I problemi teorici e pratici della sinistra che punta a tassare i patrimoni dei ricchi

La patrimoniale è la risposta facile a un problema difficile: quello di una ricchezza sempre più concentrata. Ma tra patrimoni difficili da ricostruire, imprese da non penalizzare e apparati pubblici inefficienti, il fisco rischia di diventare un manifesto ideologico. La sinistra dovrebbe preoccuparsi meno di incassare e più di spendere bene
3 NOV 26
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La tassazione patrimoniale, di cui molto si parla in questi giorni, in parte già esiste e in parte è irrealizzabile: una sorta di manifesto politico destinato a scontrarsi con insuperabili difficoltà pratiche. Eppure al fondo c’è un’intuizione sensata, un’idea condivisibile, che si distorce trasformandosi in ideologia. Queste proposte colgono in- una caratteristica delle società sviluppate e complesse, dove paradossalmente le diseguaglianze aumentano. Dove il tenore di vita è modesto per tutti, anche le diseguaglianze sono modeste, come nelle società basate sulla caccia-raccolta, l’agricoltura di sussistenza o al limite le società animali.
L’uguaglianza può insomma essere, in altri termini, anche tarata al ribasso, con società in cui stanno tutti ugualmente male, come diceva Churchill sul socialismo come uguale distribuzione della miseria rispetto all’ineguale distribuzione della ricchezza dell’economia di mercato. Però è certamente vero che la riduzione della base industriale delle economie mature ne ha impoverito la classe media, lasciando immutate le ricchezze precedenti e creando nuove ricchezze in chi riesce a organizzare produzioni ubicate nelle nuove economie o nel mondo della rete internet.
Più che invocare una redistribuzione di queste ricchezze con lo strumento delle imposte, una soluzione è intervenire sulla loro distribuzione tra i vari partecipanti alla relativa catena del valore. Lo strumento delle imposte non dovrebbe perciò essere so-pravvalutato da una sinistra troppo preoccupata di prendere soldi, rispetto alla più importante preoccupazione di spenderli bene, che la legittimerebbe di più anche politicamente. Invece in Italia il modo in cui si è sedimentata la determinazione e la riscossione delle imposte è una testimonianza vivente dell’inefficienza di un intervento pubblico che va a rimorchio di soggetti privati. La determinazione delle imposte in Italia si basa infatti sugli apparati contabili di industrie, banche, grande distribuzione, enti pubblici territoriali e non, commercialisti e altri intermediari fiscali di vario genere. Gli uffici pubblici dovrebbero fare qualcosa di sinistra intervenendo dove questa determinazione giuridico-documentale delle imposte tramite terzi non funziona, e invece da quasi sessant’anni, intervengono sul regime giuridico di quello che i suddetti terzi hanno dichiarato.
Infatti le imposte patrimoniali e reddituali sulla ricchezza finanziaria già funzionano da sole attraverso le banche, che però possono intervenire solo sui depositi e i titoli di loro competenza. Oggi infatti le banche già gestiscono il cosiddetto bollo sulla ricchezza finanziaria, introdotto dal governo Monti. Una visione complessiva di tutti i beni del contribuente, con una personalizzazione e una progressività dell’imposta, richiederebbe di ricostruire il patrimonio complessivo, compito che spetterebbe all’amministrazione finanziaria. Se si considera il patrimonio intestato a società di capitali, di persone, amministrato da fiduciarie, italiane o estere, trusts e via enumerando c’è ragionevolmente da prevedere che le prime a dimostrare freddezza verso simili imposte sul patrimonio complessivo sarebbero proprio l’Agenzia delle entrate e la Guardia di finanza, rispetto all’enorme lavoro che sarebbe loro richiesto. Anche le imposte patrimoniali su beni ad alta visibilità, come gli immobili, sarebbero molto più complesse se dovessero passare dall’applicazione ai singoli immobili al suddetto patrimonio immobiliare complessivo, magari con aliquote progressive.
Infine l’imposta sui paperoni, che però finirebbe per gravare sul valore delle imprese, che oggi consente di affermare che la ricchezza delle prime dieci famiglie italiane è pari a quella di vari milioni di individui più poveri: tale ricchezza è però puramente ipotetica e verrà monetizzata e tassata solo quando l’impresa sarà ceduta. Si tratta di ricchezza non realizzata, impiegata in attività produttive, dove lavorano milioni di operai e impiegati. Non a caso l’imposta sul patrimonio netto delle imprese fu eliminata nel 1998 dal primo governo Prodi; essa comportebbe poi le distorsioni di tutte le imposte patrimoniali, cioè non distinguere tra patrimoni aumentati e diminuiti, nonché tra patrimoni costituiti con redditi tassati ovvero esenti, provenienti da tempi remoti oppure evasi.
Quanto sopra consiglia di indirizzare l’attenzione ad altri aspetti del patrimonio, senza tassarlo come tale, ma guardando ai redditi che ne derivano, oggi trattati meglio, di quelli da lavoro, dipendente o autonomo che sia.