il racconto
“Don’t mess with Texas”. I clacson dei democratici festeggiano la sconfitta dei repubblicani
Ad Austin la vittoria di James Talarico viene accolta con sorpresa anche dai democratici, che in Texas non vincevano da trent'anni. A cambiare gli equilibri sono stati anche gli elettori repubblicani delusi da Trump, dalle politiche sulla scuola e dalla stretta sull'immigrazione

Austin. A un certo punto, sono arrivati i caroselli di macchine con i clacson. Ed è stato quello il segno che era fatta: prima ancora della chiamata di Cnn e più ancora della chiamata di Cnn, il Texas lo hanno chiamato i clacson dei democratici texani. Gli stessi democratici texani che un’elezione non la vincevano da trent’anni e che, sinceramente, non pensavano di poter vincere nemmeno questa.
“We turned Texas blue”, grida la folla assiepata fuori dal watch party di James Talarico, dove da ore la security non fa entrare più nessuno perché non c’è più posto per uno spillo. Ma la gente comunque non molla il suo posto in coda. “Prima o poi entreremo. E anche se non dovessi entrare, voglio essere il più vicino possibile a dove succede. Voglio sentire quando Cnn dirà che Trump e i repubblicani non possono permettersi più di dare il Texas per scontato", ci racconta Mark, sulla cinquantina, in abito da ufficio e ciabatte infradito. "Sai, qui diciamo Don’t mess with Texas, e loro di casini con il Texas ne hanno fatto tanti. Troppi”. E così, il Texas, che è terra gentile ma spiccia, ha rimesso le cose a posto: ha tolto ai repubblicani e a Trump le chiavi dello stato. Non tanto per darle ai democratici, quanto per riprendersele.
“Io sono democratico da otto generazioni, come Talarico, e per quanto ne so, in famiglia, siamo sempre stati democratici – ci racconta Mark, un omaccione con physique du rôle che ti immagini per un texano –. È difficile vivere in uno stato in cui sai che la tua opinione non varrà mai niente, perché non hai speranza di vincere un’elezione. Ma alla fine abbiamo vinto. Anzi, direi proprio che gli abbiamo rotto il culo”: l’espressione è colorita, ma il senso è chiaro.
“Io sono democratico da otto generazioni, come Talarico, e per quanto ne so, in famiglia, siamo sempre stati democratici – ci racconta Mark, un omaccione con physique du rôle che ti immagini per un texano –. È difficile vivere in uno stato in cui sai che la tua opinione non varrà mai niente, perché non hai speranza di vincere un’elezione. Ma alla fine abbiamo vinto. Anzi, direi proprio che gli abbiamo rotto il culo”: l’espressione è colorita, ma il senso è chiaro.
"Io ho tre figli, la più piccola inizierà la scuola quest’anno. Le politiche del governatore Abbott sulla scuola hanno finanziato le scuole private e trascurato quelle pubbliche. E si vede. La scuola dei miei figli è peggiorata molto tra il primo e il terzo anno – ci racconta Kimberly, che avrà trent'anni e che, mentre ci parla, continua a incrociare le dita, come un tic, come se servisse davvero –. Sono sempre stata repubblicana, la mia famiglia lo è. Io ho smesso quando è arrivato Trump. I miei genitori e mia sorella invece sono andati avanti. Abbiamo litigato tanto, in questi anni, per questo. A queste elezioni però mi hanno detto che non avrebbero votato. Per gente come loro è il massimo possibile. Ma evidentemente anche candidare al Senato uno come Ken Paxton era il massimo possibile”.
Poco lontano un ragazzone con la pelle leggermente ambrata e le treccine sorseggia una Coca Cola e non parla con nessuno. Forse è timido. Gli chiediamo se è contento, e risponde di sì. E poi gli chiediamo se alle elezioni del 2024 avesse votato Trump, per capire se è vero che il voto dei giovani si è spostato. Ma lui non ci risponde, limitandosi a dire con un filo di voce: “Io non posso votare”. Il suo nome non ce lo dice, e nemmeno glielo chiediamo. “Però spero che adesso ICE faccia meno raid. Hanno portato via tante persone che conosco. È difficile vivere avendo sempre paura. Almeno – si corregge – così mi hanno detto”. Già. Chi lo sa. La strada è lunga e Trump imprevedibile.
Prima della fine della serata, dal palco, James Talarico parla – ancora, come in ogni incontro pubblico da mesi a questa parte – di Davide contro Golia, di amore che è più forte dell’odio, del bisogno di amare il prossimo. Tante belle parole per dire “Don’t mess with Texas”. Nemmeno se sei Donald Trump.