Ecco perché la guerra americana contro l’Iran non rappresenta una vittoria per Putin

Per Mosca, i benefici economici derivanti dal conflitto sono incerti e limitati. Ma dal punto di vista strategico, l'attacco di Usa e Israele contro Teheran evidenzia soprattutto la crescente irrilevanza della Russia perché ha dimostrato che Washington può agire unilateralmente senza dover tenere conto della reazione dello zar

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31 MAR 26
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Vladimir Putin (Alexander Kazakov, Sputnik, Kremlin Pool Photo via AP) Asspciated Press / LaPresseOnly italy and spain

Nel dibattito attuale si è imposta un’interpretazione degli effetti della guerra americana e israeliana contro l’Iran: questo conflitto rappresenta una vittoria per Mosca. I media sono pieni di titoli che insistono su questo punto con un’argomentazione apparentemente solida: con l’escalation, i prezzi del petrolio sono schizzati alle stelle, e la Russia – tra i principali esportatori mondiali di greggio – ne trarrebbe benefici sotto forma di entrate straordinarie, ossigeno prezioso per un’economia già sotto pressione. Ma è davvero così? E, anche ammesso che Mosca stia incassando qualche guadagno in più, questo si traduce automaticamente in una vittoria strategica per il Cremlino?
Per rispondere, è necessario chiarire anzitutto una questione fondamentale: quali sono i valori, le priorità e le condizioni che portano Vladimir Putin a percepirsi come vincitore. Anche ammettendo che il regime russo sia una cleptocrazia in cui lusso e arricchimento personale sono all’ordine del giorno per le élite al potere, il benessere economico del paese non è mai stato la stella polare del Cremlino. Se lo fosse stato, Mosca non avrebbe lanciato un’invasione su larga scala dell’Ucraina né avrebbe continuato un conflitto pluriennale al costo di oltre un milione tra morti e feriti e di un’economia devastata. E soprattutto Putin non avrebbe rifiutato l’offerta generosa di Donald Trump, che prevedeva un cessate il fuoco lasciando de facto sotto controllo russo circa il 20 per cento del territorio ucraino, la revoca delle sanzioni, nessuna riparazione per Kyiv e – si può immaginare – nessun tribunale internazionale per i crimini di guerra. Eppure la Russia ha declinato. Con grande sorpresa dell’occidente, fatta eccezione per i paesi dell’Europa orientale, che conoscono bene l’errore più comune che l’occidente commette nei confronti di Mosca: applicare la propria razionalità a un sistema che funziona secondo logiche completamente diverse.
Ciò che conta ed è sempre contato davvero per il Cremlino è il riconoscimento della Russia come grande potenza, capace di proiettare influenza ben oltre lo spazio post sovietico: in America latina attraverso alleanze con paesi come Venezuela e Cuba, in Africa tramite attori paramilitari, in medio oriente attraverso l’Iran, e in Asia con partner come la Corea del nord. Nel contesto del ritiro imperiale della Russia da quasi tutti questi spazi geopolitici (come hanno ben descritto W. Dixon e M. Beznosiuk in un articolo pubblicato dal Carnegie), i benefici economici derivanti dall’aumento del prezzo del petrolio rappresentano al massimo una magra consolazione.
Prima di tutto tali benefici sono tutt’altro che garantiti. Gli attacchi ucraini con droni alle infrastrutture energetiche russe hanno colpito duramente la capacità di esportazione del paese. Terminali cruciali come Ust-Luga, assieme ai porti di Primorsk e Novorossiysk, sono stati danneggiati o resi parzialmente non operativi. Secondo stime basate su dati di mercato e analizzate da Reuters, fino al 40 per cento della capacità di esportazione petrolifera russa è stato temporaneamente bloccato: una delle peggiori interruzioni nella storia moderna del paese. Questi attacchi non solo riducono i volumi esportabili, ma complicano anche la logistica: reindirizzare il petrolio verso altri porti richiede tempo, infrastrutture e capacità ferroviaria aggiuntiva, elementi di cui la Russia non dispone facilmente. A ciò si aggiunge un secondo fattore: anche in presenza di prezzi elevati, la Russia è costretta a continuare a vendere il proprio petrolio con forti sconti – tra i 20 e i 30 dollari al barile – ai principali acquirenti di petrolio russo come Cina e India.
Infine, il quadro macroeconomico resta fragile. La crescita è stagnante, il deficit di bilancio è in aumento e problemi strutturali come l’inflazione e la dipendenza dall’industria militare non possono essere risolti semplicemente con maggiori entrate. Come ha scritto recentemente l’economista russa Alexandra Prokopenko, l’economia russa ha raggiunto quella che gli alpinisti chiamano la “zona della morte”: l’altitudine oltre gli ottomila metri in cui le risorse si consumano più rapidamente di quanto possano essere rigenerate.
