La saga Nord Stream tra propaganda e giustizia

Giulia Pompili

Dopo le esplosioni del 2022, la vicenda del sabotaggio dei gasdotti al centro della propaganda filorussa. Gli arresti dei sospetti ucraini e le accuse del Cremlino per minimizzare le operazioni della sua flotta fantasma. L'Ucraina: non stiamo interferendo

Nelle ultime settimane di provocazioni e atti ostili contro l’Europa da parte della Russia, con le numerose violazioni dello spazio aereo attraverso droni e almeno in un caso anche con tre Mig, la propaganda filorussa ha più volte rilanciato il Nord Stream come caso di scuola delle false accuse  contro Mosca. Ma l’indagine che ne è seguita e le ultime evoluzioni della cronaca dimostrano in realtà l’avvicinamento dell’Ucraina a un sistema di trasparenza ed equiparabile a quello occidentale, e il maldestro tentativo da parte della propaganda russa di minimizzare le proprie azioni di guerra ibrida. 

 

Il 26 settembre del 2022 alcune esplosioni sott’acqua danneggiarono tre delle quattro linee dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel Mar Baltico, vicino all’isola danese di Bornholm, in quello che venne descritto come un sabotaggio. All’inizio molti sospetti erano ricaduti automaticamente sulla Russia, ma poi l’indagine su quei danneggiamenti andò avanti. La Germania, che ha parte della proprietà del gasdotto, individuò un gruppo di cinque sospettati ucraini che, secondo le ricostruzioni dei media, volevano fare un’azione di forza per terminare la collaborazione energetica fra l’Europa occidentale e il Cremlino. A metà settembre la Corte d’appello di Bologna aveva dato il via libera all’estradizione in Germania del 49enne ucraino Sehrii Kuznetsov, arrestato ad agosto a Rimini su mandato internazionale perché sospettato di essere uno degli autori del sabotaggio. Ma l’uomo, che nega il suo coinvolgimento, sarebbe ancora attualmente in Italia in attesa di ulteriori azioni. Il 30 settembre scorso è stata la Polonia ad arrestare un altro cittadino ucraino, Volodymyr Z., sospettato di aver partecipato al sabotaggio – l’uomo sarebbe un istruttore subacqueo, sarebbe partito da Rostock su uno yacht nel Baltico, e sarebbe stato lui a immergersi per piazzare gli esplosivi sui gasdotti. Della vicenda si sta parlando molto: la difesa del sospettato sostiene inoltre che la guerra e il fatto che i gasdotti siano di proprietà della società statale russa Gazprom renderebbe difficile perseguire chiunque abbia preso parte al sabotaggio. Ma martedì scorso ha parlato del caso anche il primo ministro polacco Donald Tusk durante una conferenza stampa: “Dal nostro punto di vista, le uniche persone che dovrebbero vergognarsi e tacere sulla questione del Nord Stream sono coloro che hanno deciso di costruirlo”, ma poi ha aggiunto che la decisione comunque spetterà ai giudici polacchi e che il governo non ha nessuna intenzione di interferire. Subito dopo anche l’ambasciatore ucraino in Polonia, Vasyl Bodnar, è stato costretto a ribadire l’ovvio, e cioè che “si tratta di una questione giudiziaria di competenza polacca. Non stiamo interferendo perché si tratta semplicemente di un caso giudiziario. Tutto dipende dalla giustizia”. 

 

Il sabotaggio del Nord Stream continua a essere centrale nella manipolazione della narrazione del Cremlino. A fine settembre il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov aveva detto che la Russia “vorrebbe partecipare alle indagini sull’attacco al gasdotto, ma tutte le nostre proposte in tal senso sono state respinte”. L’accusa è quella di una indagine giudiziaria, quella tedesca, non sufficientemente indipendente e naturalmente anche dello zampino americano, perché “senza il consenso dell’Amministrazione Biden negli Stati Uniti, tali azioni da parte dell’Ucraina sarebbero state impossibili”. 

  

C’è un fatto acclarato però: se un gruppo di ucraini ha compiuto o no un reato lo deciderà la magistratura tedesca, perché tutti i paesi coinvolti nel sabotaggio del gasdotto stanno collaborando con le autorità. Coloro che probabilmente non subiranno mai un processo giusto sono i sabotatori russi, e le decine di imbarcazioni della cosiddetta flotta fantasma legata al Cremlino che monitorano i fondali dei mari europei, tranciano cavi e minacciano la sicurezza. La scorsa settimana il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto all’Europa di procedere con azioni coordinate e più efficaci per cercare di fermare le navi che la Russia usa, tra le altre cose, per eludere le sanzioni occidentali. Tre giorni fa è stato il governo della Danimarca ad annunciare nuovi controlli  sulle navi che transitano nei suoi mari, e soprattutto su quelle che si fermano al porto di Skagen, nel nord del paese, uno dei più trafficati dell’intera regione e crocevia fondamentale per la flotta fantasma del Cremlino. La Danimarca cerca di usare la scusa di ridurre i rischi derivanti da navi vecchie e con scarsa manutenzione per identificare la flotta di navi che fa parte della guerra ibrida russa. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.