L’editorialista e l’afro-gender

Si è letto questo: “Il partito repubblicano non è razzista, come Harry Belafonte dice del Tea Party, ma è intimorito dall’espansione del governo, dal secolarismo, dal mainstreaming di quella che una volta era l’avanguardia. Le persone con idee convenzionali devono respingere il riflesso faringeo quando considerano il sindaco di New York, un uomo bianco sposato a una donna nera e con due figli misti. Devo ricordare che la moglie di Bill de Blasio, Chirlane McCray, era lesbica? Questa famiglia rappresenta i cambiamenti culturali in corso in alcune parti – non tutte – dell’America. Per i conservatori, questo non assomiglia al loro paese”.
14 NOV 13
Ultimo aggiornamento: 03:37 | 18 AGO 20
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Si è letto questo: “Il partito repubblicano non è razzista, come Harry Belafonte dice del Tea Party, ma è intimorito dall’espansione del governo, dal secolarismo, dal mainstreaming di quella che una volta era l’avanguardia. Le persone con idee convenzionali devono respingere il riflesso faringeo quando considerano il sindaco di New York, un uomo bianco sposato a una donna nera e con due figli misti. Devo ricordare che la moglie di Bill de Blasio, Chirlane McCray, era lesbica? Questa famiglia rappresenta i cambiamenti culturali in corso in alcune parti – non tutte – dell’America. Per i conservatori, questo non assomiglia al loro paese”. A scriverlo non è un trombone della destra bianca, ma Richard Cohen, elegante editorialista ebreo e progressista, una firma di punta del Washington Post da trent’anni. Nella sua column, diventata virale da quando è stata pubblicata mercoledì, Cohen ha voluto indicare la rivoluzione incarnata da De Blasio, la rivoluzione del meticciato culturale e con essa i cambiamenti demografici degli Stati Uniti. Ma è subito partita una campagna di demonizzazione che ha mostrato, se mai ce ne fosse ancora bisogno, il volto intollerante del politicamente corretto. “Caro Washington Post, per favore licenziate quest’uomo”, scrive l’Huffington Post. Atlantic, Salon, Gawker, Slate e Msnbc.com hanno tutti chiesto la testa del corsivista. Il capo di Cohen al Post, Fred Hiatt, difende il suo giornalista. Per ora. “Anni fa un editor mi disse: ‘Non puoi scrivere questo, sei liberal’”, ha risposto Cohen ai suoi critici. “Ma io non sono dottrinario. Inoltre devo essere provocatorio, far pensare le persone”. Questo dovrebbe fare un giornalista, anziché unirsi al coro afro-gender sulla vittoria di De Blasio.