Rafforzare l’Europa senza rivoluzioni è possibile. Un saggio

Nel suo ultimo libro Giovanni Pitruzzella offre una proposta pragmatica: riconoscere la coesistenza delle identità nazionali ed europea, valorizzare le connessioni democratiche e permettere, attraverso l’integrazione differenziata, che gli stati procedano a velocità diverse quando necessario

1 NOV 26
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Dare più potere a Bruxelles è davvero l’unica strada per superare le evidenti debolezze dell’Unione europea? L’ultimo libro di Giovanni Pitruzzella, L’Europa in trasformazione. Tra geopolitica e democrazia (Mondadori), offre una prospettiva analitica e originale sul modo in cui le nostre istituzioni possono rispondere a un mondo sempre più difficile – e su come il mondo incide sulle nostre istituzioni. Per Pitruzzella, l’Ue non è una vera e propria unione politica: è piuttosto una “macchina giuridica” che, attraverso un processo adattativo, ha cercato di colmare attraverso il diritto il gap di legittimità democratica. Inizialmente, il disegno dei padri fondatori era di perseguire la pace attraverso l’integrazione economica. La produzione normativa a livello Ue ha posto le basi per farlo, ma è stata soprattutto l’azione armonizzatrice della Corte di Giustizia a rendere possibile la costruzione di un ordinamento sovranazionale e concretamente esigibili i diritti da esso derivati. Più di recente, con il nuovo contesto geopolitico, la Corte si è spinta oltre: ha di fatto costituzionalizzato un’evoluzione dell’Ue, consentendo a Bruxelles di intervenire rapidamente e sulla base di poteri inediti, non immediatamente rinvenibili nei Trattati. Ma è qui che si arriva al cortocircuito o, per meglio dire, al limite di questo esperimento: il diritto non può sostituire la politica. Non che questa manchi in senso assoluto: il Parlamento europeo, che conferisce la fiducia alla Commissione, è eletto direttamente da tutti i cittadini; il Consiglio, nel quale sono rappresentati i governi nazionali, ne può condizionare pesantemente le scelte. Ma un processo decisionale arzigogolato finisce per alimentare la percezione di una distanza incolmabile e di una burocrazia autoreferenziale. Il problema si manifesta, in particolare, nei rapporti tra giudici e rappresentanti eletti, nelle controversie sullo Stato di diritto e nelle difficoltà di conciliare le diverse sensibilità nazionali.
La crisi geopolitica rende questo passaggio ancora più urgente. Se il mondo torna a essere dominato dai rapporti di forza, l’Europa deve attrezzarsi per non subirli. Difesa, sicurezza energetica, materie prime, commercio e tecnologie non sono più settori separati dalla politica, ma condizioni della libertà e dell’autonomia europea. E’ soprattutto sul terreno economico che il libro evidenzia una contraddizione. L’Europa soffre di due mali opposti: da un lato l’eccesso di regolazione, che è il sintomo più evidente della distanza tra la capacità giuridica di Bruxelles e la sua limitata riconoscibilità democratica; dall’altro la frammentazione dei mercati, che deriva al contrario dalla rinuncia ad applicare fino in fondo il diritto eurounitario (lo testimonia il calo delle procedure di infrazione). Più controversa è la riscoperta della politica industriale e dei “campioni europei”. Qui Pitruzzella – oggi giudice costituzionale e già avvocato generale della Corte di Giustizia – parla con la voce dell’ex presidente dell’Antitrust: le imprese nazionali protette dalla concorrenza possono accumulare potere di mercato, ridurre gli incentivi a innovare e sfruttare rendite di posizione. Se la frammentazione europea impedisce alle imprese di crescere, la soluzione più coerente è rimuovere gli ostacoli, non necessariamente selezionare dall’alto i vincitori. Lo stesso interrogativo riguarda il nuovo attivismo finanziario dell’Ue. Pitruzzella osserva che l’integrazione si realizza ormai anche attraverso debito comune, fondi europei e condizionalità. E’ una trasformazione di grande rilievo, ma non neutrale. Ogni nuovo strumento finanziario distribuisce risorse, rischi e potere; ogni programma comune solleva la questione di chi stabilisca le priorità e di chi risponda degli eventuali fallimenti.
In tal senso, l’Europa non può diventare un semplice prolungamento delle burocrazie nazionali, come vorrebbero i sovranisti, ma neppure può fingere di essere uno stato federale compiuto, sostenuto da un unico popolo e da una sola identità politica, come invece sperano taluni europeisti. La proposta di Pitruzzella è più pragmatica: riconoscere la coesistenza delle identità nazionali ed europea, valorizzare le connessioni democratiche e permettere, attraverso l’integrazione differenziata, che gli stati procedano a velocità diverse quando necessario. “L’Europa in trasformazione” è una lettura essenziale per comprendere che rafforzare l’Europa non implica moltiplicarne i poteri, né sostenere la competitività richiede la rinuncia a promuovere la concorrenza.