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Non solo petrolio e gas. Gli effetti della chiusura di Hormuz
Fertilizzanti, zolfo, elio per i chip, oro fino all'acqua potabile del Golfo. Le materie prime e i beni colpiti dalla guerra nel Golfo
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28 MAR 26

Dalla chiusura de facto dal 28 febbraio dello Stretto di Hormuz, l’offerta di una serie di materie prime che lo attraversavano è diminuita drasticamente. Alcune sono fondamentali per l’agricoltura, altre per l’industria dei semiconduttori.
Fertilizzanti
Circa un terzo del commercio mondiale via mare di fertilizzanti transitava dallo Stretto di Hormuz. Il prezzo dell’urea, il fertilizzante azotato più diffuso sul mercato globale, è passato da 482 dollari per tonnellata, il 27 febbraio, a 720 a metà marzo. L’azoto è tra i nutrienti necessari alle colture ogni anno perché a differenza del potassio resta nel suolo, e saltare un ciclo significa perdere resa. Anche il tempismo è uno dei peggiori, perché metà globo è nel pieno della semina primaverile. L’India, secondo produttore mondiale di urea, sta tagliando la sua produzione perché dipende dal gas del Golfo come materia prima, e la Cina ne ha bloccato le esportazioni per proteggere il mercato interno. Il Brasile, primo importatore globale, riceve quasi metà delle forniture dal Golfo. Privati del gas qatarino, anche gli impianti di fertilizzanti in Pakistan e Bangladesh stanno chiudendo. Il World Food Programme stima che la guerra potrebbe spingere 45 milioni di persone in più nell’insicurezza alimentare acuta, mentre l’Asia si prepara alla semina monsonica. Ma non esistono riserve strategiche di fertilizzanti paragonabili a quelle petrolifere. In Italia, secondo Coldiretti, l’urea ha registrato rincari del 35 per cento, con maggiorazioni superiori ai 200 euro a tonnellata, e i costi di produzione agricola sono saliti fino al 30 per cento.
Zolfo
Lo zolfo non si estrae dalle miniere, è un gas che si ricava dalla raffinazione di petrolio o gnl. Il Golfo ne produce il 44 per cento del totale mondiale, quasi il doppio della sua quota negli idrocarburi. Il problema è che l’acido solforico serve a trasformare la roccia fosfatica in fertilizzante. Così, senza zolfo, mancano sia i fertilizzanti azotati (urea) sia quelli fosfatici. Ma l’acido solforico è indispensabile anche per estrarre rame, cobalto e nichel, tutti metalli chiave per la transizione energetica e per la produzione di batterie, cavi, pannelli solari.
Oro
L’oro ha perso circa il 16 per cento dall’inizio della guerra, oggi in calo per la quarta settimana consecutiva. In una guerra ci si aspetterebbe una corsa al bene rifugio, eppure la scorsa settimana ha segnato il peggior tonfo nell’arco di sette giorni dal 1983 (-11 per cento). L’impennata del petrolio ha riacceso le aspettative di inflazione e il mercato non prezza più tagli dei tassi della Fed nel 2026. I rendimenti reali dei Treasury sono saliti al 4,2 per cento, il dollaro si è rafforzato, e l’oro, che non paga interessi, è diventato meno attraente. A questo si aggiungono le vendite forzate come i grandi deflussi dagli etf auriferi, che segnalano come gli investitori (anche privati) stiano vendendo l’asset più liquido per coprire perdite subite altrove nei loro portafogli di investimento.
Elio e semiconduttori
Nella fabbricazione dei chip più avanzati l’elio viene soffiato sul retro dei dischi di silicio durante la litografia per raffreddarne la temperatura nel processo di stampa; altrimenti, il chip esce difettoso. Non esiste un sostituto pronto ed economico. Il Qatar produce circa un terzo dell’elio mondiale come sottoprodotto del gnl, e gli attacchi iraniani a Ras Laffan hanno messo fuori uso il 17 per cento della capacità qatarina per almeno 3 anni. La Corea del sud importa il 65 per cento del suo elio dal Qatar: Samsung e SK Hynix, che producono circa due terzi dei chip di memoria del mondo, hanno scorte per qualche mese ma stanno già cercando fonti alternative. Taiwan importa tra il 60 e il 70 per cento dell’elio dal Golfo e ospita Tsmc, che fabbrica il 90 per cento dei chip avanzati al mondo.
Acqua e desalinizzazione
La desalinizzazione fornisce la quasi totalità dell’acqua potabile in Qatar (99 per cento), Bahrain (oltre il 90) e Kuwait (90), e quote rilevanti in Oman, Arabia Saudita ed Emirati. Più di 400 grandi impianti si affacciano sulle coste del Golfo Persico, a poche decine di chilometri dall’Iran che ha già colpito un impianto in Bahrain. Gli Emirati, per esempio, disporrebbero di riserve per appena due giorni di consumo normale. Un rapporto della Cia del 2010 avvertiva che la perdita di un singolo grande impianto avrebbe potuto costringere Riad all’evacuazione nel giro di una settimana. L’Arabia Saudita ha costruito alcuni serbatoi strategici, ma di capacità limitata. Bahrain, Kuwait e Qatar invece non hanno capacità di stoccaggio sufficiente a reggere interruzioni significative.