L’Iraq voleva normalizzare i gruppi armati filoiraniani. Ha finito col diventarne ostaggio

ll rapimento della giornalista americana Shelly Kittleson da parte di Kataib Hezbollah svela la verità sull'Iraq: non è Baghdad a controllare le milizie filoiraniane, ma sono le milizie a controllare Baghdad. E a dettare le regole agli occidentali

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2 APR 26
Ultimo aggiornamento: 07:20 AM
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Foto Ap, via LaPresse

Roma. Una decina di giorni fa ad Anbar, nell’ovest dell’Iraq, un attacco aereo americano ha colpito il quartier generale del Fronte per la mobilitazione popolare che nominalmente dipende dal governo iracheno ma che nei fatti risponde ai pasdaran del regime iraniano. Il giorno successivo, il 25 marzo, il premier Mohammed Shia al Sudani ha prima lanciato un avvertimento agli Stati Uniti – “l’Iraq ha il diritto di rispondere con ogni mezzo possibile”, ha detto – e poi ha convocato il chargé d’affaire americano, Steven H. Fagin, per redarguirlo. Difficile che a Washington abbiano preso con favore le parole di al Sudani, che pure fino al giorno prima era considerato dalla Casa Bianca tra i papabili per un secondo mandato alla guida del governo di Baghdad
“Abbiamo a che fare con un governo iracheno che è composto dalle stesse milizie che stanno lanciando attacchi, che fanno rapimenti e che allo stesso tempo sostengono l’attuale primo ministro al Sudani. Non dimentichiamo che Kataib Hezbollah, sospettata di avere rapito martedì Shelly Kittleson, ha seggi in Parlamento e sostiene la coalizione del premier”, dice al Foglio Phillip Smyth, esperto di milizie sciite. “Lo stato iracheno ha provato a includere le milizie per istituzionalizzarle, ma ora è a sua volta controllato da esse. Per gli Stati Uniti non può esserci una trattativa seria con Baghdad in questo senso, almeno fino a quando sarà uno ‘yes man’ nelle mani di Teheran”.
Il rapimento di Kittleson rientra nel quadro di due partite diverse, legate l’una all’altra: la nomina del nuovo premier iracheno e la guerra in Iran. Secondo Michael Rubin, esperto di Iraq al think tank americano American Enterprise Institute ed ex funzionario del Pentagono, la cattura della giornalista va considerata alla stregua di un atto di guerra da parte dell’Iran. “Kataib Hezbollah risponde a Teheran e non è un segreto che fosse a caccia di americani – spiega al Foglio –. Per questo era stata attivata l’intelligence degli Stati Uniti e i professori delle università americane in Iraq erano già stati fatti evacuare in segreto” poche ore prima del rapimento di Kittleson.
Di fronte a questa offensiva che arriva dall’interno del paese, il governo iracheno è impotente. “Con il rapimento della giornalista americana, Kataib Hezbollah vuole dimostrare che sono loro quelli che controllano lo stato e le strade”, spiega Smyth. “Il messaggio agli occidentali è uno: andatevene”. In tutto questo, la capacità di incidere di al Sudani è poca o nulla. Quando nel 2023 la ricercatrice russo-israeliana Elizabeth Tsurkov fu rapita da Kataib Hezbollah, il premier ripeté allo sfinimento che non aveva idea di dove fosse e si rifiutava di prendere una posizione di condanna nei confronti della milizia per paura di ritorsioni.
Kataib Hezbollah non è un’eccezione in Iraq; il paese è controllato da una galassia di milizie sciite che agisce parallelamente all’esercito nazionale addestrato dagli americani durante questi anni dopo l’invasione del 2003. L’idea di affidare l’Iraq nelle mani di un gruppo di milizie fu un’intuizione che è sopravvissuta al suo ideatore, l’ex comandante delle forze speciali iraniane al Quds, Qassem Suleimani.
L’architetto della strategia di Teheran basata su gruppi armati che agivano da proxy in Iraq, Libano e Siria pensava che questo sistema permettesse di controllare le sorti degli alleati degli iraniani in modo efficace e con un costo sostenibile. In Iraq, Suleimani si affidò ad Abu Mahdi al Muhandis, ex oppositore del regime sunnita di Saddam Hussein e comandante di Kataib Hezbollah. Entrambi furono uccisi il 3 gennaio 2020 all’aeroporto di Baghdad con un drone americano, ma anche dopo la loro morte il sistema dei proxy è andato avanti con successo. Almeno fino al 7 ottobre, da quando cioè l’Asse della resistenza si è piegato su se stesso sotto la pressione di Israele e Stati Uniti. In Iraq invece le milizie filoiraniane non hanno mai cessato di esercitare la propria influenza sul governo di Baghdad.
Ora per al Sudani, il rapimento di Kittleson potrebbe essere la pietra tombale sulle proprie aspirazioni a un secondo mandato come premier. In Iraq le elezioni democratiche hanno un peso specifico relativo, si limitano a mettere in fila i partiti per ordine di grandezza in base ai voti ricevuti, ma non portano quasi mai a un accordo per la formazione di un governo. Per quello serve invece il nulla osta degli ayatollah, degli americani e degli iraniani. Se Nouri al Maliki non ha ottenuto quello di Washington, ora anche al Sudani si appresta ad andare incontro a una bocciatura, sebbene abbia raccolto più voti di tutti alle elezioni dello scorso novembre. E mentre il futuro politico del paese è sempre più in bilico, Shelly Kittleson è sin da ora un’arma di ricatto nelle mani delle milizie filoiraniane per dire agli americani: non ci limiteremo a colpire i vostri soldati.