Che fine hanno fatto le yazide?

A dodici anni dal massacro dello Stato islamico, si cercano ancora le “scomparse”

4 AGO 26
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Nelle prime ore del 3 agosto del 2014, dodici anni fa, lo Stato islamico lanciò un attacco coordinato in tutta la regione del Sinjar, nell’Iraq settentrionale, terra degli yazidi: l’attacco partì da Mosul e Tal Afar in Iraq, e da al Shaddadi e dalla regione di Tel Hamis in Siria, assediando gli yazidi da tutti e quattro i lati. Nelle ore e nei giorni successivi, con una rapidità e una brutalità oscene, furono uccisi o rapiti circa 12 mila yazidi. Lo Stato islamico si diede un metodo: le donne, le ragazze e le bambine furono convertite con la forza, trasferite in centri di detenzione tra l’Iraq e la Siria e utilizzate come sabaya, schiave sessuali, o spose forzate dei combattenti dello Stato islamico; i ragazzini yazidi furono strappati dalle famiglie, radicalizzati e addestrati come bambini soldati; i ragazzi più grandi e gli uomini che rifiutavano di convertirsi, ma anche a volte se accettavano di farlo, e le donne non più in età riproduttiva furono o uccisi con una fucilata o sgozzati e buttate in fosse comuni; chi si salvò dalle prime esecuzioni fu utilizzato come soldato o come lavoratore forzato.
Altri 250 mila yazidi che vivevano nella zona del monte Sinjar si misero in cammino per provare a sfuggire alla furia islamista dello Stato islamico: molti morirono di stenti nel caldo torrido, altri riuscirono a trovare un rifugio, altri ancora da allora si occupano di cercare e ritrovare gli “scomparsi”, che sono soprattutto scomparse e sono circa tremila. Tra le donne rapite e trasformate in schiave c’era Nadia Murad, che aveva 21 anni: le uccisero davanti sua madre, che era troppo vecchia per essere utile agli schiavisti, e sei fratelli, la rapirono, la picchiarono, la torturarono, la stuprarono. Riuscì a scappare perché un terrorista si scordò di chiudere la porta a chiave. Nel 2018 Murad ha vinto il premio Nobel per la Pace, cerca le scomparse, denuncia l’utilizzo della violenza sessuale come arma di repressione, ricorda, soprattutto, quel che il mondo ha scordato dopo pochi mesi, distratto e incosciente.