L'Italia si è persa anche la figlia del compagno Jo

Giulia Pompili

E’ stata rapita! Anzi no. Pure il caso della figlia del diplomatico nordcoreano a Roma diventa motivo di scontro tra M5s e Salvini

Roma. La vicenda dell’ex ambasciatore ad interim nordcoreano a Roma e di sua figlia, spariti dal novembre scorso, è l’ennesima guerra di spie, d’informazioni, di notizie non confermate che si trasformano in strumenti molto locali, strapaesani, nelle mani del governo del cambiamento. Partiamo dai fatti, che praticamente non esistono, almeno non in quanto verificati e verificabili. Tutto nasce da una conferenza stampa che ha fatto l’altro mercoledì a Seul Thae Yong-ho, ex viceambasciatore nordcoreano a Londra, che ha disertato nel 2016 e da allora è una delle voci più autorevoli della dissidenza nordcoreana. Thae è il volto della guerra di propaganda anti Kim ed è anche una vecchia conoscenza di Jo Song-gil, il diplomatico nordcoreano che svolgeva le funzioni di ambasciatore nella sede diplomatica di Roma. Pure Jo avrebbe disertato, all’inizio di novembre del 2018, e la notizia è trapelata soltanto il 3 gennaio scorso (qui trovate la ricostruzione della storia). Thae Yong-ho ha parlato in diverse occasioni pubbliche del suo amico Jo, e gli aveva scritto perfino una lettera per consigliargli di non disertare “in un paese occidentale”, ma di andare in Corea del sud a “lavorare insieme per la nuova Corea unita”. Martedì, durante un incontro con i giornalisti, Thae ha detto che non consiglia più a Jo Song-gil di raggiungerlo a Seul. Ha saputo, infatti, “tramite un amico”, che Jo e sua moglie “non sono riusciti a farsi raggiungere dalla figlia”, la quale, sempre stando alle parole di Thae, sarebbe stata “rimpatriata” e si troverebbe “sotto custodia della autorità nordcoreane”. “Le punizioni che subiscono i familiari delle persone che scappano in Corea del sud sono peggiori rispetto a quelle perpetrate sui famigliari di chi scappa altrove”, ha detto Thae, dicendo che in pratica per i nordcoreani sarebbe più grave se Jo in questo momento fosse sotto la protezione della Corea del sud.

 

 

Poche ore dopo le parole di Thae – moderate, cautelative, Thae è uno che sa benissimo cosa dire e quando, e sa benissimo quali conseguenze portano le sue dichiarazioni – la vicenda in Italia si è trasformata in un “rapimento” da parte di “agenti nordcoreani” all’interno dei nostri confini. Le spie avrebbero braccato la ragazza, una diciassettenne che frequentava un istituto superiore della capitale, per portarla direttamente nelle fauci della muta di cani di Kim. Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri con delega ai paesi asiatici in quota Cinque stelle, nella mattinata di mercoledì, quando ancora nessuna conferma era arrivata da nessuna parte in causa, ha scritto su Facebook: “La storia di Jo Song-gil e di sua figlia, diciassettenne, rapita dall’intelligence nordcoreana in Italia, se confermata, sarebbe un caso di una gravità inaudita”, dando quindi per scontata l’interpretazione che era stata data delle parole dell’amico di Thae Yong-ho. Ma Di Stefano aggiunge paragoni a dir poco azzardati: “Quando avvenne una cosa simile, ovvero il famoso caso Shalabayeva, andai direttamente in Kazakistan per incontrarla e capire cosa fosse accaduto e appurammo responsabilità dirette dell’allora ministro dell’Interno Alfano. Ora è tempo di fare chiarezza anche su questo caso di novembre che riguarda l’ex ambasciatore nordcoreano a Roma e sua figlia, una giovane incolpevole che, nonostante dovesse essere tutelata in Italia, rischia di essere persino torturata da uno dei peggiori regimi al mondo”. Perfino l’avvocato di Alma Shalabayeva, Astolfo Di Amato, mercoledì a Radio Radicale ha detto che le due situazioni sono incomparabili, dato che il caso della Shalabayeva vedeva il coinvolgimento dei servizi segreti italiani per via di un mandato dell’Interpol. Ma Di Stefano va avanti, e arriva al vero punto della questione: “Ho già attivato la Farnesina per avere tutte le informazioni possibili e lo stesso stiamo facendo all’Interno col sottosegretario Carlo Sibilia. Chi ha responsabilità pagherà, statene certi”. E infatti poco dopo i Cinque stelle chiedono al ministro dell’Interno Matteo Salvini di “riferire immediatamente in Parlamento sul caso”. Di Stefano tira in causa il ministero dell’Interno ma le deleghe ai servizi segreti sono in capo a Palazzo Chigi, e quindi al presidente Giuseppe Conte.

Quattro ore dopo il post di Di Stefano la Farnesina smentisce il suo sottosegretario, e in una nota scrive che il 5 dicembre del 2018 il ministero degli Esteri nordcoreano ha informato quello italiano “che l’ex incaricato d’Affari Jo Song-gil e la moglie avevano lasciato l’ambasciata il 10 novembre e che la figlia, avendo richiesto di rientrare nel suo paese dai nonni, vi aveva fatto rientro, il 14 novembre 2018, accompagnata da personale femminile dell’ambasciata”. Dunque non sarebbe stato un rapimento, secondo la versione della Farnesina, che si toglie la patata bollente dalle mani indicando la data in cui Jo non sarebbe più stato sotto la sua responsabilità. Ma nulla dice sui quattro giorni di scarto tra il ritiro del passaporto diplomatico e il viaggio della figlia “dai nonni”. Una ragazza che, essendo minorenne, secondo il diritto internazionale non avrebbe potuto scegliere dove andare in autonomia in caso di diserzione dei genitori.

 

Del resto, come più volte ha raccontato questo giornale, per anni l’Italia è stata la sede di vari traffici nordcoreani, sempre gestiti dalla sede diplomatica a Roma e verificati pure dal team di investigatori dell’Onu. Per anni i rapporti “d’amicizia” con un regime sono stati gestiti da personaggi ambigui, macchiettistici e interessati. I rapporti bilaterali sono da sempre piuttosto sbilanciati, anche dal punto di vista delle informazioni: l’Italia ospita una sede diplomatica della Corea del nord a Roma, ma non ha una sua sede a Pyongyang.

  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.