Chi si fida di un’Oms cinese?

Dopo la Fao, e con gli Stati Uniti fuori dall’organizzazione, Pechino candida una sua esperta alla guida della Salute globale. Ma il profilo tecnico non basta a fugare i dubbi sull’indipendenza. Le informazioni mancanti sulle origini del Covid e l’esclusione di Taiwan
14 OTT 26
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Il 22 gennaio scorso il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità è diventato effettivo. Nel vuoto lasciato da Washington si inserisce la figura di Song Li, dirigente sanitaria cinese, candidata scelta dalla Cina per la successione all’attuale direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus. Dopo l’uscita americana, la Cina è diventata il principale contributore al bilancio ordinario dell’Oms e portare una propria funzionaria al vertice significherebbe estendere la propria sfera di influenza anche sulle priorità sanitarie globali e sulla gestione delle future emergenze – o quelle attuali, vista la crisi dei vaccini e il sospetto caso di peste in Siberia. Pechino guida già la Fao con Qu Dongyu, in carica dal 2019 e quindi in uscita, ed è il secondo finanziatore del bilancio dell’Onu.
Song Li, la cui candidatura è stata ufficializzata due settimane dopo i termini, non è una politica, ma una tecnica con vent’anni di carriera nell’amministrazione sanitaria cinese. Ha lavorato alla risposta alla Sars nel 2003 e ha già collaborato con l’Oms. Un profilo qualificato, che tuttavia non costituisce di per sé una garanzia di indipendenza dal governo. E poi c’è un problema di fiducia. Il gruppo scientifico dell’Oms incaricato di studiare le origini del Covid segnalò nel 2025 che dalla Cina mancavano ancora diverse informazioni, e la ricostruzione delle origini della pandemia resta incompleta. Taiwan, che è tra i paesi che meglio hanno fatto funzionare la macchina sanitaria, è da sempre esclusa dai lavori Onu per via delle pressioni cinesi. Un’Oms sospettata di condizionamenti politici rischia di non ottenere la cooperazione degli stati quando arriverà la prossima emergenza.
Per il prossimo segretario generale dell’Oms l’elenco definitivo dei candidati è atteso a novembre. A gennaio il Consiglio esecutivo selezionerà fino a tre nomi e a maggio l’Assemblea voterà a scrutinio segreto. Restano in corsa Qatar, Arabia Saudita, Belgio, Spagna, Indonesia e Botswana. Il problema non è la nazionalità di chi guiderà l’Oms ma che, già indebolita, finisca per perdere anche la fiducia necessaria a coordinare la risposta globale alle emergenze.