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Dispetti e ossessioni di Orbán, disposto a tutto per vincere nel 2022
La legge elettorale per limitare l'opposizione, la riforma della Costituzione per distrarre dalla pandemia, l’acquisto del vaccino russo Sputnik V per contraddire l'Ue. Ci siamo distratti e in Ungheria è successa qualsiasi cosa
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14 NOV 20
Ultimo aggiornamento: 05:24 AM

Il primo provvedimento preso da Viktor Orbán in Ungheria per limitare il propagarsi della seconda ondata di Covid-19 è stato chiudere le frontiere. Era inizio settembre e il numero dei contagiati in aumento ha spinto il primo ministro a fare, ancora una volta, quello che l’Unione europea aveva chiesto di non fare: chiudere unilateralmente e mettere a rischio Schengen. Se è vero che in tutta l’Europa centro-orientale, risparmiata dalla prima ondata, la seconda è più forte e meno controllabile, in Ungheria gli effetti sono più gravi che altrove. Al livello sanitario non è stato fatto nulla e, per evitare che i problemi economici aumentassero a causa di una nuova chiusura, Orbán ha deciso, molto in ritardo, di imporre delle restrizioni. Per lui la pandemia è un incidente di percorso che si è frapposto tra il suo governo e le elezioni del 2022, che lui e il suo partito Fidesz vogliono vincere a ogni costo. Per prepararsi a questa vittoria, il primo ministro ha deciso di lavorare su una nuova legge elettorale, una riforma costituzionale e le trattative con la Russia per acquistare le dosi del vaccino Sputnik V.
Questa settimana il governo ungherese ha annunciato un coprifuoco molto vago, il pil del paese è in calo del 13,6 per cento e più che alle sue strutture sanitarie non adeguate, è all’economia che Orbán guarda con attenzione per assicurarsi un ulteriore mandato. Ma c’è un altro problema, l’opposizione in Ungheria ha capito un trucco importante: che non importano le sfumature, bisogna unirsi per battere Fidesz. Per mettere in pratica questa strategia hanno impiegato diversi anni, ma poi nel 2017 ci sono state le elezioni a Budapest e la capitale ha votato in massa per il candidato spinto da tutte le opposizioni insieme: Gergely Karácsony. La nuova legge elettorale, presentata a notte fonda, mira a impedire che le opposizioni riescano a coordinarsi, o si presentano in un unico partito oppure ogni partito deve avere il suo candidato. Orbán ha paura dell’effetto Budapest. La riforma della Costituzione è un tema vasto, serve a distrarre ma anche a rafforzare tutto il sistema che può tenere in piedi l’orbanismo. Alcune norme sono cosmetiche – è previsto che in “stato di guerra” chi non ama le armi possa servire in reparti in cui non vengono utilizzate – altre invece hanno fini elettorali. “La riforma della Costituzione serve a rafforzare a lungo termine il sistema clientelare che potrà garantirgli il potere anche in caso di cattiva gestione della pandemia e sconfitta nel 2022”, dice al Foglio Edit Zgut, ricercatrice presso l’Istituto Ifis Pan di Varsavia.
Il voto che ci sarà tra un anno e mezzo è un’ossessione per il premier. Orbán sembra avere dato per scontato che gli ungheresi potrebbero smettere di votarlo, quindi sta cercando di rafforzare tutto quello che può tenerlo in piedi con mezzi non democratici e lo sta facendo in un momento di distrazione generale. Mentre anche l’Ue era distratta, o meglio, era impegnata a finalizzare accordi con Pfizer per assicurare ai suoi cittadini duecento milioni di dosi del nuovo vaccino – l’amministratore delegato della casa farmaceutica ha detto che si tratta della commessa “più grande mai fatta” – Budapest annunciava che è pronta a ricevere un campione dello Sputnik V, il vaccino russo contro il Covid-19, che non è nel gruppo di quelli presi in considerazione dall’Ue, e di essere in fase avanzata di negoziati per acquistarne le dosi. Un affronto a Bruxelles e un riconoscimento a Mosca. “E’ il modus operandi del governo che vuole raffigurare Cina e Russia come alleati alternativi”, dice Zgut. E non è la prima volta che Orbán lancia segnali di questo genere. Mentre cerca di confondere i suoi cittadini e di indispettire gli europei, il premier ungherese sta blindando l’Orbanistan e la gestione pessima della pandemia sta accelerando i suoi progetti.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)