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La croce di Asia Bibi

La sua sorte è ancora in dubbio, mentre gli islamisti minacciano di scatenare l’inferno se non sarà giustiziata

8 Ottobre 2018 alle 19:30

La croce di Asia Bibi

Foto di HazteOir.org via Flickr

Roma. Ci vorrà ancora tempo, nessuno sa quanto, prima di conoscere il destino di Asia Bibi, la madre di famiglia cattolica che in nome della legge contro la blasfemia è stata condannata a morte in Pakistan otto anni fa. Da nove è incarcerata, l’unica concessione sono tre ore d’aria al mese. Oggi la Corte suprema del Pakistan ha ascoltato per quasi tre ore l’avvocato difensore (Saiful Malook, musulmano), che ha messo in fila l’una dopo l’altra tutte le incongruenze dei vari gradi di giudizio che nel 2014 hanno portato alla conferma della condanna a morte per impiccagione, pena poi sospesa dall’Alta corte di Lahore l’anno successivo. Due sono le possibilità: conferma della sentenza o scarcerazione. Il presidente della Corte suprema, assieme ai due colleghi a latere, ha deciso di prendersi tempo e di comunicare il verdetto in un giorno da stabilirsi, forse anche per togliere la pressione che nelle ultime ore si è fatta sentire sulla massima istituzione giudiziaria pachistana.

  

Sui social network si alternano le invocazioni ai magistrati perché portino alla forca Asia Bibi – con tanto di macabri hashtag creati ad hoc – e le minacce di mettere il paese a ferro e fuoco se a qualcuno venisse la strana idea di liberarla. Alcuni imam, evidentemente non d’accordo con l’idea così à la page dell’islam come religione dell’amore e del dialogo, fanno sapere che sarebbe più coerente crocifiggere la “blasfema” anziché impiccarla. Un messaggio diretto non solo ai giudici, ma soprattutto al debole presidente Iraf Alvi, in carica solo da un mese. Con una nota ufficiale, il partito Tehreek e Labbaik ha fatto sapere che “se non sarà fatta giustizia e la condanna di Asia Bibi sarà trattata in modo indulgente o leggero o se (la donna, ndr) cercherà di fuggire in un altro paese, ci saranno conseguenze pericolose”. Per farsi un’idea del tipo di “conseguenze” è sufficiente dare un’occhiata a Twitter: cappi, coltelli, bombe. “Oggi – ha detto all’agenzia Fides padre James Channan, direttore del Peace Center di Lahore – ricordiamo nella preghiera anche coloro che sono stati uccisi a causa del sostegno dato ad Asia Bibi: l’ex governatore della provincia del Punjab, il musulmano Salman Taseer, e il leader cattolico Shahbaz Bhatti, ministro per gli Affari delle minoranze. Speriamo che il loro sacrificio non sia stato vano”.

  

Asia Bibi fu denunciata nel 2009 da alcune donne che lavoravano con lei nei campi. Faceva caldo, le fu chiesto di andare a riempire un catino d’acqua. La sua colpa fu quella di aver bevuto quell’acqua: era cristiana, non le era permesso. Nacque una lite e, secondo le colleghe, avrebbe offeso Maometto. Da qui il carcere e la condanna a morte. Di prove, neppure una. Solo la testimonianza delle braccianti. Il marito, nonostante numerose voci parlino di Asia Bibi ormai provata e non sempre lucida, ha ribadito che la moglie “è psicologicamente e spiritualmente forte, è pronta a morire e non si convertirà mai all’islam”. Nonostante gli islamisti pachistani – anche quelli che siedono in Parlamento – abbiano invitato i giudici a non dare ascolto all’Unione europea e alle ong “nemiche”, la pressione degli organismi internazionali in questi anni è stata flebile: anche in questo caso ha prevalso il realismo politico, così determinante da aver portato il Pakistan a occupare un seggio al Consiglio Onu per i diritti umani.

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