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Così l'autoritarismo di Sisi ha superato persino quello di Mubarak

Con la vittoria al referendum costituzionale, il generale potrebbe restare alla guida dell'Egitto fino al 2030. I sogni della rivoluzione del 2011 sono ormai un lontano ricordo, tra purghe e censure di regime

24 Aprile 2019 alle 11:57

Così l'autoritarismo di Sisi ha superato persino quello di Mubarak

Abdel Fattah al Sisi (foto LaPresse)

Mentre l’Algeria dopo settimane di protesta ha costretto alle dimissioni un leader al potere da 20 anni, e l’anziano ed eletto presidente tunisino ha annunciato che non cercherà un secondo mandato, gli egiziani hanno appena approvato emendamenti costituzionali che permetteranno al rais Abdel Fattah al Sisi di restare a palazzo fino al 2030.

 

Se al Sisi suda in diretta tv

Il presidente egiziano ha rilasciato un’intervista alla Cbs, ma poi si è pentito. Arriva Pompeo al Cairo con in testa un discorso che ribalta la dottrina Obama

 

Il referendum che si è chiuso lunedì in Egitto è un colpo profondo alle aspirazioni democratiche e ai risultati ottenuti dalla piazza rivoluzionaria del 2011. Secondo i dati dell’agenzia elettorale nazionale, l’89 per cento degli elettori ha approvato gli emendamenti, e l’afflusso alle urne è stato del 44 per cento circa. Con questi numeri a disposizione, l’ex generale Sisi cancella – con l’arma di un presunto sostegno istituzionale e popolare – la promessa fatta nel 2017 di non estendere il proprio mandato dopo il voto presidenziale dell’anno scorso. In seguito a una campagna da cui il regime ha eliminato in anticipo tutti i candidati credibili attraverso incarcerazioni e l’arma della burocrazia, il rais è stato rieletto nel 2018 con il 97 per cento delle preferenze. Il referendum dei giorni scorsi permetterà ora al leader non soltanto di estendere il suo attuale mandato da quattro a sei anni, ma di ripresentarsi alle elezioni del 2024 e rimanere alla testa del paese fino al 2030. Gli emendamenti estendono la sua presa anche su Parlamento e magistratura. 

 

Il militare Sisi siede a palazzo dal 2013, da quando, sull’onda di proteste popolari di massa contro il presidente eletto Mohammed Morsi, leader dei Fratelli musulmani, l’esercito ha guidato la deposizione dell'ex rais con quello che rifiuta di chiamare un colpo di stato. Il regime glorifica ancora oggi “una seconda rivoluzione”, ma per gli attivisti di piazza Tahrir quel 2013 è stato l’inizio non soltanto di una decisa controrivoluzione, ma di una estesa repressione. Migliaia di arresti arbitrari, una censura sugli organi di informazione legati all’opposizione, il divieto di manifestazione sono giustificati oggi dal regime di Sisi con la necessità della lotta al terrorismo, la minaccia islamista e il mantenimento della stabilità nazionale. Secondo i dati del Cairo Institute for Human Rights Studies riportati pochi giorni fa dal Washington Post, sarebbero almeno 60mila oggi le persone in prigione per motivi politici. 

  

Per gli osservatori, il presidente Sisi non ha soltanto affossato il risultati del 2011, ma ha addirittura portato l’Egitto in una situazione peggiore rispetto all’èra del suo predecessore. Sotto Hosni Mubarak, nonostante la repressione politica fosse costante e pervasiva, le opposizioni avevano uno spazio di manovra e dall’inizio degli anni 2000 la stampa aveva visto una crescente indipendenza. “Sisi, 64 anni, sta costruendo un tipo di autoritarismo che non soltanto ha demolito i risultati democratici della rivolta del 2011 – ha scritto il New York Times –, ma ha sorpassato l’autocrazia di Hosni Mubarak, il leader egiziano caduto durante la rivoluzione”.

