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Il voto rimandato sulla Brexit

May cede ai suoi oppositori, prende altro tempo (che non ha) e spera in un ultimo minuto magnanimo

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

10 Dicembre 2018 alle 19:45

Il voto rimandato sulla Brexit

Theresa May annuncia il rinvio del voto sulla Brexit (foto LaPresse)

Milano. Che non potesse finire bene, questa ultima battaglia sulla Brexit, Theresa May lo sapeva già, da tempo invece che puntare al successo ha cercato di resistere contro ogni intralcio: rivolte dei suoi, attacchi dell’opposizione, procedure europee. Ce l’aveva anche fatta, più o meno, fino a lunedì, quando ha deciso di rimandare il voto previsto per martedì, sconvolgendo i mercati per provare a convincere gli europei su garanzie improbabili dell’ultimo minuto. 

 

La vigilia è sempre un crampo allo stomaco, il giorno prima degli esami, dei verdetti, delle conte, dei non ti amo più, l’istante in cui pensi di aver fatto tutto il possibile o di non averci messo il coraggio sufficiente, il momento in cui pensi: ora scappo. Lunedì era la vigilia del voto parlamentare sulla Brexit, lo scontro finale tra la premier Theresa May e i suoi deputati, i deputati dell’opposizione, i falchi europeisti e quelli anti europeisti, e la May ha detto: ora scappo. E noi fuori, che da questo istinto dovremmo essere tenuti all’oscuro, forse persino tutelati, perché lei è il premier del Regno Unito, perché la Brexit definirà il futuro del paese e dell’Europa, cioè anche il nostro, abbiamo assistito in diretta all’incertezza dell’ultima ora, alla tattica improvvisata, allo spettacolo meno propizio che c’è: quello della disperazione. Per tutta la giornata di lunedì si sono rincorse voci, telefonate, conferme, smentite, la sterlina è andata giù e poi su e poi giù: la May è infine andata ai Comuni a dire che no, oggi non si vota, lo sguardo livido, le risate degli altri, impietose e inutili, ché nemmeno loro hanno un’alternativa da offrire alla fuga della May. Ore così, gettate via, in una situazione in cui quel che manca è proprio il tempo.

 

Westminster non vuole l’accordo May: i brexiteers lo considerano un tradimento, una Brexit che non è Brexit è una presa in giro; i remainers lo considerano un obbrobrio che impoverisce il paese e che non è nemmeno un divorzio, è uno stare insieme senza volerlo, un accidente che vuole essere per sempre, e dicono che è meglio rivotare, chiedere, chiedersi, ancora una volta: ma sei sicuro? Di sicuro non c’è nulla, le fantasie che hanno condito la Brexit sono emerse una via l’altra, e quel che ha ottenuto la May è lo scenario migliore di un futuro comunque mesto e pieno di ostacoli. Meglio di così non poteva andare, che piaccia o no a chi sogna un Regno libero da orpelli europei, e se non c’è la conferma parlamentare non resta che cercare almeno di ottenere più tempo. La sentenza della Corte di giustizia europea arrivata lunedì dice a Londra: se vuoi prolungare l’articolo 50 puoi farlo in modo unilaterale, senza dover chiedere agli altri 27 paesi dell’Ue di darti un lasciapassare. Tutta questa ultima fase – se sarà l’ultima – della Brexit è nelle mani di Londra e delle sue istituzioni, non si può più dire che gli europei sono punitivi e rapaci: il Regno è solo a decidere di se stesso. Dovrebbe essere anche un bel momento, se ci si pensa, il negoziato ha fatto giri immensi e poi ritorna per l’ultima approvazione a casa, dove tutto è cominciato, dove si rivendica una sovranità che ogni giorno raggrinzisce un pochino di più. Ma la solitudine pareva affascinante e ha mostrato il suo volto nero, e il momento della verità è un crampo allo stomaco senza rimedio.

 

La May che fino a ora aveva deciso di dare prova della propria unica, incomparabile resistenza, e ci era anche riuscita, con la forza che solo i sopravvissuti sanno ostentare, lunedì ha fatto un passo indietro, il più pericoloso di tutti, perché frantuma quel residuo di credibilità che le era rimasto. Vi ho portati fin qui, vi ho dato l’unico accordo possibile, mi metto a disposizione per gestire il caos, non vi lascerò con un no deal, ha detto finora la May, e in questi mesi è sembrata più solida, persino più umana, si è caricata l’onore di mostrare tutte le bugie dette fino adesso, anche dal suo governo, anche da lei. Quel misto di tenacia e di responsabilità avevano creato un poco di sicurezza tanto che gli inglesi dicevano: comunque vada, non vogliamo un sostituto della May, non vogliamo nemmeno il suo rivale Jeremy Corbyn, vogliamo tempo e lei che lo gestisca. Poi lunedì la premier si è lasciata tentare dall’istinto: ora scappo. Ha mostrato tutta la fragilità del mondo, la sua, quella del suo accordo, quella della Brexit che è un mostro mangiarisorse, altro che opportunità e rilancio. E non c’è stato più niente da sperare, da augurarsi, se non un’altra promessa, qualche avverbio da cambiare, un trucco meschino che sa, questo sì, di presa in giro, di tradimento. Ci hai portato fin qui, non devi, non puoi scappare adesso.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

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