ELEZIONI MIDTERM 2026
È sempre “the economy, stupid”
Wall Street continua a macinare record e l’occupazione tiene, ma la ricchezza finisce soprattutto nelle tasche dei più ricchi, mentre i salari non tengono il passo dell’inflazione. Il paradosso della Trumpnomics, tra trickle-down e costo della vita. La barca va, ma non troppo. E le idee democrats sono confuse

(Foto Getty)
Su che cosa hanno votato ieri gli americani? Sull’Iran, sull’Ucraina, sul petrolio? Probabilmente resta sempre vero lo slogan di James Carville che fece vincere Bill Clinton nell’ormai lontanissimo 1992: “It’s the economy stupid”. Ma quale economia? E’ cambiata davvero tanto da allora a oggi. La barca va, produzione, occupazione, accumulazione della ricchezza, disponibilità di capitale, moneta liquida che gira in Borsa, tutto questo non manca. E allora perché lamentarsi? Il mistero dell’America Inc. passa in mezzo a due diverse espressioni: trickle-down e affordability. Cominciamo dalla prima, un mantra dell’èra Reagan fatto proprio dal trumpismo. Quando il presidente dice che non gli importa niente dell’inflazione non si limita a irridere i Democrats, la Federal Reserve e chi si allarma perché i prezzi al consumo continuano a correre e i tassi sui mutui vanno oltre il 7 per cento. The Donald non può non sapere che prima i dazi, poi lo choc del Golfo Persico hanno contribuito in modo determinante ad accendere una fiera alimentata da Joe Biden grazie a spesa pubblica per consumi e salari. No, Trump enuncia una teoria economica che lo sappia o no.
Lasciate che Wall Street sfondi nuovi record, che la bolla tecnologica si gonfi, che i ricchi si arricchiscano, buona parte di quella bonanza colerà comunque giù giù fino al più povero dei poveri. Era il mantra dell’èra Reagan e nell’insieme ebbe successo. Sarà efficace anche oggi? Ci sono molte differenze: la più importante è che allora lo sgocciolamento venne aiutato dalla liberalizzazione dei mercati (sia finanza sia merci), oggi siamo invece in pieno neo protezionismo con una mano pubblica che entra nelle grandi imprese, sottomettendole al primato della politica. Non si tratta solo del complesso militar-industriale potente anche con Reagan tanto da contribuire a mettere in ginocchio l’Unione sovietica. Si tratta di mescolare gli interessi del presidente e della sua famiglia con i magnati delle criptovalute, del petrolio, dell’oro, fino all’AI.
Ha funzionato il trickle-down? In base all’indice S&P delle 500 maggiori imprese, in Borsa sono arrivati ben 17 mila miliardi di dollari dalla fine del 2024, ma il grasso è colato per il 90 per cento nelle tasche del 10 per cento delle famiglie che erano già le più ricche. Qualche goccia è scesa fino in fondo alla scala sociale, ma appena lo 0,6 per cento. Sono stime non dell’opposizione o dell’ala socialista dei Democrats, ma della Federal Reserve, la Banca centrale guidata da Kevin Warsh un conservatore nominato da Trump. L’Economist ha fatto i propri calcoli: in un anno la Trumpnomics è costata 37 mila dollari al 10 per cento di famiglie più povere, il 10 per cento più ricco ha guadagnato mezzo milione di dollari. Il paradosso è che gli uni e gli altri condividono una percentuale, gli uni hanno perso il 3 per cento del loro reddito, gli altri ne hanno guadagnato altrettanto.
Il boom dell’AI e della sua intera filiera (dai materiali ai chip passando per i call center) ha fatto volare Wall Street, senza distruggere posti di lavoro, sconfessando così tutti i gufi (ce ne sono sia a destra sia a sinistra), però ne ha creati pochi, appena 180 mila nelle imprese collegate all’AI. La produttività calcolata come prodotto orario per lavoratore ha cominciato ad aumentare. Negli ultimi cinque anni ha segnato una media del 2 per cento, non molto ma comunque il doppio rispetto al decennio precedente. L’ultimo trimestre mostra un +1,4 per cento, la manifattura in senso stretto ha fatto meglio (+1,9 per cento). Siamo lontani dalle promesse dei sacerdoti dell’AI, tuttavia il bicchiere è mezzo pieno perché l’indice continua a salire da cinque trimestri consecutivi. Potrebbe essere, insomma, una crescita progressiva fino ad arrivare a quella esponenziale della quale tanto si vagheggia. Si vedrà, noi possiamo aspettare, gli elettori no.
Uno sguardo alla macroeconomia ci dice che il pil sale del 2,2 per cento all’anno come quando nel 2024 Biden ha perso la Casa Bianca. L’occupazione va ancora bene e i senza lavoro sono appena il 4,2 per cento. La tenuta però è avvenuta a costo di un forte squilibrio nei conti pubblici con un deficit pari al 6,5 per cento del pil e un debito monstre non solo in quantità (40 mila 171 miliardi di dollari), ma anche rispetto al pil (123,3 per cento). Gli Stati Uniti si sono chiusi nella trappola dei deficit gemelli che è sempre costata molto cara: al disavanzo pubblico infatti si accompagna un rosso nella bilancia corrente con l’estero pari al 3,5 per cento. E questo è un chiaro fallimento delle “belle tariffe”. Il neo protezionismo non è riuscito a riportare a casa le imprese. La “rinascita manifatturiera” è stata deludente, la quota dell’occupazione nei settori industriali non agricoli è scesa al minimo dal 1947. Nel frattempo i salari sono cresciuti meno dell’inflazione, il 3 per cento in media con i prezzi sopra il 3,7 per cento come abbiamo scritto.
Tutto vento nelle vele dei Democrats? Calma. La teoria dell’affordability è confermata da tutti questi dati: la politica trumpiana ha reso meno sostenibile il costo della vita in senso lato. Tuttavia le proposte dell’opposizione, troppe, contraddittorie e soprattutto confuse, non sembrano in grado di invertire la tendenza. Senza contare che si vota non solo con il portafoglio o con il pallottoliere, ma con in mano la Bibbia, la bandiera (confederata molto spesso) e la pistola. E qui anche i teorici dell’economia comportamentale rischiano di perdere la testa se non introducono nei loro algoritmi tutto ciò che non è razionalmente calcolabile. C’è, dunque, il serio rischio che il trickle-down abbia la meglio perché il più povero degli americani si è sempre sentito un ricco momentaneamente sfortunato. Ci rincuora ancora una volta Ronald Reagan: nel 1980 vinse contro un Jimmy Carter non solo immolato sull’altare degli ayatollah iraniani, ma freddato in un dibattito televisivo quando Ronnie chiese a lui e all’elettore tipo: “Stai meglio oggi o quattro anni fa?”. Era nata allora anche l’affordability.