Economia
1941 - 2026 •
William Nordhaus. L'eredità del Nobel che studiò come conciliare crescita e tutela dell'ambiente
Dalla crescita economica al riscaldamento globale, Nordhaus ha cercato di misurare ciò che spesso sfugge ai conti tradizionali: il valore dell’innovazione, il costo delle scelte politiche, il prezzo delle emissioni. La sua lezione resta un invito a non separare gli obiettivi ambientali dalle conseguenze economiche

William Nordhaus - foto via Getty images
Venerdì 30 ottobre è scomparso William D. Nordhaus, premio Nobel per l’Economia nel 2018 per le sue ricerche sull’impatto economico del cambiamento climatico. Sebbene questo sia l’argomento su cui si è speso maggiormente, la sua produzione scientifica è ampia: dalla teoria della crescita all’innovazione, dall’economia dell’energia alla teoria della scelta pubblica.
Nato nel 1941 ad Albuquerque, New Mexico, si laurea a Yale nel 1963 e consegue il dottorato al Massachusetts Institute of Technology nel 1967. Qui studia con alcuni dei maggiori economisti dell’epoca, tra cui i Nobel Paul Samuelson, Robert Solow e Kenneth Arrow. Nello stesso anno torna a Yale, dove trascorrerà il resto della carriera accademica. Inizialmente si occupa di crescita e innovazione. Nel 1972, insieme a James Tobin, Nobel pure lui, pubblica uno studio sui limiti del pil come misura del benessere. Un aspetto importante è il drastico calo dei costi reso possibile dall’innovazione, che la contabilità nazionale non sempre riesce a cogliere. In un celebre lavoro del 1996, stima che il costo reale dell’illuminazione sia crollato del 99,9 per cento tra l’epoca preindustriale e oggi. Tornerà sul tema nel 2004, stimando che gli innovatori si approprino appena del 2,2 per cento del surplus sociale generato dalle loro invenzioni. La parte prevalente ricade sui consumatori, sotto forma di prezzi più bassi e prodotti migliori. L’altra grande idea riguarda il “ciclo politico-economico” (1975). Nordhaus contribuisce a rendere più realistica l’analisi del comportamento dei governanti: per essere rieletti, hanno un incentivo a stimolare l’economia in prossimità del voto, favorendo crescita e occupazione anche a costo di alimentare squilibri che si manifesteranno successivamente.
Armato anche di queste intuizioni, Nordhaus è tra i primi economisti a occuparsi sistematicamente del cambiamento climatico. Dopo avere cominciato a studiare l’economia delle risorse energetiche, nel 1977 pubblica “Economic Growth and Climate: The Carbon Dioxide Problem”, un lavoro pionieristico, da cui nascerà un immenso filone di ricerca. Per lui, il cambiamento climatico non è soltanto una questione ambientale: è anche un problema economico, perché mette in relazione le decisioni di oggi con costi che ricadranno su altri soggetti nel futuro.
Da qui prende avvio un lungo percorso di ricerca. Il primo passo è lo sviluppo di modelli integrati che collegano l’attività economica, il consumo di combustibili fossili, le emissioni, l’aumento delle temperature e i loro effetti sull’economia. Il più noto è il “Dice” (Dynamic Integrated Climate-Economy model), presentato nel 1992. Il modello consente di confrontare i costi della riduzione delle emissioni con i danni economici del riscaldamento globale.
La conseguenza è che, secondo Nordhaus, non si può assumere un obiettivo climatico a prescindere dai costi necessari per raggiungerlo: non basta che un target sia desiderabile dal punto di vista ambientale, occorre confrontarne i guadagni con i sacrifici che comporta. Da qui le sue riserve verso obiettivi di temperatura particolarmente ambiziosi, come quello di contenere il riscaldamento entro 1,5 gradi, e verso accordi internazionali che non affrontano il problema degli incentivi a lasciare agli altri l’onere della riduzione delle emissioni. La sua proposta è una carbon tax, fissata in modo da bilanciare i costi della mitigazione con i danni climatici evitati. Per superare la paralisi dei vertici internazionali, suggerisce i “club climatici”: gruppi di paesi con regole comuni e conseguenze per chi resta fuori.
Questo approccio ha esposto Nordhaus agli attacchi sia di quanti minimizzavano il riscaldamento globale, sia di chi lo considerava una questione sottratta alla valutazione economica. Naturalmente, le sue conclusioni sono discutibili e lui stesso le ha riviste nel tempo. Ma la lezione è che la lotta al cambiamento climatico non può essere impostata come un obiettivo puramente politico: occorre confrontare sistematicamente costi e benefici.
Al tema, Nordhaus ha dedicato anche diversi libri. Ma il suo nome è legato anche a un’operazione editoriale di enorme successo: dal 1985 è coautore, insieme a uno dei suoi maestri, Paul Samuelson, del più celebre manuale di economia del Novecento. Pubblicato per la prima volta nel 1948, “Economics” è arrivato alla diciannovesima edizione nel 2009. Dopo la scomparsa di Samuelson, Nordhaus ne ha continuato il lavoro. Ora toccherà ad altri raccoglierne l’eredità.