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Starmer si difende su Mandelson, lo scandalo che non va via
Il premier britannico galleggia, ma la vicenda lo sta logorando, e soprattutto non accenna a spegnersi. E le fazioni di risentiti aumentano
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21 APR 26

Foto LaPresse
Milano. “Va oltre ogni immaginazione” che a Keir Starmer non siano state date informazioni cruciali nel momento in cui ha deciso che Peter Mandelson sarebbe stato l’ambasciatore britannico a Washington. Tipo: che l’ex ministro non aveva superato il processo di controllo necessario per accedere ai documenti riservati. E’ stato il premier stesso ad ammetterlo, di fronte a un Parlamento rumoroso nell’esprimere il proprio scetticismo sulla ricostruzione di quel buco nero decisionale avvenuto nel dicembre 2024, quando Starmer, eletto da poco, decise di mandare nell’arena americana una figura sufficientemente spregiudicata da tenere testa agli interlocutori della Casa Bianca di Donald Trump.
Sapeva dei legami dell’ex ministro con Epstein? Pare di no, e infatti su quel punto si è dimesso il suo ex capo di gabinetto Morgan McSweeney, uno che a Mandelson doveva molto. Sapeva che c’era bisogno del parere di un comitato incaricato dei controlli su politici e funzionari? Pare di sì, anche perché, da uomo di legge qual è, è difficile che fosse all’oscuro di faccende procedurali, anche se credeva dovesse avvenire dopo la nomina. Sapeva che quel parere era stato negativo e che il comitato non pensava che Mandelson dovesse avere accesso a tutti i documenti riservati, accesso necessario per un ambasciatore? Lui sostiene di no, e infatti ha licenziato il capo del Foreign Office, l’alto funzionario stimatissimo e riverito, Olly Robbins, accusandolo di non aver informato né lui né il governo di un elemento così importante, forse facendo prevalere considerazioni politiche su quelle tecniche. Sa, Starmer, di aver dato informazioni fuorvianti al Parlamento? Lo ha fatto “inavvertitamente”, e questa è una parola chiave perché un primo ministro che menta deliberatamente ai deputati, come fatto a suo tempo da Boris Johnson, sarebbe chiamato a dimettersi. “Non solo non mi è stato detto, ma a nessun ministro è stato detto, e sono assolutamente furioso per questo”, si è difeso venerdì scorso Starmer, preferendo indossare gli abiti del premier ingenuo che quelli del premier machiavellico. E lo ha ribadito ieri durante una testimonianza a Westminster, durante la quale ha esordito parlando di “una mia valutazione sbagliata, non avrei dovuto nominare Peter Mandelson al posto di ambasciatore” per rispetto alle vittime di Epstein. E ha spiegato di ritenere che il famigerato processo di “vetting”, i cui risultati dettagliati non sono stati resi noti anche perché contengono a loro volta elementi sensibili, dovesse avere luogo solo dopo.
Solo che Robbins, mandarino dei più brillanti già al centro dei negoziati sulla Brexit, intende dare battaglia e già oggi testimonierà davanti a una commissione parlamentare nell’ennesimo capitolo di una saga che non accenna a finire e che sta facendo traballare la figura di Starmer in un momento in cui, con Nigel Farage in calo al 25 per cento, ma sempre con un vantaggio di 6 punti sia sui conservatori sia sui laburisti, le elezioni locali il 7 maggio e le sfide globali in corso, la prudenza sarebbe forse una strada più raccomandabile. Solo che fingersi sorpresi e dare la colpa a qualcun altro – un ministro, un funzionario statale, un collaboratore – è una strategia che Starmer ha usato molto da quando è entrato a Downing Street nel luglio del 2024: ha cambiato 3 capi di gabinetto, 5 direttori della comunicazione, 3 capi del civil service e 2 segretari. Più di Meghan Markle, a occhio.
Per ora gli unici a chiedere le dimissioni sono stati i LibDem e i Verdi. Politicamente dovrebbe sopravvivere, per ora, ma si sta logorando e soprattutto la vicenda non accenna a spegnersi. Non sorprende che intorno a lui ci siano sempre più fazioni di risentiti e che gli scandali, che su di lui atterrano sempre sulle sue falle da leader e da manager, lo trovino sempre meno protetto. Una fonte laburista ha dato una pimpante versione a Politico: “Molti pensano che Keir Starmer sia un brav’uomo che sta facendo una cosa fuori dalla sua portata. Non è vero. E’ un arrogante che sta facendo una cosa fuori dalla sua portata”. Solo che se da una parte Mandelson, uno dei padri politici del New Labour e mente strategica brillante, era l’interlocutore perfetto per gestire le intemperanze trumpiane, dall’altra i suoi precedenti indicavano una gran disinvoltura nella gestione dei legami politici, anche in passato, prima che si mettesse a mandare a Epstein cartoline grondanti affetto reverenziale, fotografie di giorni spensierati.