Libano e Israele si parlano e non è la prima volta che ci provano. Cosa cambia adesso

C'è un abisso con cui i due paesi si sono presentati a Washington. La differenza con il passato è che oggi i negoziati non avvengono più all’ombra di Damasco, ma di Teheran. Non sappiamo quale piega prenderanno le trattative di Islamabad, ma il trilaterale è di per sé un messaggio

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16 APR 26
Ultimo aggiornamento: 08:16 PM
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Il segretario di Stato Marco Rubio. Foto LaPresse

Tel Aviv. Le bandiere israeliane e libanesi riprese in una stessa stanza campeggiavano ieri sulle prime pagine dei giornali dei due paesi nemici. “Il tabù è rotto”, titolava Nidaa al Watan, quotidiano vicino alle posizioni saudite, mentre il filo Hezbollah al Akhbar parlava dell’“autorità della vergogna che si prostra a Washington”. Nel mezzo, il liberal an Nahar si spingeva fino a titolare: “Libano-Israele: una struttura per i negoziati… e per la pace”. Gli israeliani parlavano di “colloqui storici”, “dare una chance ai negoziati”, ma ogni riga invitava alla cautela nell’entusiasmo di una strada che è tutta in salita. C’è un abisso nell’approccio con cui Israele e il Libano si sono presentati martedì a Washington, mentre in casa le armi continuano a sparare. 
Si sono incontrati per il primo tentativo negoziale tra le parti da oltre trent’anni, a livello di ambasciatori, elevato dalla presenza nella stanza del segretario di stato americano Marco Rubio. La dichiarazione congiunta tra i tre paesi, rilasciata dal dipartimento di stato americano, sprizza un ottimismo che difficilmente si concilia con la realtà sul campo. Parla di una strada che possa portare a una “pace duratura”. L’ambasciatore israeliano a Washington, Yehiel Leiter, a margine dell’incontro durato due ore, ha rilasciato dichiarazioni di sostegno per il coraggio del governo libanese “nel non cadere ostaggio delle minacce di Naim Qassem”, “siamo dalla stessa parte dell’equazione: entrambi uniti nel liberare il Libano da Hezbollah”. La sua omologa Nada Moawad è stata invece molto più contenuta: “Colloqui produttivi”, ha ribadito la necessità di un cessate il fuoco e rimarcato la “piena sovranità libanese su tutto il suo territorio”.
La disputa territoriale fra Israele e Libano è minima e riguarda tredici punti a ridosso della linea di confine, tra cui l’unico popolato è il villaggio alawita di Ghajar, i cui abitanti sono israeliani, ma si identificano come siriani, e quando Israele si ritirò dal sud del Libano nel 2000, chiesero di essere inclusi nella parte di confine israeliana della Linea blu fissata dall’Onu. I due paesi hanno di fatto sempre riconosciuto il confine stabilito nel 1923 con gli accordi Paulet-Newcombe tra i mandati britannico e francese. Fino a poco prima dell’indipendenza d’Israele e dell’inizio dello stato di belligeranza ufficiale, la comunità ebraica della Palestina mandataria usava organizzare viaggi a Beirut, sponsorizzati con locandine oggi conservate negli archivi della Biblioteca nazionale di Gerusalemme, considerata un ottimo luogo di villeggiatura che forniva persino soluzioni kasher, grazie anche al sostegno di quella che è stata una fiorente comunità ebraica locale. Le dichiarazioni di Bezalel Smotrich di un “grande Israele” che dovrebbe arrivare fino al Litani, non rappresentano il consenso della società israeliana, né la posizione negoziale con cui il governo Netanyahu si sta approcciando ai colloqui. Sembra un déjà vu, ma già nel 1983, Israele e Libano siglarono un accordo di sicurezza, mentre Tsahal occupava il sud del paese. Andò tutto in fumo a stretto giro a causa dell’influenza siriana.
