Spy story e non solo

Assalto alla Corea del nord

Ritratto di un ex marine e del gruppo misterioso che aiuta le persone a scappare dal regime

Giulia Pompili

Il diplomatico sparito a Roma. Il raid all’ambasciata di Madrid. La fuga del nipote di Kim Jong Un. I Free Joseon rischiano grosso. Quando l’attivismo diventa reato

Christopher Ahn mette un piede sul tavolo della sua casa a Los Angeles, e mostra al suo ospite l’apparecchio elettronico che monitora gli spostamenti che fa da quando è fuori su cauzione. Quel dispositivo di sorveglianza, fissato alla caviglia sinistra di un veterano del corpo dei Marine dall’aria pacifica, significa molto. E’ il simbolo dell’attivismo che diventa reato, del lato oscuro delle buone intenzioni, di tutto il fumo che avvolge le operazioni che riguardano la Corea del nord. L’ospite di Christopher Ahn è  Max Boot, intellettuale e storico conservatore nato in Unione sovietica e poi cresciuto in California, che dopo quell’incontro ha scritto un accorato appello sul Washington Post firmato insieme con Sue Mi Terry, ex agente della Cia super esperta di questioni nordcoreane e ora senior fellow al Center for Strategic and International Studies. L’appello recita più o meno così: qualcuno nell’Amministrazione Biden deve fare qualcosa per impedire a questo ex marine di essere condannato, o peggio: di diventare l’obiettivo degli scagnozzi di Kim Jong Un. 


Un ex soldato americano di origini coreane agli arresti domiciliari, seguito pro bono da un team di avvocati, tutti di origine asiatica, di altissimo livello. Un paese europeo, la Spagna, che ne chiede l’estradizione per processarlo: è accusato di sei reati, tra cui sequestro di persona, rapina con violenza e intimidazione, minacce e criminalità organizzata. La rete diplomatica nordcoreana, quella che di fatto porta avanti gli interessi economici del paese più sanzionato del mondo, azzoppata e spaventata. Un diplomatico che scappa da Londra, un altro che sparisce improvvisamente a Roma. Il fratellastro del leader che viene ucciso all’aeroporto di Kuala Lumpur, e suo figlio che ricompare in un videomessaggio. Sono tutte notizie apparentemente lontane, che si collegano misteriosamente solo molto tempo dopo, azioni di forza ed eclatanti accompagnate a vicende all’apparenza insignificanti. E poi buchi neri dell’intelligence, scontri diplomatici, personaggi che spariscono e ricompaiono, come nei film di spionaggio. 


Nel 2017 Pyongyang era tornata a riempire le pagine dei giornali internazionali per via delle provocazioni militari e dell’atteggiamento dell’allora presidente americano Donald Trump, che aveva deciso di trasformare la Corea del nord nel luogo dove mostrare i suoi muscoli. Nel giro di due anni, ci siamo ritrovati di nuovo a parlare del leader Kim Jong Un per la ragione opposta: l’apertura, il dialogo, il lavorìo diplomatico tra Washington, Seul e Pyongyang. Poi, dopo il fallimento dell’ultimo summit tra America e Corea del nord, quello di Hanoi del febbraio 2019, non sono più arrivate notizie politiche particolarmente rilevanti dal 38° parallelo: la pandemia ha distratto il resto del mondo, e per la paura dei contagi (e della reputazione) Pyongyang ha alzato ancora di più il livello di protezione dei suoi confini, e la già difficile circolazione degli stranieri all’interno del suo territorio si è praticamente azzerata. Eppure, è tutto quello che succede nei momenti in cui siamo distratti da altro che contribuisce a creare le notizie più importanti che riguardano la Corea del nord. 

 


“Ma questo non è un film. Riguarda la mia vita”, ha detto un paio di settimane fa Christopher Ahn al giornale sudcoreano Kukmin Ilbo, che lo è andato a cercare nella sua casa di Los Angeles e gli ha fatto un’intervista che è durata “circa sette ore”. Il 25 maggio prossimo ci sarà la decisione finale del giudice americano che ha seguito il suo processo di estradizione in Spagna. Ahn è l’unico indagato in una delle vicende più bizzarre che abbiano mai riguardato la Corea del nord in Europa. 


