Trump (insieme a Putin) ha cambiato il significato di deterrenza

Nella dottrina classica, la deterrenza è un delicato cocktail di ambiguità e prevedibilità. Non dare seguito alle proprie minacce erode la credibilità e, con essa, l’efficacia deterrente, ma il presidente americano sembra disinteressarsene e il caso iraniano ne è la dimostrazione plastica

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10 APR 26
Immagine di Trump (insieme a Putin) ha cambiato il significato di deterrenza

I presidenti Donald Trump Vladimir Putin. Foto LaPresse

Dopo aver minacciato di “far saltare in aria l’intero paese” se Teheran non avesse ceduto entro 48 ore, il presidente americano Donald Trump ha accettato, a novanta minuti dalla scadenza del suo ultimatum, un nuovo cessate il fuoco provvisorio, mediato da attori terzi e basato su termini ancora opachi. Entrambe le parti rivendicano il successo, mentre la sostanza dell’accordo resta incerta. Questo episodio è la manifestazione più recente del tentativo ricorrente di questa Amministrazione di riscrivere le regole della deterrenza. Nella dottrina classica, la deterrenza è un delicato cocktail di ambiguità e prevedibilità. L’ambiguità serve a mantenere l’avversario nell’incertezza, mentre la prevedibilità serve a rendere credibili le minacce. Una minaccia funziona non perché viene pronunciata, ma perché il suo destinatario crede che non sia vuota. Per questo, non dare seguito alle proprie minacce erode la credibilità e, con essa, l’efficacia deterrente. Almeno in teoria.
La Russia, durante la guerra in Ucraina, ha abusato della retorica nucleare e dell’escalation, fino a svuotarla di contenuto: minacce ripetute e non attuate che hanno progressivamente ridotto la loro forza dissuasiva. Allo stesso modo, gli Stati Uniti pagarono un prezzo politico e reputazionale quando Barack Obama non diede seguito alla “linea rossa” sull’uso di armi chimiche in Siria. Trump, di contro, non cerca di preservare la credibilità della minaccia e al contrario sembra disinteressarsene. L’elemento della prevedibilità, cioè la coerenza tra parole e azioni, viene deliberatamente sacrificato, come se l’imprevedibilità fosse sufficiente a compensarlo in toto.
Il caso iraniano ne è la dimostrazione plastica. L’amministrazione ha moltiplicato ultimatum, scadenze e minacce di distruzione su larga scala, incluse dichiarazioni sull’eliminazione delle infrastrutture civili del Paese, fino ad adombrare la “cancellazione di un’intera civiltà”, salvo poi rinviare, rimodulare o sospendere l’azione all’ultimo estendendo le scadenze, spostando le linee rosse, rivendicando la vittoria. Al contrario, quando Trump ha effettivamente deciso di fare ricorso ad azioni decisive e repentine, come nell’operazione “Midnight Hammer” in Iran o nel blitz in Venezuela, esse non sono state precedute da una sequenza lineare di minacce crescenti. Al contrario, ha seguito una traiettoria opposta: una narrativa graduale sulla minaccia, accompagnata da apparenti aperture diplomatiche e culminata in un’azione a sorpresa. La ricorrenza di questo motivo sembra quasi delineare una dottrina che ha il suo nocciolo nella separazione completa del piano delle parole da quello delle azioni. In altre parole, l’ingrediente “reputazionale” smette di giocare un ruolo nella postura di deterrenza americana. L’erosione della credibilità prodotta da minacce non seguite da azioni non è più considerata un costo strategico. Questa trasformazione non resta confinata alla postura americana, ma si riflette inevitabilmente anche sulla deterrenza della Nato, che si fonda proprio sulla credibilità delle garanzie statunitensi: se il nesso tra minaccia e azione si indebolisce a Washington, si indebolisce, per esempio, anche sul fianco orientale dell’Alleanza.
Una possibile spiegazione di questo approccio sta nel mutamento dell’ambiente informativo. In un ecosistema comunicativo dominato da cicli rapidissimi, polarizzazione e narrazioni concorrenti, la realtà è più malleabile. Lo si vede proprio in queste ore: il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran viene raccontato simultaneamente come una vittoria da entrambe le parti, senza che esista ancora una base condivisa sui suoi contenuti. La coerenza tra parole e fatti pesa, dunque, di meno della capacità di imporre una narrativa sufficientemente credibile per il proprio pubblico di riferimento. La deterrenza, da relazione psicologica basata su aspettative relativamente stabili, diventa una competizione narrativa fluida. Su questa premessa, l’imprevedibilità cessa di essere un elemento accessorio della deterrenza, diventandone il fulcro, sia nelle azioni che nelle parole. Non è affatto chiaro, tuttavia, se questo approccio può produrre dei veri benefici strategici.
La crisi iraniana rappresenta il primo vero banco di prova. Se l’esito del conflitto verrà percepito, a Teheran, ma anche altrove, come una vittoria iraniana o come una dimostrazione dell’incapacità americana di tradurre le minacce in risultati, la scommessa trumpiana potrebbe rivelarsi controproducente e l’imprevedibilità si trasformerà in semplice percezione di debolezza. Al contrario, se il risultato finale sarà percepito come favorevole agli Stati Uniti, Trump potrebbe dimostrare che la deterrenza può funzionare anche senza coerenza reputazionale, basandosi su una combinazione di pressione intermittente, sorpresa operativa e dominio narrativo.
Mosca e Pechino osservano senz’altro con interesse. La Russia, impegnata in Ucraina, e la Cina, con lo sguardo su Taiwan, trarranno le loro conclusioni non dalle dichiarazioni americane, ma dagli esiti nei fatti della crisi iraniana. Se gli concluderanno che le minacce americane sono ormai strutturalmente disallineate dalle azioni, la tentazione di testare ulteriormente i limiti della deterrenza statunitense potrebbe crescere. Oltre alla gestione di una crisi regionale, è dunque in gioco la natura stessa della deterrenza nel XXI secolo. Trump scommette che, nell’èra della post-verità, la credibilità non sia più un capitale strategico indispensabile. E’ una scommessa audace e, come sempre quando si scommette sulla propria reputazione, potrebbe rivelare il suo costo quando sarà troppo tardi per correggerla.