Oggi i negoziati non avvengono più all’ombra di Damasco, ma di Teheran. Nell’incertezza di quale piega prenderanno i negoziati di Islamabad, il trilaterale di Washington è di per sé un messaggio, come affermato anche dal premier libanese Nawaf Salam in un’intervista ad Alsharq al Awsat: “Il Libano respinge categoricamente l’idea di legare gli interessi del popolo libanese a quelli dell’Iran”. E per quanto questo obiettivo – la separazione del dossier libanese da quello iraniano – sia stato raggiunto simbolicamente con la photo opportunity di Washington, è evidente che i due campi di battaglia sono strettamente legati. “Solo la caduta del regime iraniano potrà radicalmente cambiare la situazione sul campo fornendo la botta morale definitiva per Hezbollah”, dice al Foglio Yusri Hazran, esperto del Truman Reasearch Institute dell’Università ebraica di Gerusalemme. Hazran non è fiducioso sull’esito dei colloqui con il Libano, in quanto “l’obiettivo di disarmare Hezbollah è praticamente impossibile da raggiungere, sia per l’esercito libanese, sia per quello israeliano”. Secondo Hazran, “il rischio è che Israele possa cadere in una trappola, perché l’obiettivo del governo libanese è innanzitutto raggiungere un cessate il fuoco, senza avere la capacità di fornire garanzie sul ruolo di Hezbollah”. La popolazione israeliana a ridosso del confine nord – che è ancora sotto le restrizioni dello stato di emergenza, diversamente dal resto del paese che è tornato in piena attività – esprime perplessità simili. “Siamo certamente a favore della pace con il Libano, un sogno! Ma il governo libanese è debole, non riesce nemmeno a fare rispettare la decisione di cacciare l’ambasciatore iraniano a Beirut, che è ancora lì. Quali garanzie ci sono che il prossimo round non sia dietro l’angolo? A cosa è servita tutta questa guerra?”, dice al Foglio Miri, tornata al nord dopo oltre un anno di evacuazione, e oggi gestisce l’unico caffè aperto di Metulla, una delle cittadine di confine più colpite dai missili di Hezbollah.
Secondo alcune indiscrezioni, la mediazione americana sta spingendo per reinquadrare i colloqui intorno all’accordo del cessate il fuoco stipulato a novembre 2024, ma invertendo dei fattori. Il disarmo di Hezbollah da parte dell’esercito libanese dovrebbe partire dal nord del paese invece che dal sud. In parallelo, gradualmente, l’esercito israeliano, che attualmente si trova con cinque divisioni nell’area al di sotto del fiume Litani (una fascia che va da 4 a 30 chilometri di distanza con Israele), si potrebbe posizionare stabilmente solo nella prima linea dei villaggi libanesi, a ridosso del confine, in una fascia di circa 7 chilometri, dove non sarà consentito alla popolazione libanese sfollata di fare rientro. De facto, una situazione che replica quanto sta accadendo a Gaza, dove, secondo gli accordi per il cessate il fuoco di ottobre, il ritiro di Tsahal dal 53 per cento della Striscia che ancora occupa è condizionato al disarmo di Hamas. Più fiduciosa sul percorso è Orna Mizrahi, già dirigente del Consiglio di sicurezza nazionale e oggi analista per il centro di ricerca Inss, che evidenzia come i colloqui stessi, in un paese dove il solo contatto con israeliani è punibile per legge, siano un risultato iniziale. “Ma il governo libanese non è in grado, politicamente e militarmente, di chiudere con Hezbollah: ha bisogno di aiuto esterno, innanzitutto economico, che potrebbe arrivare dai paesi occidentali e dai paesi del Golfo”. Per il Libano, la strada per la continuazione dei colloqui passa attraverso un cessate il fuoco, per Israele attraverso un impegno concreto verso il disarmo di Hezbollah. La sfida è capire se i due percorsi possono muoversi su binari paralleli.