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L'Ue trova l'accordo sull'embargo al petrolio russo, ma accontenta Viktor Orbán

Nella notte si chiude l'intesa: tra sei mesi stop a circa due terzi delle forniture da Mosca. Ma c'è un'esenzione totale per l'Ungheria e deroghe per Bulgaria e Croazia. Salta il divieto per le navi europee di trasportare greggio 

Dopo aver tenuto in ostaggio il sesto pacchetto di sanzioni dell'Unione europea contro la Russia per quattro settimane, ieri Viktor Orbán ha ottenuto tutto ciò che voleva sull'embargo sul petrolio e forse qualcosa di più: un'esenzione totale per l'Ungheria, grazie a una deroga per gli oleodotti, che in teoria dovrebbe essere temporanea, ma che potrebbe durare per sempre. E' questa la sostanza dell'accordo raggiunto poco prima di mezzanotte dai capi di stato e di governo nella prima giornata del Consiglio europeo. L'embargo "copre immediatamente più dei due terzi delle importazioni petrolifere dalla Russia, tagliando un'enorme fonte di finanziamento per la sua macchina da guerra", ha detto il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, rivendicando "l'unità" dell'Ue. Ma l'unità ha un prezzo: Orbán è stato premiato per il suo “free oil riding”. Il primo ministro ungherese ha avuto anche garanzie che riceverà petrolio dagli altri stati membri, o potrà importarlo via mare, se ci sarà un'interruzione delle forniture di greggio dalla Russia.

Il sesto pacchetto di sanzioni si è ridotto in modo consistente rispetto alla proposta presentata dalla Commissione: l'embargo entrerà in vigore solo tra sei mesi, con altre eccezioni (oltre agli oleodotti) per Bulgaria e Croazia; il divieto per le navi europee di trasportare greggio russo è saltato, così come la vendita di beni immobili nell'Ue per i cittadini russi; il divieto di fornire assicurazioni e altri servizi alle petroliere che trasportano petrolio dalla Russia sarà applicato solo tra sei mesi. Nel pacchetto restano sanzioni contro i trust, l'esclusione dal sistema di pagamenti internazionali Swift di Sberbank e altre due banche, il divieto per tre emittenti televisive di proprietà dello stato di trasmettere nell'Ue e più di altri 100 oligarchi, funzionari e militari nella lista nera dell'Ue. L'adozione formale del pacchetto dovrebbe avvenire nei prossimi giorni. Probabilmente già domani nella riunione degli ambasciatori al Coreper.

"Saluto positivamente l'accordo al Consiglio europeo sulle sanzioni sul petrolio contro la Russia. Questo taglierà di fatto circa il 90 per cento delle importazioni petrolifere dalla Russia entro la fine dell'anno", ha detto la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Nei suoi calcoli sul 90 per cento rientra anche il petrolio russo destinato alla Germania e alla Polonia attraverso il ramo nord del gasdotto Druzhba. I due paesi si sono impegnati a rinunciare al greggio dalla Russia entro la fine dell'anno. Del resto la tempistica dell'embargo è stata ritagliata su misura delle esigenze del governo di Olaf Scholz, che già a marzo aveva annunciato l'intenzione di uscire dal petrolio russo entro la fine dell'anno. Diversi stati membri sono irritati con von der Leyen per come ha gestito il sesto pacchetto di sanzioni. L'annuncio dell'embargo sul petrolio a inizio maggio è stato considerato prematuro, dato che alcune capitali non erano state consultate in modo appropriato sulle loro esigenze. La Commissione non è riuscita a convincere Orbán a togliere il suo veto, nonostante l'offerta di centinaia di milioni di euro. Orbán ieri ha accusato la Commissione di "comportamento irresponsabile".

Alla fine è stato Michel a prendere l'iniziativa di cercare un'intesa sul sesto pacchetto di sanzioni, con l'esclusione degli oleodotti. A Davos Von der Leyen aveva detto che non ci sarebbe stato accordo al Consiglio europeo. Anche ieri si è detta scettica, dopo una prima intesa di principio tra gli ambasciatori dei 27. La lotta tutta interna al microcosmo dell'Ue tra von der Leyen e Michel continua. Dalle cifre diverse fornite nei tweet (due terzi contro il 90 per cento) ai messaggi indirizzati alla stampa su chi conduce i negoziati, passando dall'ottimismo e pessimismo sulle trattative, la presidente della Commissione e il presidente del Consiglio europeo hanno dimostrato ancora una volta di non essere in grado di convivere pacificamente.
 

Eppure, mai come ora servirebbe armonia e comunità di intenti tra le istituzioni dell'Ue e i suoi stati membri. La guerra di Vladimir Putin in Ucraina si avvicina al suo "giorno cento" e si è trasformata in un conflitto lungo. Sul Foglio spieghiamo che il pasticcio dell'embargo sul petrolio dimostra che quella dell'Ue è una "unità Potemkin": come i villaggi di cartapesta per viaggio in Crimea di Caterina II, dietro alla facciata si nascondono crepe sempre più ampie sulla strategia da tenere di fronte alla guerra. L'Ue è divisa tra falchi e colombe sulla possibilità di negoziati con Putin o cessate il fuoco. E' toccato al presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ricordarlo intervenendo al Consiglio europeo in videoconferenza: "L'Europa deve mostrare forza, perché la Russia capisce solo la potenza come argomento. E' tempo di non essere divisi (...). I litigi in Europa devono finire. Le dispute interne incoraggiano solo la Russia a fare più pressione" sull'Ue.


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