Un altro governo è possibile

Oggi serve l’esatto opposto: le persone vanno spronate a mettersi in gioco e a rischiare, anche se non possono scegliere l’impiego dei loro sogni. Secondo me, nella vita è sempre meglio iniziare, poi da cosa nasce cosa”.
Il problema è il lavoro che manca. “Infatti un’agenda economica seria non dovrebbe partire né dai sussidi né da provvedimenti, tipo quota 100, che mirano a mandare prima la gente in pensione. Ché poi, e qui parlo da imprenditore, se vanno via tre dipendenti non è detto che li rimpiazzi tutti e tre. Pure il decreto dignità ci ha complicato la vita togliendo a tante persone la dignità di un impiego. Aumentando i costi dei licenziamenti e obbligando ad assumere a tempo indeterminato, molte aziende si sono trovate, giocoforza, nella condizione di non poter rinnovare i contratti flessibili, il che è del tutto irragionevole, soprattutto in un momento economico come quello attuale. La vita insegna che le cose precarie, spesso, sono le più durature. Capisco che vorremmo tutti un’occupazione ultra garantita ma non attraversiamo una fase di boom. Allora io dico: meglio un contratto a tempo che nessun contratto”.
Quali sono i capisaldi della Caironomics? “In primo luogo, vanno incentivati gli investimenti prevedendo un piano di robuste agevolazioni fiscali per le imprese che puntano sui beni produttivi. Va facilitato l’accesso al credito perché molte aziende affrontano problemi di liquidità anche di breve periodo e vanno sostenute, non penalizzate. Terzo punto: un cuneo fiscale esorbitante ci penalizza rispetto ai nostri competitor. Se io pago un dipendente 70 mila euro l’anno, per quale ragione lui deve intascarne soltanto 30 mila? E poi serve una seria riforma fiscale che allenti il peso sulle famiglie del ceto medio. Quinto e ultimo punto: la giustizia, in particolare quella civile. L’incertezza dei tempi per far valere un contratto disincentiva gli investitori”.
Il suo è un programma di governo. “Io sono un uomo che pensa, riflette, dormo cinque ore a notte, così ogni tanto mi arrovello sulle questioni che riguardano il mio paese dal quale ho ricevuto tanto”.
“L’Italia è il paese che amo”, disse qualcun altro. “Lei scherza ma io ho chiaro in testa quello che va fatto. Al momento, però, non sono nelle condizioni di poter assumere ulteriori impegni. Al momento, non saprei immaginarmi in ruoli diversi. Sulle mie spalle grava la responsabilità di cinquemila dipendenti diretti, persone in carne e ossa con le rispettive famiglie, cui se ne aggiungono altrettanti nell’indotto. Le aziende del gruppo, quando le ho acquistate, perdevano complessivamente tra i 350 e i 400 milioni l’anno, oggi ne guadagnano cento. Io le ho salvate”.
E’ venuto il momento di salvare il paese? “Lei insiste, è una donna insistente, ma io le ho già detto che al momento non posso farlo. Poi, in futuro, non si può mai sapere che cosa la vita ti riserva”.
E’ vero che ha spulciato il bilancio dello stato? “Sì, ho dato un’occhiata per capire entrate, uscite, come funziona. Mi piace andare in fondo alle cose. Ho scoperto che i soli costi di beni e servizi – non parlo né di dipendenti pubblici né di pensionati – ammontano a oltre 180 miliardi l’anno. Un’enormità. Se riduci un po’, puoi fare una manovra super espansiva, allora sì che metti i soldi nelle tasche degli italiani e gli italiani li spendono. Tagliare la spesa pubblica non è un’impresa folle: è possibile”.
Lei ha la fama di tagliacosti sparagnino: leggendarie le sforbiciate sui taxi che a La7 costavano cinquecentomila euro l’anno. “Qualche tassista si sarà risentito, pazienza, intanto noi abbiamo risparmiato. Poi, vede, alcuni tagli colpiscono la fantasia, poi ce ne sono altri che impressionano meno ma sono assai più rilevanti per efficientare una società. Io ho acquistato aziende in rosso, destinate alla catastrofe, e le ho risanate senza licenziare nessuno. Nelle mie aziende non mi occupo soltanto di tagli ma sviluppo anche i ricavi. Così, fuor di metafora, all’Italia non serve l’ennesimo Mr. Spending review, né un ministro incaricato di sforbiciare qua e là. Serve un capo con una strategia e una visione per il futuro”.
