Ambientalismo e modernità, insieme. Il libro audace di Della Seta

Nel suo “Il paradosso verde” l'ex presidente di Legambiente ricostruisce le radici anche conservatrici e reazionarie dell'ecologismo, mette in discussione il mito della natura buona e riconosce il ruolo del profitto e della globalizzazione. Una riflessione sulle contraddizioni del movimento ambientalista, tra ortodossia verde e necessità di cambiare

1 NOV 26
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Roberto Della Seta è da tempo impegnato nel movimento ambientalista. E’ stato presidente di Legambiente, senatore del Pd. Ma è anche uno storico per formazione e questo si vede nel suo ultimo libro, “Il paradosso verde”, Edizioni Laterza. Non sono molti in Italia che ragionano sulle radici storiche e culturali del movimento ambientalista. Dalla prima impostazione “protezionista” che risale all’Ottocento, animata soprattutto da circoli elitari amanti della natura, fino alla sua politicizzazione e contaminazione principalmente con movimenti di sinistra.
Il lavoro di Della Seta è prezioso sia dal punto di vista storico sia da quello politico. Risalire alle radici, talvolta anche molto diverse, è un modo per meglio leggere il presente e i non pochi problemi che il movimento ambientalista, che nel frattempo ha conquistato un posto importante nelle agende politiche e nelle teste dell’opinione pubblica, deve affrontare. Pur nella difesa della “linea” – secondo l’autore solo il Green Deal può salvare l’Europa e il riscaldamento globale è la madre di tutte le battaglie – non sono pochi i punti alquanto urticanti per una certa ortodossia verde. A cominciare dal carattere storicamente duplice del pensiero ambientalista. Prevalentemente di sinistra a partire dagli anni 70, quando si contamina a opera di teorici come Barry Commoner, con la teoria marxista che individua nel modello di sviluppo capitalistico la radice dei problemi ambientali. Ma anche con robuste radici di destra che individuano nella modernità in quanto tale la causa dei problemi. E si accompagnano quindi a richieste di “ritorno alla natura”, “decrescita”, controllo delle nascite. La nostalgia, insomma, per il bel mondo che fu, fino a venature razziste e suprematiste, ispirate dai legami di sangue con il territorio. Della Seta milita a sinistra, ma questo non gli impedisce di mettere in guardia da derive che spesso attraversano il movimento. A cominciare da un certo “naturacentrismo”, che dimentica la lezione di Darwin e il carattere amorale delle leggi di natura. Il nostro pianeta ha registrato nella sua evoluzione 5 grandi estinzioni, le Big Five, con la scomparsa mediamente del 75 per cento, ma con punte del 90 per cento, di tutte le specie viventi, esclusivamente dovute a cause naturali (cambiamenti climatici, meteoriti, eruzioni vulcaniche) centinaia di milioni di anni prima che l’homo sapiens facesse la sua comparsa. La natura non è né buona né giusta e solo partendo dalla centralità della specie umana si può rintracciare la strada corretta. Deve essere un sano egoismo di specie quello che ci spinge a conservare gli equilibri ecologici che hanno permesso l’affermarsi della specie umana. Poi, certo, tocca un po’ arrampicarsi sugli specchi per difendere l’Enciclica di Papa Francesco, che di questi luoghi comuni – la natura è buona perché è dono di Dio – è pervasa. La terza considerazione eterodossa è il riconoscimento che l’innovazione tecnologica è il prodotto della ricerca del profitto ed è spinta da motivazioni egoistiche. “Il capitalismo – scrive Della Seta – non è un’ideologia e nemmeno un modello sociale: è un meccanismo economico che alimenta la creazione di ricchezza materiale”. E persino vi è un giudizio piuttosto positivo sulla globalizzazione, di solito bestia nera degli ecologisti: “La realtà contraddice l’idea che crescita economica e globalizzazione impoveriscano i paesi già poveri”. Non mancano alcune critiche al modo in cui spesso sono state impostate le politiche ambientali che, per il loro carattere intransigente e scarsamente inclusivo, hanno finito per alienare alla causa verde il favore di ampi strati della popolazione, soprattutto fra i ceti sociali più deboli. Un libro comunque interessante e, anche se talvolta il tentativo di tenere insieme ortodossia verde e proposte innovative cozza con la coerenza logica, aggiunge molte cose a un dibattito che spesso affonda nei luoghi comuni.