Guardiamo ora la questione da una prospettiva più strategica. Molto è già stato scritto sulla disastrosa guerra degli Stati Uniti contro l’Iran: la violazione del diritto internazionale, l’erosione di norme già da tempo indebolite e il rischio di un caos incontrollato in medio oriente. Ma anche adottando una lettura cinica delle relazioni internazionali, in cui a prevalere sono i rapporti di forza più che le regole, un conflitto condotto senza una strategia chiara né un obiettivo definito non può che essere giudicato un fallimento. Dal punto di vista della Russia, se i benefici economici dalla guerra in medio oriente sono incerti e limitati, il bilancio strategico appare invece molto più netto – e decisamente negativo. Per anni Vladimir Putin ha promosso una visione del mondo basata su sfere di influenza, equilibri di potenza e superamento dell’ordine liberale occidentale. Questo non significa che la Russia auspicasse la completa assenza del diritto internazionale: ciò che ha sempre perseguito è piuttosto un sistema in cui tutti formalmente vi aderiscano, ma in cui solo pochi abbiano, di fatto, il potere di violarlo. In teoria, la crisi mediorientale dovrebbe confermare questa visione. Nella pratica, però, ne evidenzia i limiti e soprattutto la crescente irrilevanza della Russia. L’intervento statunitense in Iran ha dimostrato che Washington può agire unilateralmente senza dover tenere conto della reazione russa. Emblematica, in questo senso, è stata la dichiarazione del segretario di stato americano Marco Rubio ancor prima della crisi mediorientale e precisamente durante la cattura dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro: la Russia, impegnata in Ucraina, non rappresenta più un fattore da considerare.
Tornando all’Iran, l’uccisione di Ali Khamenei rappresenta, di fatto, la quarta perdita di un importante alleato geopolitico per Mosca in un arco di tempo relativamente breve: dopo l’erosione del legame con l’Armenia, la rimozione del regime di Bashar e Assad in Siria e quello di Maduro in Venezuela, viene ora colpito anche il vertice del potere iraniano. La Russia ha sempre considerato Teheran un partner economico e un alleato strategico di primo piano, nodo fondamentale nel progetto del corridoio nord-sud e nei tentativi di aggirare le sanzioni occidentali. Non a caso, appena l’anno scorso, Mosca e Teheran avevano formalizzato questa convergenza con la firma di un ampio accordo definito “partenariato strategico globale”. In questo quadro, la destabilizzazione dell’Iran rappresenta un duro colpo per la proiezione del potere globale della Russia. E il panorama potrebbe peggiorare ulteriormente: Trump ha lasciato intendere che rovesciare il regime cubano – uno dei partner più stretti della Russia nell’emisfero occidentale – potrebbe essere il prossimo obiettivo.
C’è infine una dimensione che non va sottovalutata: quella psicologica. L’assassinio di Khamenei ha evocato per Putin il ricordo della morte in Libia di Muhammar Gheddafi, che secondo voci ricorrenti aveva avuto su di lui un impatto profondo. Alcuni leader occidentali avevano stretto la mano di Gheddafi e avevano fatto affari con lui – ma poi era stato rovesciato e ucciso in modo violento. E ora gli Stati Uniti hanno eliminato direttamente, con raid aerei, il leader di uno stato sovrano. In un contesto in cui i droni ucraini sorvolano quotidianamente il territorio russo bombardando infrastrutture energetiche, una simile notizia ha un impatto ancora più deflagrante su Putin. Quel che è peggio, e profondamente frustrante per il Cremlino, è che nel bel mezzo dei cosiddetti negoziati con Washington sull’Ucraina – Putin spera in un esito soddisfacente, con Trump che forza Kyiv ad arrendersi – Mosca non può nemmeno permettersi di protestare apertamente per l’attacco americano all’Iran. E così il Cremlino si è limitato a condannare l’“aggressione armata”, senza nemmeno il coraggio di nominare il responsabile: Donald Trump.
Che sia chiaro: Il Cremlino cercherà certamente di massimizzare ogni possibile beneficio economico derivante dall’aumento dei prezzi energetici, anche per sostenere lo sforzo bellico e ridurre la pressione interna. Ma dal punto di vista strategico, il disastro americano in Iran difficilmente può essere etichettato come una vittoria per la Russia. E’ semmai la conferma di un’amara ironia storica: il mondo crudele che Putin sognava – governato dalla forza e non dalle norme – si sta forse realizzando, ma senza di lui alla guida.