L'EDITORIALE DELL'ELEFANTINO
In morte di Massimo Boffa, amico, esperto dell’Unione Sovietica, eccellente pittore
È morto a Milano a settantasei anni. Il ricordo di un amico, dagli studi di filosofia alla militanza comunista, fino alle divergenze su Putin e alla pittura, dedicata ai paesaggi della Russia cui era profondamente legato

Massimo Boffa, Nei pressi della stazione Kurskaja, 2012
Era un innamorato della Russia, Massimo Boffa, morto ieri notte a settantasei anni a Milano tra l’affetto di Melissa e Angela, custodi angeliche della fine di una vita riservata fino al parossismo. La morte di un amico può sorprenderti come, precisamente come la sua vita. Al pari di Carrère, Massimo aveva fatto kolkhoze con Beppe e Laura, suoi genitori, da romagnolo di Cervia nato a Parigi e cresciuto a Mosca nella primissima parte dell’adolescenza. Beppe era un esperto dell’Unione Sovietica, di cui aveva scritto una lunga e complessa storia specialistica. Laura era stata amica di Lili Brik nella sua vecchiaia, nella Mosca tra Stalin e Krusciov, dunque era entrata nel più famoso triangolo amoroso e lirico della letteratura del Novecento, quello tra Vladimir Majakovskij Lili e Osip Brik, era circondata di quadri, icone e matrioske e scialli e tele chagalliane dei mercatini di provincia, ha sempre vissuto con i figli in quell’incanto di colori forti e silenziosi, dopo il ritorno a Roma al numero 5b di via Angelo Masina, al Vascello.
In quella casa studiavamo i Lineamenti di filosofia del diritto di Hegel, entrambi malamente incastrati da spirito e storia, il proprio tempo appreso nel pensiero, la realtà del razionale, la razionalità del reale, e altre generose e sottili, incomprese vaghezze spifferate dalla Nottola di Minerva. Poi vite parallele, ma fino a un certo punto. Gli anni Sessanta e Settanta. Il Partito comunista. La violenza terroristica. Ripetizione e semplificazione, esperienza e saggezza. Il Fogliuzzo a metà strada. Infine un viaggio indimenticabile a San Pietroburgo, con Patti Chendi, moglie adorata che ora è andato a salutare. Per un periodo nei Settanta era venuto anche a Torino, città affascinante ma inutilmente mitica dove vivevo da funzionario di partito. (segue a pagina due)
I lettori del Foglio conoscono poi la produzione intellettuale di stile e argomento russo-putiniano di Massimo Boffa, che fino a un certo periodo ha liberamente anticipato qui tutti gli argomenti che portarono poi al dispiegamento di una forte armata e all’invasione dell’Ucraina da parte di un uomo forte che per lui era il ricostruttore della Russia amata, distrutta dagli oligarchi e piegata dalla Guerra fredda, il defensor amoris e non il nostalgico dello zarismo sovietico. Tutte cose senza importanza, dissensi, torti e ragioni, sciocchezze dunque, tranne per chi le ha subite direttamente.
L’importante è che Massimo, insofferente nel giornalismo e nella politica, si era nel frattempo rivelato artista, e il suo unico vero tema di pittore, e che eccellente pittore, era il colore russo e simenoniano della neve, la neve era bianca, la neve era sporca, il profilo spoglio degli alberi, il mattone rosso, le linee della ferrovia, i casamenti della periferia moscovita, i parchi sovietici, un mondo dell’infanzia per il quale, a rappresentarlo, aveva trovato un ottimo maestro meneghino, ne aveva seguito le costanti e le norme, con il risultato di bellissimi quadri a olio, ritratti intemerati di una grande passione. La sua Russia non è, come lo chiamano adesso, il Radisson Royal Hotel o il Radisson Collection, come scrive Carrère “l’essenza minacciosa e grandiosa del barocco staliniano ridotta alla banalità ovattata di un cinque stelle americano”, la sua Russia era il meraviglioso grattacielo pieno di pope di bambini e di orrenda kascia, minestra di grano saraceno che faceva la gloria del Gostinitza Ucraina. Massimo era bello e segaligno, le donne andavano pazze di lui, ricambiate sempre con un bel sorriso e un fantastico ritegno.
Di più su questi argomenti
Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