 

Contrariamente all’ultimo voto presidenziale, quello che resta dell’opposizione egiziana non ha chiamato al boicottaggio del referendum nei giorni scorsi, ma a scrivere “no” sulla scheda elettorale. Gli egiziani hanno avuto pochissimo tempo per prepararsi a un voto già scritto: il Parlamento ha infatti approvato gli emendamenti proposti soltanto pochi giorni prima del referendum, esteso tra sabato e lunedì: il regime mirava a un alto afflusso per rafforzare la credibilità istituzionale del processo. In realtà, secondo molto testimoni, nonostante la campagna di affissioni e le pubblicità televisive in favore del “sì”, nonostante gli autobus gratis nei quartieri e nelle aree popolari per portare i cittadini a votare, davanti ai seggi non si sono formate le code entusiaste delle votazioni e del referendum costituzionale post-rivoluzionario, quando in Egitto si respirava un’aria di cambiamento. Secondo i dati del gruppo di monitoraggio della censura NetBlocks riportati da uno degli ultimi siti indipendenti in Egitto, Mada Masr, nei giorni prima del voto sarebbero stati bloccati 34mila portali legati all’opposizione e a una campagna “Batel”, che in arabo significa nullo, invalido, che ha raccolto 250mila firme contro gli emendamenti.

Rolla Scolari

Scrive per il Foglio dal 2003 soprattutto di medio oriente e Nordafrica, dove ha vissuto diversi anni e continua a viaggiare. Rolla è nata a Milano da padre italiano e madre egiziana di origini libanesi. Ha studiato in Italia, Francia e al Cairo.

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  • verypeoplista

    verypeoplista

    24 Aprile 2019 - 18:06

    Dagli inizi dell'altro secolo a oggi in Egitto: dai Fratelli musulmani a Nasser...Moubarak.....Morsi e "Fratelli"....Al Sisi . Parlare di democrazia, così come siamo abituati in Europa e Occidente, non è adeguato nella realtà egiziana . L'importante, nel Mediterraneo, è che ci sia stabilità per tutti i paesi che si affacciano in esso.

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  • Giovanni Attinà

    24 Aprile 2019 - 17:05

    Naturalmente, nel mio commento, ho commesso un errore non scrivendo Fratelli Musulmani, riferito a Morsi. Quanto alle scelte di Al Sisi di collocarsi su posizioni di scelta occidentale, ma rimane la questione delle regole democratiche. La lotta al terrorismo, giusta ed esemplare, non deve far dimenticare gli aspetti delle libertà democratiche.

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  • tamaramerisi@gmail.com

    tamaramerisi

    24 Aprile 2019 - 13:01

    Anche il Partito nazional democratico guidato da Adolf Hitler aveva vinto le elezioni, e aveva un suo "manifesto", il Mein Kampf, pubblicato ben 8nni prima, difficile non fosse conosciuto ... Democrazia non è sinonimo di elezioni. Morsi e i Fratelli Musulmani non avevano un programma molto diverso da quello Hitleriano. E sicuramente un apparato di propaganda egregio. Non mi stupisce che il NYT pubblichi articoli superficiali sull'Egitto di Sisi. Ma mi stupisce sul Foglio. Non mi stupisce (e mi stupisce) perché l'Egitto nel contesto Mediorientale è leggermente più importante della Tunisia e dell'Algeria messi insieme. Principalmente, ha firmato la Pace con Israele. Sisi ha tenuto un discorso STORICO all'Università del Cairo ed è l'unico leader Musulmano Sunnita che abbia affermato la necessità di RIFORMARE l'ISLAM e far Rinascere l'Islam moderato. Lunga vita al Governo egiziano di Sisi, direi.

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  • Giovanni Attinà

    24 Aprile 2019 - 12:12

    Al Sisi ha evitato la iattura della presidenza Morsi dei Musulmani neri, ma adesso sta esagerando. Bene la scelta occidentale dell'Egitto, ma la democrazia bisogna rispettarla e questi incarichi di durata monarchica sono da debellare.

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