E’ il 22 febbraio del 2019. Alle 16 e 34 un uomo suona il citofono al numero 43 di via Darío Aparicio, a Madrid. E’ la sede dell’ambasciata nordcoreana in Spagna, un posto particolarmente importante per la leadership di Pyongyang, perché a Madrid la Corea del nord ha numerosi interessi  – primo fra tutti un cittadino spagnolo Alejandro Cao de Benós, fondatore della Korea Friendship Association, una specie di ambasciatore occidentale dei traffici oscuri di Pyongyang in Europa. A suonare il citofono è Adrian Hong Chang, cittadino messicano di origini coreane residente negli Stati Uniti.  Si presenta come Matthew Chao, dice di voler incontrare l’attaché commerciale Yun Suk So, responsabile di un’azienda che si chiama Baron Stone Capital e che vuole fare affari con Pyongyang. Aveva incontrato So quindici giorni prima, e secondo diverse testimonianze era stato mandato via senza ottenere un ulteriore incontro.  Adrian Hong, alias Matthew Chao, ora era tornato per “consegnare un regalo”. Il funzionario dell’ambasciata si allontana dalla porta, va a cercare il suo superiore, e nel giro di pochi minuti Adrian Hong fa entrare nel perimetro dell’edificio un gruppo di persone incappucciate – undici in tutto, secondo la lunga ricostruzione che ha fatto del caso il giudice spagnolo José de la Mata Amaya, molto noto in Spagna per diverse inchieste diventate particolarmente mediatiche. Il gruppo entra dentro all’edificio dell’ambasciata nordcoreana, e da lì quello che succede non è ancora chiaro.  Secondo le testimonianze dello staff nordcoreano, per le successive quattro ore la moglie e il figlio di otto anni sono rimasti chiusi in una stanza, controllati da uno degli assalitori. Gli altri quattro diplomatici vengono incappucciati e ammanettati nell’atrio dell’ambasciata, Yun Suk So viene portato nel seminterrato. Circa un’ora dopo l’ingresso del gruppo, una donna riesce a scappare dalla finestra, scende in strada e chiede aiuto. I vicini chiamano la polizia, che nel giro di poco tempo raggiunge la donna ma non riescono a comunicare tra loro: le Forze dell’ordine spagnole non hanno interpreti dal coreano, cercano di capire attraverso internet le parole scomposte della donna sotto choc, si interrogano sulla sua salute mentale. Nel dubbio la polizia, che per legge non può fare irruzione dentro a un’ambasciata, suona il citofono, e risponde Adrian Hong: “Va tutto bene”.  Yun Suk So è ancora nel seminterrato, e secondo quanto raccontato da lui alla polizia, gli assalitori volevano che disertasse: “Diventerai ambasciatore del nuovo governo della Corea del nord”. Ma niente va come previsto. 


Yun Suk So fa resistenza (secondo la difesa degli americani, per qualche ragione, senza avvertire i suoi “salvatori”, ci ripensa: non vuole più disertare) e così il  gruppo decide di abbandonare l’operazione. Portano via tutti i dispositivi elettronici, salgono sulle automobili dell’ambasciata, quelle con targa diplomatica, e scappano. Fuori la polizia non può fermarli. Le automobili verranno ritrovate abbandonate, qualche ora dopo fuori Madrid.  

 

Le immagini di sorveglianza riprendono Ahn davanti all'ambasciata nordcoreana di Madrid


Le immagini di videosorveglianza dell’ambasciata riprendono il volto scoperto di Christopher Ahn poco prima di entrare in ambasciata. 
In un primo momento la polizia spagnola pensa a un attacco per motivi di spionaggio: l’ambasciatore nordcoreano a Madrid si chiama Kim Hyok Chol. Nel 2017, come molti altri ambasciatori in Europa, compreso quello a Roma, è stato espulso dal paese in reazione alle provocazioni missilistiche e nucleari nordcoreane. Subito dopo,  Kim Hyok Chol è diventato uno degli uomini chiave delle trattative sulla denuclearizzazione tra America e Corea del nord (tanto che dopo il fallimento del summit Hanoi, la stampa internazionale lo aveva dato per morto, e invece è vivo e vegeto). Insomma: Kim è un uomo che sa un sacco di cose, e le sapeva anche prima della sua espulsione dalla Spagna. 