Lei a Palazzo Chigi, insomma. “Qualcuno deve farlo, io lo faccio nelle aziende, potrei farlo altrove, ma al momento non ci penso, glielo ripeto, non mi sfiora l’idea… Poi, nella vita, mai dire mai”.
Lei adora elencare, con un certo compiacimento padronale, le cifre dei suoi successi imprenditoriali, e i giornali che a lei fanno capo esaltano le epiche gesta. “Mah, una macchina del consenso in mio favore? Se c’è non me ne sono accorto. Alcuni numeri vengono diffusi perché sono di pubblico interesse. Aggiungo che l’adulazione servile mi dà fastidio, se fatta con un po’ di ironia può far piacere. Poi, vede, io sono orgoglioso di quello che ho realizzato perché sono partito da zero. Io mi sono fatto da solo. La mia è una famiglia di piemontesi trasferiti a Milano, mia madre faceva l’insegnante, mio padre era un rappresentante di mobili, ha lavorato per tanti anni per una ditta che produceva ingressi, salotti, tinelli. Era un venditore, io mi sono ispirato a lui”.
Masio è il borgo dell’alessandrino, popolato da millecinquecento anime, dove lei è cresciuto. “Lì mio nonno e mio zio facevano gli agricoltori, da piccolo mi divertivo a raccogliere con loro le barbabietole. Mi davo da fare”.
Una certa dose di narcisismo è il peccato veniale di ogni leader che si rispetti. A proposito del Torino, acquistato nel 2005, lei ha detto che è un affare in perdita ma “essere amati è bellissimo, e questo amore in Italia te lo dà solo in calcio”. “E’ vero, i tifosi ti trasmettono un calore pazzesco, la gente ti ferma per strada per manifestarti il suo affetto. Mi riempie d’orgoglio sentire che tante persone credono in me”.
Sono le stesse che attendono la sua discesa in campo? “Non le nascondo che ricevo numerose sollecitazioni in tal senso… In tanti mi chiamano e mi dicono: ma quando ti decidi? E’ venuto il tuo momento. Tocca a te. Devi darti da fare per il paese… Io ascolto tutti, con umiltà, mi fa piacere sapere che qualcuno mi considera il punto di coagulo di un nuovo schieramento centrista. Però, come le ho detto, al momento l’idea non mi sfiora”.
In effetti, lei è un centrista devoto: ha votato Dc ai tempi di Zaccagnini, Forza Italia nel ’94, poi Marco Pannella, mai Msi né Lega. “Lei è informata, confermo”.
So pure che periodicamente domanda all’istituto di sondaggi Swg di misurare il suo grado di popolarità. “Certo, è importante monitorare il livello di apprezzamento del proprio operato. Del resto, io devo rispondere a numerosi stakeholder, per non parlare dei dipendenti, dei lettori…”.
Quest’anno le è stato assegnato il primo posto nella classifica “Top manager reputation”, seguìto dall’ad Enel Francesco Starace e dal presidente di Fca John Elkann. “Mi ha fatto piacere”.
A maggio ha firmato con Papa Francesco il biliardino della Gazzetta dello sport. “Quello con il Pontefice è stato un incontro emozionante, un vero onore. Il calcio che amiamo vede protagonisti i giovani, il nostro futuro. Il calcio è inclusione, accoglienza”.
A marzo, con la fondazione Guido Carli, ha incontrato nuovamente il capo dello stato Sergio Mattarella. Le manca soltanto Greta Thunberg. “E’ uno dei prossimi appuntamenti in cantiere… Nell’attesa, ho preso Licia Colò che un po’ le somiglia, anzi è più carina. Scherzo”.
Donald Trump è la sua cup of tea? “E’ uno spirito controcorrente, impossibile da imbrigliare… Va riconosciuto che le politiche economiche messe in campo dalla sua amministrazione stanno dando risultati positivi. Il tasso di disoccupazione statunitense è sceso al 3,6 per cento, ai minimi dal 1969”.
Trump è il leader populista, politically uncorrect, che dichiara guerra all’immigrazione incontrollata. Un po’ come Salvini con lo slogan dei “porti chiusi”. “Io, per carattere, tendo piuttosto al politicamente corretto, sono un moderato nelle parole, lo considero un segno di rispetto verso il prossimo. Quanto ai flussi migratori, una politica responsabile deve gestirli senza ipocrisia. I migranti politici sono un conto, quelli economici sono tutta un’altra storia.