Le riserve iraniane di uranio sono uno dei nodi del negoziato. Le operazioni del passato per recuperarle

Il Progetto Sapphire del 1994 in Kazakistan mostra una via per recuperare le riserve e utilizzarle nei reattori nucleari. Ma questa volta bisognerebbe estrarre il materiale da siti nucleari ridotti in macerie, che gli ispettori internazionali non visitano da dieci mesi. Dubbi e alternative

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22 APR 26
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Una foto di archivio del 30 marzo 2005 dell' impianto nucleare di Isfahan in Iran (foto ANSA)

“Sarà un processo lungo e difficile”, ha detto lunedì Donald Trump a proposito del recupero dell’uranio iraniano, uno degli obiettivi delle operazioni militari americane, che già lo scorso anno, con la Guerra dei dodici giorni, avevano trasformato le riserve della Repubblica islamica in quella che il presidente americano definisce “polvere nucleare”. Ma se Teheran non potrà mai avere l’arma atomica, come ripete Trump nei suoi post, sempre in maiuscolo, la questione dell’estrazione e del recupero dell’uranio potrebbe essere più politica – lo vediamo con il negoziato – che tecnica. Lo smantellamento degli ordigni nucleari non è un problema recente: già Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov, quando raggiunsero il loro storico accordo, si erano dovuti porre la questione.
Escluse le prospettive di lanciare gli ordigni in orbita o depositarli in fondo al mare, nel 1989 fu proprio un convegno romano – cui fece in tempo a partecipare l’ultimo dei “Ragazzi di Via Panisperna” Edoardo Amaldi – a suggerire di farne combustibile per centrali nucleari. Era il programma Megatons to Megawatts, in base al quale la Russia convertì 500 tonnellate di uranio “in eccesso” per uso bellico, sufficienti per 20 mila testate, in 15 mila tonnellate di uranio a basso arricchimento, che fu acquistato dagli Stati Uniti per l’utilizzo nelle loro centrali nucleari commerciali. Questo programma fu completato con successo nel dicembre 2013.
Ma non ci sono state solo le operazioni di riciclaggio degli ordigni già confezionati. Nel 1994, per esempio, Stati Uniti e Kazakistan lanciarono il Progetto Sapphire per rimuovere 600 chilogrammi di uranio arricchito per uso bellico dall’impianto metallurgico di Ulba a Ust-Kamenogorsk. Un team americano trascorse più di un mese nel paese: il materiale fu reimballato in oltre 440 container speciali, che furono poi caricati su due enormi aerei da trasporto C-5, riforniti in volo tre volte, in modo che il carico nucleare non dovesse sostare in aeroporti stranieri prima di arrivare alla base aerea di Dover, nel Delaware. Dopo l’atterraggio, il materiale nucleare di grado bellico fu inviato in container anonimi. Alcuni camion trasportarono il plutonio all’Oak Ridge National Laboratory in Tennessee, dove fu infine diluito per essere utilizzato nei reattori nucleari americani.
Quattro anni dopo, esperti statunitensi e britannici rimossero quasi cinque chilogrammi di uranio altamente arricchito da un ex reattore di ricerca sovietico vicino a Tbilisi, in Georgia. Il materiale fu trasportato per via aerea su un C-5 a un impianto nucleare in Scozia. Sulla base di questa e di altre operazioni di rimozione in altre parti del mondo, il dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti e i suoi laboratori nucleari istituirono un “programma di imballaggio mobile”. Questa volta però, bisognerebbe estrarre il materiale da siti nucleari ridotti in macerie, che gli ispettori internazionali non visitano da dieci mesi.
Venerdì Trump ha affermato che l’Iran aveva accettato di trasferire le sue scorte di uranio altamente arricchito agli Stati Uniti, ma l’Iran ha smentito nel giro di poche ore. Il paese possiede materiale arricchito al 60 per cento sufficiente ad alimentare circa 11 armi nucleari, e secondo il Wall Street Journal Trump si sarebbe detto disposto a pagarlo dando al regime di Teheran accesso a circa 20 miliardi di dollari di fondi esteri bloccati.
Secondo l’Aiea, metà del materiale altamente arricchito si troverebbe in tunnel sotterranei presso il complesso nucleare di Isfahan, e un’altra parte presso il sito di arricchimento di Natanz. Esiste in effetti un precedente per un nuovo accordo per lo smaltimento dell’uranio arricchito iraniano in cambio di un sostanziale incentivo economico. Oltre undici tonnellate di uranio arricchito fino al 20 per cento furono infatti spedite in Russia nell’ambito dell’accordo sul nucleare del 2015, che limitava l’Iran a una scorta di meno di 300 chilogrammi di uranio arricchito al 3,67 per cento per quindici anni. Ma Trump uscì da quell’accordo nel 2018.
Prima degli attacchi dello scorso giugno, secondo l’Aiea l’Iran possedeva 441 chilogrammi di uranio altamente arricchito al 60 per cento e circa 200 chilogrammi di uranio arricchito al 20 per cento. Tale materiale potrebbe essere arricchito fino al 90 per cento, raggiungendo la qualità necessaria per la produzione di armi nucleari, nel giro di poche settimane. Per precludere definitivamente all’Iran la possibilità di sviluppare armi nucleari, gli esperti affermano che l’uranio arricchito al 60 per cento dovrebbe essere spedito all’estero, e potenzialmente anche quello arricchito al 20 per cento. Un’alternativa potrebbe essere quella di trasportare il materiale in Kazakistan, dove si trova la banca di uranio a basso arricchimento controllata dall’Aiea.