Gli occupanti sadristi all'interno del Parlamento iracheno (foto Ansa)

iraq

Sadr che occupa il Parlamento di Baghdad è un allarme per l'Iran

Luca Gambardella

Da quando Suleimani è stato ucciso, Teheran non sa più governare l’Iraq. E i sadristi ne approfittano

Le sorti dell’Iraq dipendono da cosa deciderà di fare nelle prossime ore Moqtada al Sadr, il leader del partito sciita nazionalista che da sabato scorso occupa il Parlamento di Baghdad. Se dovesse continuare l’assedio alla Green Zone, dove si trovano le ambasciate e le istituzioni, il rischio più concreto sarebbe quello di una guerra civile contro le milizie filoiraniane. Le foto e i video girati  in questi giorni nell’Aula del Parlamento mostrano scene goliardiche, con gli occupanti che agitano bandiere, fumano sigarette, ridono, mangiano e si scattano selfie seduti ai banchi dei parlamentari. Intanto, all’esterno, i blindati dell’esercito circondano l’edificio e presidiano le strade. Oggi, alcuni gruppi sciiti filoiraniani hanno manifestato contro la prova di forza dei sadristi per le strade della capitale. A guidarli c’era l’ex premier Nouri al Maliki, che Sadr che considera un pupazzo nelle mani dell’Iran. 

 

 

Secondo fonti locali, le forze regolari irachene sarebbero divise su quale schieramento appoggiare. La settimana scorsa, alcuni militari stringevano le mani ai sadristi che entravano in Parlamento e lunedì le camionette hanno chiuso le vie d’accesso alla Green Zone agli uomini della milizia filoiraniana Hashd al Shaabi, il braccio armato del regime di Teheran in Iraq. Per ora, l’obiettivo dell’esercito sembra quello di scongiurare l’inizio di una guerra civile fra sadristi e forze filoiraniane. A sua volta, pur di impedire che si insedi un nuovo governo manipolato da Teheran, Sadr è pronto a mobilitare la sua Compagnia della pace che, a dispetto del nome, potrebbe radunare circa 50 mila uomini armati.  

  

Domenica, il clerico ha invocato una “rivoluzione” per cambiare la Costituzione e rimuovere il farraginoso sistema confessionale che da nove mesi impedisce la formazione di un governo. In un tweet ha anche citato l’imam Hussein, terzo imam dello sciismo e nipote del Profeta, condannando “chiunque ci ascolterà ma non risponderà”. Sebbene l’ultimo leader sciita a ricordare questa frase sia stato Khomeini, Sadr ha dimostrato invece di essere piuttosto un eclettico e carismatico leader populista. Durante gli ultimi 20 anni ha combattuto contro il regime di Saddam Hussein, poi contro gli americani – che nel 2004 hanno anche emesso un mandato di arresto contro di lui – infine contro lo Stato islamico. Quindi è entrato in politica, prima alleandosi con i comunisti e i secolaristi, poi intercettando il malcontento generale per una classe politica corrotta e pilotata dalle forze straniere, sposando il nuovo mantra nazionalista: né con gli Stati Uniti, né con l’Iran – nonostante con Teheran mantenga ancora oggi legami stretti, dato che molti suoi parenti vivono lì. I suoi elettori appartengono alle classi più povere, deluse dall’élite che si è dimostrata incapace di trarre beneficio dell’aumento mondiale del prezzo del greggio, pur essendo alla guida del secondo produttore mondiale. I sostenitori di Sadr sono anche molto religiosi e non è un caso che i giorni della rivolta coincidano con il mese sacro del Muharram, che culminerà l’8 agosto con l’Ashura, in cui si commemora proprio la morte dell’imam Hussein. Secondo i leader sciiti, una degna celebrazione dell’evento consiste nel ribellarsi ai dominatori. 

 

Oggi, uno dei dominatori dell’Iraq è Teheran. L’ex comandante della milizia Hashd al Shaabi, Abu Mahdi al Muhandis, fu ucciso nel 2020 a Baghdad dagli americani insieme all’allora capo delle brigate iraniane al Quds, Qasem Suleimani, l’architetto dell’Asse della resistenza a guida iraniana nel medio oriente. Dai tempi di Suleimani, l’obiettivo dell’Iran è  quello di tenere unite le tante anime delle forze politiche sciite del paese, installando un governo facilmente controllabile da Teheran. Ma dopo la sua morte, il progetto è entrato in crisi. La galassia dei partiti sciiti ha cominciato a sfaldarsi, lasciando spazio a Sadr e aumentando il rischio di scontri intrasettari. Perdere l’influenza nel paese sarebbe un disastro per il regime degli ayatollah: soprattutto, significherebbe complicare la continuità territoriale verso la Siria e il Libano, dove le milizie alleate di Hezbollah hanno bisogno di continui rifornimenti. La nuova leadership delle forze al Quds non sta dimostrando le stesse abilità di Suleimani. Lo scorso gennaio, l’attuale comandante, Esmail Qaani, aveva incontrato Sadr per convincerlo a formare un governo con gli sciiti filoiraniani ed evitare una guerra civile. Missione fallita, perché Sadr ha ugualmente deciso di abbandonare il Parlamento e di portare la rivolta per le strade. Sembra che anche mercoledì scorso, durante l’irruzione dei sadristi nella Green Zone, Qaani fosse a Baghdad per tentare di riorganizzare le forze filoiraniane. Ma l’esito della missione sarebbe fallito nuovamente. 

Di più su questi argomenti:
  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it