Internet delle mie tasse

Gli utenti italiani di Twitter hanno soprannominato la settimana appena cominciata la “kill internet week”. Il motivo è che in questi giorni si stanno concentrando novazioni normative, sotto forma di emendamenti alla Legge di stabilità, provvedimenti e regolamenti che, messi insieme, rischiano di fare retrocedere l’innovazione tecnologica, dicono i critici. A partire dalla cosiddetta Web tax con la quale si vuole imporre l’obbligo di acquistare pubblicità online solo da chi ha la partita Iva italiana. In pratica si vorrebbero costringere Google o Amazon, che hanno sede fiscale in paesi a regime agevolato, a diventare imprese italiane, per poi tassarle.
16 DIC 13
Ultimo aggiornamento: 22:49 | 10 AGO 20
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Gli utenti italiani di Twitter hanno soprannominato la settimana appena cominciata la “kill internet week”. Il motivo è che in questi giorni si stanno concentrando novazioni normative, sotto forma di emendamenti alla Legge di stabilità, provvedimenti e regolamenti che, messi insieme, rischiano di fare retrocedere l’innovazione tecnologica, dicono i critici. A partire dalla cosiddetta Web tax con la quale si vuole imporre l’obbligo di acquistare pubblicità online solo da chi ha la partita Iva italiana. In pratica si vorrebbero costringere Google o Amazon, che hanno sede fiscale in paesi a regime agevolato, a diventare imprese italiane, per poi tassarle. Autorevoli osservatori, stranieri e non, sono preoccupati: si rischia di allontanare gli investitori internazionali che guardano all’Italia. Il ministero dell’Economia ha dato parere negativo. La Commissione europea sarebbe scettica: si tratta di una fuga in avanti dell’Italia rispetto agli altri paesi, che limiterebbe la libera circolazione di capitali, pilastro dell’Ue. La proposta non è condivisa nemmeno dal Partito democratico che pure l’ha avanzata su iniziativa del senatore Francesco Boccia. Il neo segretario del Pd, Matteo Renzi, si è detto infatti contrario attirandosi le critiche dell’imprenditore Carlo De Benedetti che invece è favorevole: “E’ una questione di equità”, ha scritto ieri su Huffingtonpost.it auspicando che altri paesi prendano “posizioni analoghe” a quella italiana. Tutti i governi occidentali, come noto, sono alla ricerca disperata di gettito fiscale; ma, come dimostra anche il recente flop della Tobin tax, specie nei settori di frontiera è meglio ponderare gli effetti della tassazione. Risponde invece a un principio condivisibile l’idea (apparentemente affine) di far pagare agli aggregatori di notizie e ai motori di ricerca, come Google, la ri-pubblicazione dei contenuti giornalistici al fine di remunerare gli editori che li “producono”. Il meccanismo è inserito nel decreto Destinazione Italia ma è farraginoso: serve un accordo tra chi diffonde un contenuto e l’editore e, inoltre, fa dell’Agcom – autorità che vigila sulle telecomunicazioni – il giudice delle controversie. Su questo tema anche De Benedetti, editore del gruppo Espresso, si cimentò per tempo nel 2009, proponendo di spingere le compagnie telefoniche a corrispondere una percentuale agli editori visto che il business in rete, pubblicitario in primis, deriva soprattutto dagli utenti attirati dall’informazione. Ma attenzione: il gettito fiscale “a buon mercato” non esiste.