Il giusto divieto per le atlete trans

Le argomentazioni di Trump sono discriminatorie, le tesi della Corte no

1 LUG 26
Immagine di Il giusto divieto per le atlete trans

(Foto Ansa)

La Corte suprema americana ha confermato il divieto per gli atleti trans di gareggiare nelle squadre femminili di scuole pubbliche e università. Così negli stati a guida repubblicana conterà il sesso di nascita e non l’identità di genere successivamente adottata. L’intento e le motivazioni addotte da Donald Trump, e soprattutto le dichiarazioni che le hanno accompagnate, trasudano uno spirito discriminatorio che non può certamente essere condiviso. Tuttavia il problema della disparità fisica tra atleti che mantengono una muscolatura maschile e ragazze e donne che competono con loro non può essere negato. L’assurdo sta nel fatto che questo problema, da questione oggettiva da esaminare, sia diventato invece una bandiera politica e per certi versi persino ideologica. Non dovrebbero essere gli stati o il presidente a decidere su questioni che riguardano le condizioni in cui si determina l’equità delle competizioni sportive. Dovrebbero essere proprio le organizzazioni che presiedono alle diverse attività sportive, a livello nazionale e internazionale, a prendere in esame il problema, che probabilmente si presenta in modo diverso a seconda del tipo di sport praticato, e ad assumere decisioni in merito.
È indubbio che l’identità di genere debba essere rispettata, ma anche l’equità delle competizioni deve essere garantita, e bisogna trovare, in sede sportiva e non in sede politica, il modo per contemperare questi due princìpi. L’insistenza di Trump su queste questioni a scopi propagandistici rende difficile cercare soluzioni equilibrate sia in America sia a livello internazionale, perché ora qualsiasi decisione sarà interpretata come un consenso o un dissenso dalla linea trumpiana e quindi, con ogni probabilità, tutto resterà come prima, con l’eccezione degli stati Usa che già avevano stabilito l’esclusione delle atlete trans dalle gare femminili. È anche questo uno dei tanti casi in cui la strumentalizzazione politica di un problema reale ne rende difficile o addirittura impossibile una soluzione razionale e meditata.