Pyongyang definisce l’attacco a Madrid “un attentato terroristico”. Tre giorni dopo, compare su YouTube un video-comunicato: il gruppo Free Joseon rivendica l’operazione, ma nega che ci sia stata alcuna violenza. Soprattutto dà un’altra versione dei fatti: è stato Yun Suk So a chiamarci, perché voleva disertare, e voleva che sembrasse un rapimento per evitare che la sua famiglia in Corea del nord subisse ritorsioni per la sua decisione. Chi si occupa di faccende nordcoreane riunisce i puntini: tutti conoscono i Free Joseon (Joseon è l’antico regno di Corea). “E’ un gruppo radicale, sono persone che puoi chiamare fanatici o eroi, a seconda del tuo punto di vista”, ha detto Andrei Lankov, analista tra i più importanti sulla Corea, al Guardian qualche tempo fa. I Free Joseon nascono in California, nell’enorme comunità coreana della costa ovest degli Stati Uniti. Appaiono online per la prima volta con un sito internet particolarmente oscuro e un altro nome, Cheollima Civil Defense (il cheollima è il cavallo alato della tradizione mitologica nordcoreana). Il 13 febbraio 2017 Kim Jong Nam, fratellastro del leader Kim Jong Un che viveva a Macao, in Cina, viene assassinato con il gas nervino nel mezzo dell’affollato aeroporto di Kuala Lumpur. I nordcoreani sono i primi indiziati. Due giorni dopo Kim Han Sol, classe 1995, figlio di Kim Jong Nam, appare in un video messaggio sul loro canale YouTube: mostra il suo passaporto per confermare la sua identità, dice di essere scappato con la sua famiglia e di trovarsi in un luogo sicuro grazie a “Chris”, cioè Christopher Ahn, e Adrian, cioè Adrian Hong, quello che poi si rivelerà il leader dei Free Joseon.

 

 Christopher Ahn nelle immagini da Fallujah pubblicate sul sito Freedom Free Joseon


Christopher Ahn e Adrian Hong si sono conosciuti nel 2009, in un bar di San Diego. La loro storia l’ha ricostruita Suki Kim, giornalista che il 23 novembre del 2020 ha pubblicato un lunghissimo articolo sul New Yorker, finora l’unico a raccogliere la testimonianza di Adrian Hong, che vive da fuggitivo perché è ricercato dalle autorità americane, spagnole, e naturalmente nordcoreane. Uno degli attivisti più famosi delle questioni nordcoreane, Hong nel 2004 fonda la LiNK – Liberty in North Korea, un’associazione che aiuta tutt’oggi i disertori nordcoreani a costruirsi una vita fuori dal regime. Si fa un nome anche dentro alle Amministrazioni di George W. Bush e poi di Barack Obama, ma qualche anno dopo molla tutto, cambia numero di telefono, e decide di fare “qualcosa di più significativo”. “Aumentare la consapevolezza delle persone attraverso lezioni universitarie, tour, concerti e vendite di dolci non era sufficiente”, ha detto Hong alla giornalista Suki Kim. “’Salvare i rifugiati attraverso i lavori sottotraccia in Cina e nel sud-est asiatico non era sufficiente. Cercare di convincere i governi a cambiare le loro politiche per fare la cosa giusta non era abbastanza. Quindi ciò che restava era l’azione diretta’. Nel 2010, Adrian dà il via al Cheollima Civil Protection, ma non rende pubblica la sua esistenza”, si legge sul New Yorker. 


Cominciano le azioni. I Free Joseon/Cheollima si muovono fuori dalla penisola coreana. Reclutano esperti, membri dell’élite, attivisti e soprattutto nordcoreani fuggiti dal regime, pronti a fare di tutto per salvare altri come loro. Qualche giorno dopo l’assalto all’ambasciata di Madrid, un anonimo ha pubblicato un articolo su Fox News: “Il 22 febbraio 2019 ero all’interno dell’ambasciata nordcoreana a Madrid. Sono un rifugiato nordcoreano. Dopo essere rimasto orfano da bambino, ho affrontato la fame ogni giorno e sono fuggito da solo in Cina prima di essere catturato, rimpatriato e condannato ai lavori forzati e alla fame in un campo di internamento. Poi sono riuscito a scappare di nuovo, questa volta fino alla libertà e allo status di rifugiato in un paese libero. Quando ho saputo dell’esistenza del gruppo dissidente nordcoreano ‘Provisional Government of Free Joseon’, sono stato sopraffatto dalla gioia e dal sollievo. Finalmente c’erano delle persone che sentivano la responsabilità di fermare i crimini contro l’umanità perpetrati nella mia patria”.

 


Adrian Hong conosce Kim Han Sol. E quando il ragazzo, poche ore dopo l’assassinio di suo padre nel febbraio del 2017, capisce che lui, sua sorella e sua madre sono in pericolo, chiama Adrian.  Il giorno dopo Christopher Ahn incontra la famiglia Kim all’aeroporto di Taipei, mentre Adrian, dagli Stati Uniti, cerca di trovare un paese che accolga i rifugiati illustri. Dopo diciotto ore acquista per tutti un biglietto aereo per Amsterdam, ma vengono fermati al gate. Arrivano due agenti della Cia che vogliono parlare con Han Sol, e Chris su istruzioni di Adrian fa registrare al ragazzo il video per YouTube, poi si accordano per acquistare un nuovo volo verso l’Olanda. Da quel momento in poi, i Free Joseon, come ha raccontato Adrian Hong alla giornalista Suki Kim, perdono le tracce dei parenti più stretti di Kim Jong Un. I Free Joseon sono spesso accusati di essere il braccio armato della Cia per i lavori più sporchi, un collegamento che però loro negano. 

