Dov'è il compagno Jo?

Giulia Pompili

Roma è la base dei traffici nordcoreani, e ora si perde pure un diplomatico di alto livello

Roma. Ha lasciato l’ambasciata nordcoreana a Roma all’inizio di novembre ed è scomparso. Kim Min-ki, parlamentare del Partito democratico sudcoreano che è anche nella Commissione intelligence, ha confermato ieri che Jo Song-gil, incaricato d’affari ad interim dell’ambasciata della Corea del nord in Italia, è sparito, ma non ha confermato la sua diserzione. Se lo fosse, si tratterebbe della fuga più di alto livello sin da quando il viceambasciatore di Pyongyang a Londra, Thae Yong-ho, ha disertato in Corea del sud nel 2016. Ora la questione è: che fine ha fatto Jo? Il giornale sudcoreano JoongAng Ilbo ieri ha riportato le dichiarazioni di una fonte anonima secondo la quale Jo avrebbe “fatto richiesta di asilo a un paese occidentale” dopo aver “domandato la protezione del governo italiano”.

 

  

Giovedì sia il ministero dell’Interno (guidato da Matteo Salvini che ha visitato Pyongyang nel 2014) sia la Farnesina hanno smentito la notizia. Per un nordcoreano che scappa – e il precedente di Thae lo dimostra – è molto più facile citofonare all’ambasciata sudcoreana. Fonti della sede diplomatica, contattate dal Foglio, dicono soltanto “non ne sappiamo niente”, ma è improbabile, prima di tutto perché l’ambasciata sudcoreana segue pedissequamente i movimenti dei funzionari nordcoreani all’estero. La Corea del sud non riconosce ancora formalmente il Nord, e quindi rilascia immediatamente ai cittadini nordcoreani che scappano nuovi documenti: dopo la fuga, però, devono sottoporsi a vari interrogatori, e il periodo è proporzionato al livello di informazioni che un fuggitivo può dare. Il signor Jo non solo aveva il ruolo di ambasciatore ad interim in Italia, ma il suo background familiare (un padre funzionario a Pyongyang, un suocero diplomatico in Thailandia) ci dice che di sicuro avrà molto da raccontare ai servizi segreti sudcoreani. Il problema, semmai, è che Seul si trova nel momento più delicato della sua apertura con il Nord, e di certo non è contenta nel pubblicizzare la sua eventuale protezione nei confronti di quello che a Pyongyang considerano un traditore. Ieri il Servizio di intelligence di Seul ha detto ai parlamentari della Commissione di non sapere se il signor Jo ha figli o se ha chiesto asilo in qualche altro paese, e che “negli ultimi due mesi l’intelligence di Seul non è stata contattata da Jo”.

 

Poi c’è la questione italiana, che sta emergendo in queste ore proprio in relazione a quello che Jo potrebbe raccontare di noi e dei nostri rapporti con Pyongyang. La sede diplomatica nordcoreana a Roma è sempre stata di grande interesse per i traffici internazionali di Pyongyang, usata soprattutto come base per lo schema ormai consolidato di elusione delle sanzioni internazionali. Alcuni simpatizzanti, tra cui qualche ex senatore, difendevano il diritto a dialogare (vedi: commerciare, soprattutto vino) con la Corea del nord perfino nel 2017, quando l’Italia ha avuto il suo turno come membro non permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu e la Corea del nord testava bombe atomiche e missili intercontinentali.Una risoluzione dell’Onu di due anni fa, per esempio, domandava agli stati membri di “ridurre il personale ovvero di chiudere” le ambasciate nordcoreane presenti sul proprio territorio, perché usate come base protetta per eludere le sanzioni.

 

Dopo le ultime provocazioni nordcoreane – compreso l’ultimo test nucleare del 3 settembre – a ottobre 2017 la Farnesina, all’epoca guidata da Angelino Alfano, aveva deciso di non accreditare il nuovo ambasciatore designato della Corea del nord in Italia, e di tenere in sospeso le procedure di accreditamento di altri diplomatici “per mandare un segnale”.

 

Secondo il cerimoniale della Farnesina, Jo Song-gil è arrivato a Roma il 6 maggio 2015, inizialmente come Terzo, poi nominato Primo segretario nel 2017, contestualmente alla morte dell’ex e ultimo ambasciatore nordcoreano a Roma, Mun Jongnam. Secondo fonti della Farnesina Jo Song-gil è stato Incaricato d’affari fino al 20 novembre 2018. Nel frattempo, è arrivato a Roma il nuovo Incaricato d’affari Kim Chon, e questo avvicendamento, come è prassi, è stato comunicato alla Farnesina con una nota verbale. La lista delle ambasciate straniere in Italia con data 20 dicembre riporta infatti il nuovo nome, Kim Chon, e non più lo scomparso Jo. Oltre al nuovo Incaricato d’affari, nel 2018 c’è stato un ulteriore avvicendamento all’ambasciata nordcoreana: il Primo segretario Kim Chong-gil dall’8 marzo 2018 ha sostituito il Secondo segretario Kim Jong-hyok. La Farnesina conferma che nella sede nordcoreana a Roma i funzionari sono sempre quattro, e che nel corso del 2018 ne sono stati effettivamente accreditati due (con nomi e cognomi particolarmente simili) per vie verbali e come prassi diplomatica internazionale – diversa quindi dalla decisione politica di Alfano che seguiva le raccomandazioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Anche secondo la stampa sudcoreana Jo sarebbe fuggito a fine novembre proprio quando sarebbe dovuto rientrare a Pyongyang.

 

Non è la prima volta però che la capitale d’Italia diventa protagonista di episodi legati agli affari nordcoreani. Il 6 marzo del 2015 su queste colonne avevamo pubblicato la storia di Kim Su-Gwang, una spia nordcoreana che da anni lavorava sotto copertura nella sede romana del World Food programme, e quindi con passaporto diplomatico. Anche dopo il suo allontanamento dall’agenzia delle Nazioni Unite, Kim aveva continuato a vivere a Roma: gli sviluppi della vicenda li aveva raccontati per un paio di anni lo stesso panel di esperti dell’Onu che si occupa di verificare il corretto funzionamento delle sanzioni internazionali. Kim era diventato un po’ un esempio per spiegare agli stati membri quello che non si deve fare quando si tratta di ufficiali dell’intelligence nordcoreana, perché mentre viveva in Italia, Kim aveva aperto almeno sei conti correnti in due diversi istituti bancari italiani, intestati alla sorella, alla moglie, al padre e alla madre, che non avrebbe nemmeno mai messo piede in Italia. Affittava appartamenti, e soprattutto prelevava contanti dai bancomat: tanti contanti.
E tutto questo in territorio italiano.

 

Secondo le informazioni raccolte dal Foglio, le altre ambasciate asiatiche a Roma non sarebbero state informate dei fatti riguardanti il signor Jo, il che lascerebbe intendere che anche l’ambasciata americana (che con almeno un paio di sedi diplomatiche asiatiche ha un forte legame di sharing
intelligence) non abbia nulla a che fare con la vicenda. Contattata dal Foglio, l’ambasciata americana a Roma dice di non poter rilasciare dichiarazioni “a causa dello shutdown”.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.