“Voglio una data”. La richiesta di Zelensky per l'adesione all'Ue ai leader europei a Kyiv, solidali ma a mani vuote

David Carretta

Kyiv è entrata nel quinto anno di guerra e punta a una corsia preferenziale e all’ingresso entro il 2027. Così mette gli europei di fronte alle loro responsabilità. Ma António Costa e von der Leyen parlano di merito e gradualità, tra veti ungheresi e timori interni ai ventisette. Non mancano soluzioni creative

Bruxelles. Sull’adesione all’Unione europea “voglio una data”, ha detto il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, in un’intervista al Financial Times alla vigilia del quarto anniversario dell’aggressione su larga scala della Russia. “Una data chiara per l’adesione dell’Ucraina, l’anno 2027, è molto importante per noi. E spero fattibile”, ha ribadito Zelensky ieri durante una conferenza stampa con la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e quello del Consiglio europeo, António Costa. L’Ucraina è entrata nel quinto anno di guerra. L’Ue e i suoi stati membri sono di nuovo in difficoltà, costretti a inseguire gli eventi sul campo di battaglia e nelle trattative tra Donald Trump e Vladimir Putin. I due leader delle istituzioni europee sono arrivati a Kyiv con molte parole di solidarietà, ma a mani vuote, dopo che l’ungherese Viktor Orbán ha bloccato il prestito da 90 miliardi necessario all’Ucraina per continuare a difendersi.

  

Orbán ha anche bloccato, con lo slovacco Robert Fico, il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Von der Leyen ha assicurato di avere “diverse opzioni” per andare avanti con il prestito “in un modo o nell’altro”. Costa ha chiesto a Zelensky di accelerare la riparazione dell’oleodotto Druzbha, danneggiato dai bombardamenti della Russia, ma che Orbán e Fico usano come pretesto per paralizzare l’Ue sull’Ucraina. Da oltre un anno i leader europei hanno anche accettato di partecipare alla pantomima di negoziati condotti da Trump perché, pur sapendo che non porterà la pace, sono convinti di non potercela fare da soli, senza gli Stati Uniti. Nella riunione in videoconferenza della coalizione dei volenterosi ieri è emerso un po’ di realismo. “Sono molto scettico, per usare un eufemismo, sul fatto che riusciremo a ottenere una pace a breve termine”, ha detto il presidente francese, Emmanuel Macron: “Dobbiamo essere lucidi. Non c’è alcuna volontà da parte russa di avere la pace”. Secondo il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, “questa guerra finirà solo quando Putin si renderà conto di non poter vincere”.

 

Insistendo sulla data per l’adesione all’Ue, Zelensky ha messo gli europei di fronte alle loro responsabilità su ciò che possono fare da soli. L’ingresso dell’Ucraina è forse una delle poche decisioni totalmente sovrane, che i ventisette possono prendere senza dover chiedere nulla a nessuno. Non si tratta dei sistemi Patriot che l’Europa non produce. Non si tratta dell’intelligence che gli americani continuano a fornire. Non si tratta nemmeno dei soldi che gli europei devono prendere in prestito perché temono i rischi di usare gli attivi sovrani russi congelati. E’ una decisione politica fondamentale, che riporta alle origini della guerra nel 2014. E’ ciò per cui gli ucraini si sono battuti a Maidan dopo il rifiuto del filorusso Viktor Janukovychč (su ordine di Putin) di firmare l’accordo di associazione con l’Ue. E’ ciò per cui combattono da quattro anni contro un esercito infinitamente più potente. E’ ciò per cui sopportano i bombardamenti di missili e droni russi. Ma – come ha ricordato Zelensky – è anche ciò che Putin ha sempre cercato di bloccare. Con l’annessione della Crimea, il separatismo nel Donbas e l’invasione su larga scala del 2022. “Vogliamo una corsia preferenziale per l’adesione”, ha detto il presidente ucraino. “So che Putin bloccherà la nostra adesione in futuro” perché non concepisce l’Ucraina come “un paese europeo”. Il leader russo lo ha già fatto con l’adesione alla Nato. Sull’adesione “dividerà l’Europa”.

  

La risposta di von der Leyen e Costa è stata fredda e tecnocratica. “L’Ucraina è sulla buona strada per diventare membro dell’Ue”, ma “questo è un processo basato sul merito” e “la velocità dipende dal paese candidato”, ha spiegato la presidente della Commissione. Von der Leyen si è detta “fiduciosa”, ha promesso “incoraggiamento”, ma fissare una data “per parte nostra non è possibile”. Costa è stato meno categorico, limitandosi a evocare “progressi nel futuro prevedibile”. In realtà, il processo è in stallo a causa di un altro veto di Viktor Orbán, che non permette di aprire i capitoli negoziali con l’Ucraina. Le elezioni legislative in Ungheria del 12 aprile potrebbero portare a una svolta, se Orbán perderà il potere. Ma alcuni leader europei sono timorosi delle loro opinioni pubbliche interne. Non mancano soluzioni creative. Alcuni stati membri spingono per un’adesione politica e parziale dell’Ucraina: entrare nell’Ue, ma senza diritto di veto e con lunghi periodi transitori prima di partecipare alle politiche più sensibili come l’agricoltura o la coesione. Nella primavera del 2022 era stato Mario Draghi, all’epoca presidente del Consiglio in Italia, a convincere i timorosi Olaf Scholz ed Emmanuel Macron a concedere lo status di paese candidato all’Ucraina. Quella decisione ha dato forza all’Ucraina per difendersi per quattro anni.