 

 L'ingresso dell'ambasciata nordcoreana a Roma, in Viale dell'Esperanto all'Eur, così come appariva nel settembre 2020


Ma c’è ancora un’altra vicenda, forse perfino più misteriosa, e riguarda il nostro paese. “Una mattina di novembre 2018, il diplomatico più alto in grado  della Corea del nord in Italia lascia l’edificio della sua ambasciata con sua moglie. Dice ai colleghi che va a fare una passeggiata. Al contrario, la coppia sale su una macchina ferma nelle vicinanze e non torna più. Alla guida del veicolo per la fuga quel giorno c’era un membro del gruppo clandestino chiamato Free Joseon”. Inizia così la ricostruzione di Bradley Hope, John Lyons e Alastair Gale pubblicata sul Wall Street Journal un anno fa. Prima di Madrid, i Free Joseon avevano “colpito” a Roma, a viale dell’Esperanto numero 26, in un isolato quartiere dell’Eur. Jo Song Gil svolgeva il ruolo di ambasciatore facente funzioni da quando a ottobre 2017 la Farnesina, all’epoca guidata da Angelino Alfano, aveva deciso di non accreditare il nuovo ambasciatore designato della Corea del nord in Italia. Jo era molto attivo nella comunità italiana che fa affari con la Corea del nord, ma la sua scomparsa, venuta alla luce nei primi giorni del 2019, aveva creato parecchi imbarazzi al governo italiano. 


I giornali sudcoreani scrivevano che Jo aveva chiesto protezione all’Italia, senza riceverla (una richiesta che “non risulta” alla Farnesina). Qualche settimana dopo si è saputo che sua figlia, minorenne di diciassette anni, era stata rimpatriata in Corea del nord. La Farnesina, all’epoca guidata da Enzo Moavero Milanesi, aveva fatto sapere che “il ministero degli Esteri nordcoreano ha informato quello italiano che l’ex incaricato d’Affari Jo Song Gil e la moglie hanno  lasciato l’ambasciata il 10 novembre e che la figlia, avendo richiesto di rientrare nel suo paese dai nonni, vi aveva fatto rientro, il 14 novembre 2018, accompagnata da personale femminile dell’ambasciata”. Una presa d’atto, ma nessuna indagine ulteriore. Secondo le ricostruzioni successive, è possibile che la diciassettenne volesse davvero tornare in Corea del nord, oppure che il gruppo Free Joseon non aveva fatto in tempo a portarla via. Il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano aveva addirittura parlato di un nuovo “caso Shalabayeva”, promettendo: “Chi ha responsabilità pagherà, statene certi”. Il tic dei populisti era naturalmente quello delle operazioni dei servizi segreti italiani e stranieri sul territorio, il deep state, i rettiliani. La protezione alla figlia di Jo Song Gil non era stata assicurata dalle istituzioni italiane, ma nemmeno quella dello stesso diplomatico: secondo l’intelligence sudcoreana, Jo Song Gil è riuscito ad arrivare in Corea del sud soltanto nel luglio del 2019, e durante quei sette mesi avrebbe cercato – presumibilmente con l’aiuto dei Free Joseon – protezione in Italia e “in un paese terzo”. Per molto tempo lui e sua moglie hanno alloggiato in “un posto sicuro” in Italia. 


Ora sappiamo quasi con certezza che dietro la fuga di Jo Song Gil a Roma c’erano Christopher Ahn e Adrian Hong. Secondo gli analisti ascoltati in questi giorni dai media americani, è difficile che gli Stati Uniti decidano di estradare Ahn in Spagna, dove rischia fino a 24 anni di carcere ma soprattutto dove rischia di incontrare “gli squadroni della morte” di Kim Jong Un, come ha scritto Max Boot. Ma non è del tutto impossibile. Il punto è che tutto l’impianto accusatorio dei procuratori spagnoli si basa sulle testimonianze dei nordcoreani, ed è anche per questo che sono nati in America diversi gruppi di supporto per i Free Joseon – compreso un sito, “FREEDOM FOR FREE JOSEON” (www.freefj.is).  
 Del resto, il principale nemico del regime nordcoreano, in questo momento, è un gruppo di attivisti dai metodi militari che opera al confine con la legalità. Tutti buoni motivi per essere preoccupati. 
 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.