qualsiasi accordo con l’Iran: soluzione temporanea o svolta storica? Le esperienze degli ultimi decenni dimostrano che qualsiasi accordo con l’Iran, per quanto promettente possa apparire nel suo contesto politico, rimane fragile se non affronta le cause profonde delle tensioni e non ridefinisce le regole dell’interazione nella regione del Golfo. La sicurezza in quest’area non può basarsi su equilibri temporanei o intese tattiche, poiché tali approcci tendono a rinviare le crisi piuttosto che prevenirle. Dopo il fallimento dei recenti negoziati complessi e diretti tra Stati Uniti e Iran, la comunità internazionale attende un nuovo ciclo di colloqui, non solo come opportunità di de-escalation, ma anche come banco di prova della volontà politica. Ci troviamo di fronte a un nuovo accordo destinato ad aggiungersi alla lunga lista di soluzioni temporanee, oppure esiste una reale possibilità di costruire basi più solide e durature per la stabilità del Golfo? La risposta non dipende semplicemente dal raggiungimento di un accordo, ma dalla sua natura e dal suo contenuto. Ed è proprio qui che risiede la vera sfida: trasformare il negoziato da strumento di gestione della crisi a leva per la costruzione della stabilità.
Primo: gli stati del Golfo devono essere partner centrali. Nessun accordo volto a garantire una stabilità sostenibile nel Golfo può essere costruito escludendo i suoi stati o imposto come fatto compiuto. Le esperienze passate hanno dimostrato che l’esclusione degli attori direttamente interessati porta a intese fragili, prive di legittimità regionale e vulnerabili a nuove escalation. Coinvolgere i paesi del Golfo come partner attivi – e non come semplici osservatori – è quindi essenziale per integrare le loro preoccupazioni di sicurezza e costruire un equilibrio reale degli interessi. Una stabilità che non è co-costruita resta teorica e difficilmente sostenibile.
Secondo: superare il quadro nucleare senza rinunciare alla non proliferazione. Limitare un eventuale accordo con l’Iran alla sola dimensione nucleare, come avvenuto in passato, non è più sufficiente per affrontare la complessità dell’attuale scenario di sicurezza, né nel Golfo né a livello globale. Le fonti di tensione si estendono ben oltre il programma nucleare, includendo politiche regionali, strumenti di influenza indiretta e dinamiche transnazionali. Tuttavia, la dimensione nucleare resta centrale. Garantire che il programma iraniano non si trasformi in una capacità militare è una condizione imprescindibile per una stabilità duratura. Un approccio credibile deve quindi conciliare due obiettivi complementari: una non proliferazione nucleare rigorosa e verificabile, e un ampliamento del quadro negoziale per includere i principali fattori di instabilità regionale.
Terzo: regolamentare gli strumenti di potere non convenzionali. Nessun accordo con l’Iran potrà produrre una stabilità reale nel Golfo senza affrontare in modo chiaro e vincolante gli strumenti di potere non convenzionali, in particolare i programmi missilistici balistici e le forme di influenza regionale attraverso attori non statali. Le esperienze passate dimostrano che ignorare questi elementi svuota gli accordi del loro contenuto, lasciando intatte le cause di instabilità. E’ quindi necessario prevedere impegni precisi, meccanismi di monitoraggio rigorosi e dispositivi verificabili per regolamentare tali capacità e limitarne l’uso al di fuori dei quadri statali. In assenza di questo elemento, qualsiasi accordo rischia di rimanere strutturalmente fragile, perpetuando un ambiente di sicurezza instabile.
Dal dubbio alle garanzie: la vera prova della credibilità. La vera sfida non è soltanto raggiungere un accordo con l’Iran, ma trasformarlo in un punto di svolta nella storia della regione. La stabilità non nasce al momento della firma, ma si costruisce nel tempo, attraverso fiducia, impegno e capacità di resistere alle pressioni. E la fiducia, in questo contesto, non si basa sulle intenzioni, ma sulle garanzie. Le conseguenze di un accordo fragile o incompleto non resteranno confinate al Golfo. In un mondo interconnesso, la stabilità di questa regione è inseparabile da quella dell’ordine internazionale. Il costo di un fallimento non si limiterebbe a tensioni regionali, ma inciderebbe sulla sicurezza energetica, sulla stabilità economica globale e sugli equilibri di potere internazionali.
In questo contesto, la stabilità del Golfo non è più una questione puramente regionale, ma una responsabilità condivisa, che coinvolge le principali potenze globali – dagli Stati Uniti alla Cina, passando per l’Unione europea – tutte sempre più consapevoli che essa rappresenta una condizione necessaria per la stabilità del sistema internazionale. Il Golfo è alla ricerca di un momento di trasformazione, capace di ridefinire il significato stesso di stabilità: un passaggio dalla gestione delle crisi al loro superamento, dalla de-escalation temporanea a un equilibrio sostenibile. Non si tratta di aggiungere un nuovo accordo a una lunga lista, ma di costruire un cambiamento reale.
La storia non ricorda il numero degli accordi, ma i momenti in cui gli stati scelgono di spezzare il ciclo del conflitto e ridefinire le regole del futuro. Oggi, in questo momento cruciale, la vera posta in gioco non è la firma di un accordo, ma la profondità della volontà politica che lo sostiene: una stabilità fondata su basi solide, oppure un nuovo ciclo di tensioni – potenzialmente ancora più costoso e complesso. Come affermò John F. Kennedy: “Non dovremmo mai negoziare per paura, ma non dovremmo mai avere paura di negoziare”. La sfida oggi non è negoziare, ma trasformare il negoziato in un impegno storico capace di porre fine alle crisi, anziché perpetuarle. Nei momenti di grande trasformazione, la forza degli Stati non si misura dalla loro capacità di gestire le crisi, ma dalla loro capacità di porvi fine.