la guerra del terrore

L'attacco contro il centro commerciale a Kremenchuk è un altro crimine di guerra

Micol Flammini

Putin lancia oltre 60 missili su obiettivi civili, ben fuori dal Donbas. In Ucraina la Russia non ha regole né confini, punta a intimidire e creare panico a Kyiv e in tutto l’occidente

Mosca ha colpito con un attacco missilistico un centro commerciale a Kremenchuk, nella regione di Poltava. La città, sulle sponde del fiume Dnipro, fa parte dell’Ucraina centrale e non ha alcun valore militare. Il centro commerciale era pieno di cittadini, non ospitava strutture militari o depositi di armi, l’unico obiettivo era prendere di mira i circa mille civili al suo interno. L’edificio era molto frequentato, si trova nelle vicinanze della stazione ferroviaria, ed è improbabile considerare l’attacco un errore:  due missili  hanno colpito l’edificio e anche se l’obiettivo, come ritengono alcuni analisti, fosse la stazione, la natura dell’attacco rimane deliberata e brutale. Un crimine. Il personale sanitario e i vigili del fuoco di Kremenchuk hanno chiesto aiuto alle località vicine per i soccorsi. La città, che in tempo di pace contava poco più di duecentomila abitanti, è sede di una delle più grandi raffinerie di petrolio dell’Ucraina ed   è stata colpita altre volte durante la guerra, si è   ritrovata a far fronte a quello che potrebbe essere il bombardamento  con più morti e feriti dall’inizio della guerra. Durante il fine settimana la Russia ha lanciato oltre sessanta attacchi missilistici contro località lontane dalla prima linea del Donbas, colpendo  edifici residenziali a Kyiv e nella città portuale di Odessa. 

 

Nonostante la Russia abbia dichiarato già a marzo che il suo obiettivo è “liberare” il Donbas, spara i suoi colpi contro tutto il territorio dell’Ucraina, sta combattendo una guerra senza regole e senza confini seguendo il copione degli stati terroristi. Dall’altra parte, invece, gli ucraini le regole le hanno eccome: hanno ricevuto i lanciarazzi Himars dietro alla promessa fatta agli americani di non colpire il territorio russo, e la paura che le armi occidentali vengano usate dentro ai confini di Mosca è ancora un deterrente per l’invio di nuovi aiuti. Kyiv combatte contro una nazione che continua a utilizzare la strategia del panico contro i civili, che fa annunci inaffidabili e che non soltanto combatte la sua guerra contro l’Ucraina ma utilizza il paese anche per fare guerra alle potenze occidentali: mentre il presidente americano Joe Biden era a Varsavia a fine marzo, la Russia ha bombardato vicino al confine polacco; quando il segretario delle Nazioni Unite António Guterres era a Kyiv, Mosca ha preso di mira la capitale ucraina; e anche gli attacchi del fine settimana sono stati interpretati  come segnali di Vladimir Putin contro i leader occidentali che stanno preparando il grande vertice Nato a Madrid che potrebbe cambiare la strategia dell’Alleanza atlantica. 

 

Non si tratta di errori, colpire gli edifici residenziali è una strategia del Cremlino, non rispettare le regole di guerra fa parte del suo modo di combattere, colpire un centro commerciale è un atto per intimidire e abbattere il morale e il crimine di Kremenchuk non è stato il primo di questo genere: l’8 aprile un razzo russo è caduto su una stazione ferroviaria di Kramatorsk, piena di profughi in fuga dal Donbas e anche allora non si trattò di un errore ma di un piano. Il terrore è parte della strategia di guerra di Mosca  e ora che Putin ha deciso di cambiare la leadership militare, la situazione potrebbe soltanto peggiorare. Non sarà più il generale Aleksander Dvornikov a coordinare le operazioni militari nel Donbas, ma il presidente russo ha confermato una nuova struttura di comando, una triade composta da Gennady Zhidko, comandante delle forze russe; Aleksander Lapin, comandante del raggruppamento centrale e Sergei Surovikin, comandante del raggruppamento meridionale. I tre ambiscono a diventare capo di stato maggiore e Surovikin finora sembra avere più possibilità degli altri. Il capo del Cremlino ha trasformato le nomine in una gara tra generali che per dimostrare di meritare cariche più alte potrebbero aumentare le brutalità in guerra. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Sul Foglio cura con Paola Peduzzi l’inserto EuPorn in cui racconta il lato sexy dell’Europa, ed è anche un podcast.