Così l'Europa è riuscita a non far scoppiare la crisi chiamata Italia

David Carretta

La svolta della trattativa è avvenuta al G2O di Buenos Aires. Gli sforzi di Bruxelles per evitare la procedura di infrazione

Bruxelles. Il governo guidato da Giuseppe Conte ha capitolato di fronte alla Commissione europea e alle regole del Patto di stabilità e crescita, ma la squadra di Jean-Claude Juncker ha fatto del suo meglio per evitare di far esplodere un conflitto maggiore con l’Italia per il timore di conseguenze politiche e finanziarie ancora più gravi per l’Unione europea e la zona euro. “Per la prima volta la legge di bilancio italiana viene varata a Bruxelles”, ha commentato Paolo Gentiloni su Twitter ieri, dopo che la Commissione ha annunciato la decisione di non aprire una procedura per deficit eccessivo per violazione della regola del debito.

 

 

Lo slogan “la manovra del popolo scritta dalla Commissione” può funzionare, ma inganna: l’esecutivo comunitario avrebbe riscritto la legge di bilancio in modo completamente diverso dal testo che sarà obbligato a votare il Parlamento, pena la riattivazione della procedura contro l’Italia in gennaio. “Noi non avremmo tagliato oltre 4 miliardi di investimenti”, spiega una fonte comunitaria. “Non ci hanno mai chiesto di ritirare reddito di cittadinanza e quota 100”, dice una fonte del Mef.

 

Tuttavia è vero che la Commissione ha “aiutato molto” per arrivare a un compromesso, confermano al Foglio diverse persone coinvolte nelle tre settimane di negoziati tra Roma e Bruxelles. Lungi dal voler punire Matteo Salvini e Luigi Di Maio, Pierre Moscovici e i suoi tecnici hanno preso per mano Giovanni Tria e i funzionari del Mef per arrivare alla quadratura dei conti (sul deficit strutturale), mentre Juncker ha fatto opera di persuasione politica su Conte per convincerlo che un accordo conveniva a tutti. Il risultato è arrivato ieri: 10 miliardi di tagli (di cui 4,2 sugli investimenti), 2 miliardi congelati nel 2019, 9,4 miliardi di aumenti di Iva nel 2020, ma Di Maio e Salvini potranno continuare a sbandierare reddito di cittadinanza e quota 100.

La trattativa tra Commissione e Italia in realtà si è sbloccata a migliaia di chilometri di distanza da Roma e Bruxelles. Il “momento di svolta” c’è stato a Buenos Aires, durante il G20 di fine novembre, quando Moscovici si è presentato a Tria con una serie di proposte concrete per andare incontro alle esigenze politiche dei due azionisti di maggioranza del governo, racconta un responsabile del Mef. Da quel momento “l’espressione ‘dialogo’ non è più stata solo retorica, ma è diventata sostanza”, conferma una fonte europea. Il 13 e 14 dicembre, quando Tria è volato a Bruxelles con i suoi tecnici, c’è stata una seconda ondata di progressi: per almeno quattro ore Commissione e Mef hanno vagliato tutte le ipotesi possibili. L’ultimo passo per arrivare all’accordo è stato fatto in una serie di conversazioni telefoniche martedì.

 

Tra un passaggio e l’altro, gli obiettivi di crescita sono stati rivisti al ribasso dal 1,5 all’1 per cento, sono stati rimodulati tempi e platee di reddito di cittadinanza e quota 100, il governo ha scelto di tagliare gli investimenti e di aumentare le tasse sul gioco d’azzardo, e la Commissione ha imposto di congelare 2 miliardi di spesa da sbloccare solo se il deficit non uscirà dai binari. Bruxelles ha fatto alcune concessioni, come i 3,15 miliardi di sconto per la ricostruzione del ponte di Genova e le altre infrastrutture. E così il peggioramento del deficit strutturale dell’Italia è passato dallo 0,8 per cento a 0, cioè nessun deterioramento del saldo strutturale.

 

La Commissione è abituata a utilizzare la creatività (anche contabile) per cavarsi dagli impicci politici. Un metodo simile era stato utilizzato con la Grecia di Alexis Tsipras nel 2015 per permettere al premier greco di adottare misure sociali favorevoli alla sua base, nonostante l’opposizione del Fmi per gli effetti negativi su crescita e debito. Nel caso italiano come quello greco, per la Commissione quello che conta sono “i saldi”, a prescindere dagli effetti di una manovra di bilancio sull’economia e sul lungo periodo. Juncker e i suoi sembrano essere giunti alla conclusione che “i saldi” sono l’unico modo per far convivere più o meno pacificamente regole europee e sovranismo nazionale.

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