Gli effetti distorsivi della Tobin tax

La manovra prevede di raddoppiare l'imposta sulle transazioni finanziarie, ma così rischia di deprimere la Borsa. Enriques (Bocconi): "Invece di eliminare gli incentivi per le aziende a trasferirsi, ne rafforziamo uno". Firpo (Assonime): "Una misura incoerente: ciò che il Mef fa con una mano, lo smonta con l'altra" 

6 NOV 26
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Luca Enriques, professore di diritto commerciale alla Bocconi, spiega al Foglio cosa non torna nell’aumento della Tobin tax, l’imposta sulle transazioni di azioni di società italiane con un valore di Borsa superiore ai 500 milioni di euro, che il governo intende raddoppiare con la legge di Bilancio, dopo averlo già fatto con quella dell’anno scorso: “Prendiamo due grandi nomi di Piazza Affari: acquistando azioni Campari, una società di diritto olandese, non si paga la Tobin tax italiana, ma acquistando azioni Leonardo sì. Questo perché l’imposta dipende dalla sede legale della società che ha emesso le azioni, non dal mercato sul quale vengono negoziate”. Stefano Firpo, direttore generale di Assonime, è altrettanto critico: “L’aumento è molto pesante: vuol dire aver quadruplicato dal 2025 l’imposizione sulle azioni quotate di società italiane. E’ una misura che pone la Borsa italiana in uno svantaggio competitivo mostruoso con gli altri paesi. Non c’è stata alcuna interlocuzione con gli operatori di mercato o le associazioni, è venuta fuori dal nulla”.
L’articolo 15 della manovra – ancora in esame in Parlamento – raddoppia l’aliquota ordinaria della Tobin tax dallo 0,4 allo 0,8 per cento sugli scambi Otc, mentre per i mercati regolamentati il prelievo sale dallo 0,2 allo 0,4 per cento (nel 2025 era allo 0,1 per cento). La relazione tecnica del Mef prevede, duplicando il gettito stimato per il 2026, circa 1,38 miliardi di euro di maggiori entrate dal 2027. Una stima che però non include la possibile reazione degli investitori. “E’ una previsione, ma gli investitori reagiscono alle imposte, riducendo gli scambi o modificando strumenti e strategie di investimento – osserva Enriques –. Soprattutto, le evidenze empiriche mostrano che questo tipo di imposte possono sia deprimere il valore delle azioni, perché gli investitori incorporano i costi attesi, sia aumentare il costo del capitale per le imprese, sia ridurre la liquidità del mercato” . Firpo aggiunge: “E’ un disincentivo generalizzato all’investimento in Borsa. E si pone in un mercato, quello italiano, già poco liquido, con pochi scambi, in crisi per la mancanza di Ipo e il continuo delisting di imprese”.
L’aumento della Tobin tax renderà più costoso investire nelle imprese italiane rispetto a quelle di altri paesi. Ma si tratta di una norma “bipartisan”, lanciata dai No global all’inizio degli anni Duemila, implementata per la prima volta dal governo Monti nel 2012, che produce però un effetto opposto all’attrazione dei capitali: li respinge. Soprattutto se negli altri paesi dell’Ue la tassazione è più bassa. “Germania e Paesi Bassi non hanno un’imposta equivalente. In Spagna è allo 0,2 per cento, in Francia allo 0,4 ma con una soglia di capitalizzazione di 1 miliardo di euro, quindi doppia rispetto a quella italiana”, ricorda Enriques. “Almeno cerchiamo di allinearci agli altri paesi – sottolinea il dg di Assonime –. Il governo con la legge dei capitali ha innalzato la definizione di Pmi quotate a un miliardo di capitalizzazione. Allora usiamo quella definizione, non inventiamone una nuova, no?”.
Enriques poi precisa: “E’ una tassa sulle operazioni di acquisto di azioni, il cui costo ricade sugli investitori. Può colpire il grande fondo internazionale, ma anche il piccolo risparmiatore e chi investe attraverso strumenti di previdenza complementare”. E Firpo aggiunge: “Anche le commissioni sui fondi potrebbero aumentare, perché questa tassa agisce anche sulla gestione dinamica dei loro portafogli e dovrà essere coperta. Già oggi i grandi fondi internazionali che seguono gli indici mettono sull’Italia al massimo il 3 o 4 per cento dei loro investimenti. Ora rischiamo che questo peso si riduca ancora”.
Enriques sottolinea le asimmetrie tra le società italiane con sedi in paesi differenti che verrebbero così accentuate: “Un’impresa con sede legale italiana resta soggetta all’imposta anche se le sue azioni sono scambiate a New York. Al contrario, una società con sede legale nei Paesi Bassi può essere quotata a Milano senza che i suoi titoli siano assoggettati alla Tobin tax italiana. Invece di eliminare gli incentivi a trasferirsi, ne rafforziamo uno”.
Firpo infine conclude: “E’ una misura non solo incoerente, ma contraddittoria rispetto ad altre iniziative del medesimo governo: la riforma del Tuf, la proroga del bonus Ipo, l’iniziativa con Cdp sul fondo di fondi. Ciò che il Mef fa con la mano sinistra, poi lo smonta con la mano destra”. Infine annuncia: “Presto manifesteremo in maniera coesa il nostro stupore e la nostra contrarietà a questa misura”