Mandelson drama. Potevano licenziarlo e chiuderla lì. E invece, riecco la stravaganza inglese

Moralismo e spettacolo. Il “principe delle tenebre” travolto da polemiche note da anni. La politica britannica colpisce ancora uno dei suoi protagonisti più influenti. There’ll always be an England

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22 APR 26
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Peter Mandelson (foto di Carl Court/Getty Images)

Bizzarri parecchio, gli inglesi. La canzone patriottica del 1939, che doveva corrispondere a God Bless America, suona così: There’ll always be an England. Ci sarà sempre un’Inghilterra: una promessa di eternità che nel tempo è diventata una sottile e bonaria garanzia di unicità. C’è anche una famosa rubrica di giornale che ha codificato con questo titolo, There’ll always be an England, i caratteri immortali della stravaganza nazionale. Hanno a disposizione nel teatro pubblico personaggi di incredibile pregnanza, cultura, humour, cinismo, attitudine alla politica, strafottenza. Il loro prototipo è Churchill con i suoi errori, i suoi eroismi, la sua inesauribile ricchezza in battute e folli paradossi, la sua onnicompetenza, il suo senso artistico della guerra e della pace, le sue doti letterarie, il suo disprezzo per ogni forma di moralismo impotente, la sua sciatteria intrisa di brandy, il suo charme ineguagliabile. Di tanto in tanto gli inglesi adorano attaccare quel modello, dopo averlo celebrato e premiato in politica, e trasformarlo in un castigo degno di Eton e dei suoi celebri sistemi correzionali.
Qualche tempo fa fucilarono alla schiena Boris Johnson per una riunione conviviale borderline al 10 Downing Street in fase Covid, con un paio di birre, forse analcoliche, a disposizione. Johnson aveva ammesso di avere promosso la Brexit dopo aver scritto due articoli, uno a favore e uno contro, e dopo avere scelto nella sua lotteria mentale, non proprio a caso ma quasi, l’uscita dall’Europa unionista. Un grandissimo clown. Fu il sindaco di Londra dell’ultrameticciato gaudente e giocoso, fu il primo ministro che riuscì a imporre al paese, trascinando con sé una imponente maggioranza, il rigore dell’identità assoluta e della solitudine di mercato e di simboli. Ma è la birra analcolica che lo ha fottuto in un tripudio di arie e romanze moraleggianti. E ora ci risiamo.
Al posto della birretta mettete una foto in accappatoio e a piedi nudi a bordo piscina di un “principe delle tenebre”, così da anni era chiamato Peter Mandelson, che è tra i creatori, attraverso il New Labour di Tony Blair, in larga parte una sua costruzione politica, della modernità cool del Regno Unito che l’attuale generazione conosce e ammira o denigra (dipende). Il senso inglese del dramma, o meglio drama, la performance del tormento e della tragedia, ha portato ai limiti della crisi del governo Starmer, in una doppia sessione parlamentare rigurgitante di vergogna nazionale e incurante della sorte dello Stretto di Hormuz. Succede che a dicembre del 2024, dopo la vittoria di Trump e alla vigilia della sua famosa inaugurazione, 10 Downing Street nomina ambasciatore a Washington non un diplomatico di carriera ma un politico, Peter Mandelson. La legge dice che la nomina si può fare prima del processo di accertamento della idoneità del nominato dal punto di vista dei conflitti di interesse e da altri possibili punti di vista. Il nominato si era già dovuto dimettere un paio di volte per storie di mutui, seconde case di lusso, e altre storielle su traffici leciti ma inappropriati per il conferimento della nazionalità britannica a un riccone indiano, un super-riccone che ha finanziato il Millennium Dome, nientemeno. Di lui, di Lord Mandelson, non erano accertabili scrupoli di qualsiasi tipo: non per niente quel titolo, accoppiato alla baronia, al peerage e a un numero incalcolabile di onorificenze internazionali, titolo forse esagerato ma autodichiarativo, prince of darkness. 
Di Mandelson si sapeva tutto. Fu nominato, come dice il commentatore del giornale che ha scatenato lo scandalo, il Guardian, perché urgeva associare un narcisista amorale di Londra a quello appena eletto a Washington, e per evidenti ragioni di tutela della special relationship tra la madrepatria e le ex colonie americane. Di Mandelson si sapeva che era una divinità della politica, uno che conosce tutti e può parlare con tutti, al sole o all’ombra della più ambigua discrezione. Si sapeva che era un uomo di mondo, e non si sarebbe mai presentato in gessato a un cocktail a bordo piscina. Si sapeva che era un lobbista coi fiocchi, aveva fondato la sua agenzia di consulenza un minuto dopo la sconfitta elettorale, nel 2010, del Labour di Blair, e si sapeva che alla special relationship angloamericana avrebbe affiancato la sua special relationship anglocinese. Mandelson non era tipo da sottovalutare i mercati emergenti. Vabbè, è incappato nell’incidente Epstein, e non è il solo amico degli amici degli amici, e in più non è stato tanto discreto con le banche cinesi all’epoca della crisi finanziaria del 2008. Ma sono cose note, erano cose stranote. Potevano licenziarlo, come hanno alla fine deciso, e chiuderla lì. Siccome there’ll always be an England, ne hanno fatto un drama nazionale. Applausi.