Putin torna a Davos
Oggi il discorso (a sorpresa) del presidente russo per riprendere peso dopo aver riproposto a Mosca i metodi bielorussi
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27 JAN 21
Ultimo aggiornamento: 05:16 AM

Lunedì uno degli avvocati della Fondazione anticorruzione (Fbk) di Alexei Navalny ha raccontato di essere stato portato al confine tra Russia e Bielorussia con un sacco sulla testa, di essere stato costretto a varcare il confine e di aver ricevuto un bando dalla Russia che durerà cinque anni. Si chiama Vladen Los, è un cittadino bielorusso che da alcuni anni lavorava con la Fbk, e ha raccontato quello che gli era successo in un video girato una volta arrivato a Minsk. Questo racconto ha in sé qualcosa che già sembrava di aver sentito, qualcosa che lega ancora di più le proteste russe a quelle bielorusse.
Quando la scorsa estate, dopo lo scoppio delle proteste in Bielorussia, Aljaksandr Lukashenka si era rivolto a Vladimir Putin, la sensazione che quello che stava avvenendo a Minsk potesse ripetersi a Mosca sembrava essere una delle preoccupazioni principali del presidente russo. Putin sembrava non volersi immischiare troppo nella situazione bielorussa, mandava segnali contrastanti a Lukashenka, il compagno di hockey, l’alleato inaffidabile, il dittatore che prima delle elezioni aveva arrestato una trentina di omini verdi – i mercenari russi – sul territorio bielorusso e poi era andato da Putin a chiedere aiuto per gestire delle proteste che, dopo quasi sei mesi, vanno avanti con una tenacia che le violenze della polizia non riescono ad abbattere. Con questo alleato fedifrago e arruffone, il presidente russo non ha mai avuto un buon rapporto, ma vederlo correre dietro ai manifestanti suonava come un presagio terribile. La Russia è al suo primo fine settimana di proteste, ne sono state convocate altre per domenica che si preannunciano ancora più grandi, ma il Cremlino ha deciso di reagire come ha fatto Lukashenka, nonostante il dittatore bielorusso avesse suo malgrado fornito al presidente russo un vademecum di errori da non ripetere. Eppure ecco gli stessi metodi, le stesse violenze da parte della polizia di Minsk riproposte a Mosca. La storia di Los, l’avvocato della fondazione di Navalny è uguale a tante altre raccontate dagli oppositori bielorussi che adesso sono in Polonia, in Lituania, tutti portati al confine e costretti ad allontanarsi. Quelle di sabato scorso sono state le più grandi manifestazioni in Russia negli ultimi anni, il Cremlino ha risposto con la repressione e più dura sarà la sua risposta questa settimana, più rischia di rafforzare questo movimento appena nato attorno alla figura di Alexei Navalny.
In estate Lukashenka aveva chiesto a Putin di mandare le sue forze speciali, lo aveva avvertito che se la piazza bielorussa fosse riuscita a prevalere su di lui, la prossima piazza sarebbe stata quella russa e il prossimo a cadere sarebbe stato Putin. Il presidente russo aveva deciso di non rispondere alle richieste di Lukashenka, ma adesso i loro destini sembrano legati. I canti di Minsk si cantano a Mosca, dove spuntano anche bandiere bielorusse.
La reazione contro l’arresto di Navalny e la repressione delle proteste in Russia, da parte dell’Unione europea e degli Stati Uniti è stata ancora meno forte che con la Bielorussia. L’Alto rappresentante per la politica estera, Josep Borrell, ha detto che andrà a Mosca, che ci sono molte cose di cui parlare, e che “questo è un buon momento per dialogare con le autorità russe”. Non verranno applicate nuove sanzioni. Anche gli Stati Uniti di Joe Biden si sono limitati a dire che sono “molto preoccupati”, ma ieri Jake Sullivan, consigliere per la Sicurezza nazionale, al telefono con Nikolai Patrushev, segretario del Consiglio di sicurezza russo, ha discusso dell’estensione del trattato New Start. Putin parlerà oggi al World economic Forum di Davos, al quale non partecipava dal 2009, quando era primo ministro. La sua presenza non era prevista, è stato il portavoce Dmitri Peskov ad annunciarla lunedì e questo arrivo precipitoso a uno dei consessi internazionali più importanti è stato visto come un tentativo da parte di Putin di prevenire l’isolazionismo internazionale a cui le sue azioni rischiano di confinarlo. Nonostante la mancanza di reazioni concrete, il presidente russo ha deciso di cogliere l’occasione per far sentire la sua presenza nel mondo dei leader non soltanto che contano, ma considerati accettabili. Un tuffo nella presentabilità. “L’intervento sarà esaustivo e interessante”, ha detto Peskov, cercando di aumentare la curiosità nei confronti dell’incursione del leader russo a Davos. Cercherà di far sentire il suo peso, il peso della sua politica ormai alienata dentro alla Russia e fuori.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)