Economia
la trattativa •
Il caso artigiani rischia di far saltare l’accordo sindacati-imprese
La trattativa per riformare le relazioni industriali è ferma, ma stavolta a dividersi non sono Cgil, Cisl e Uil. Confindustria accusa gli artigiani di concorrenza sleale dopo la riforma che rischia di spostare due milioni di lavoratori verso contratti meno costosi. I sindacati si schierano con Orsini. Il governo resta alla finestra
31 OTT 26

Il grande accordo per rivoluzionare le relazioni industriali si è impantanato. La trattativa tra sindacati e imprese, in corso da mesi, doveva concludersi in settembre ma è subito scivolata a ottobre, poi si è parlato di metà novembre, adesso sarebbe già un risultato se si riuscisse a chiudere entro fine anno. E non è detto ci si riesca. L’ultimo incontro del 15 ottobre, coi leader di Cgil, Cisl e Uil e delle tredici associazioni di imprese riuniti al tavolo, non ha portato risultati. Ore e ore di trattativa, con momenti di tensione nei quali si è alzata la voce, per poi decidere di annullare i successivi due appuntamenti già fissati. “Non è rottura”, giurano i partecipanti, tanto che si continua a discutere e a incontrarsi informalmente. Ma il clima non è più quello entusiastico dei primi tempi.
Lo scoglio che non si riesce a superare si chiama salario. I sindacati insistono perché sia periodicamente adeguato al costo della vita, con un meccanismo che tenga conto dell’inflazione sul modello dei metalmeccanici. Ma qui entrano in gioco i differenti interessi nello schieramento, forse troppo composito, del mondo imprenditoriale, dove le priorità di grandi e piccoli, di industria e mondo cooperativo o artigiano, non coincidono. Mentre Landini, Fumarola e Bombardieri rappresentano un fronte sindacale compatto, quello delle imprese si sta sfilacciando. La stessa questione dei contratti pirata, cruciale per Confindustria e Confcommercio, non è altrettanto sentita dalle altre associazioni.
Il clima si è ulteriormente inasprito con la recente revisione della legge quadro sull’artigianato, che consente alle aziende del settore di aumentare il numero degli addetti senza perdere i vantaggi, in termini di retribuzioni e contribuzioni, tipici dell’artigianato. Fortemente voluta dal ministero del Lavoro, la novità sta causando uno scontro violento tra Confindustria e le tre centrali Confartigianato, Casa e Clai. Secondo gli industriali la riforma pone un problema di concorrenza sleale, favorendo una “area grigia” dove finirebbero per prosperare quei contratti in dumping che si vogliono disinnescare. Col rischio che 2 milioni di lavoratori traslochino dal contratto industria, più costoso, al più conveniente contratto artigiano.
Il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha più volte sottolineato che “l’industria fa i contratti migliori e paga i salari più alti”, e se ci sono problemi di salari bassi occorre rivolgersi altrove, “per esempio agli artigiani”. Il j’accuse nei confronti di quelle “associazioni di categoria che difendono i propri interessi a spese dei lavoratori e delle imprese’’, è durissimo: Orsini afferma che il problema non sono tanto gli artigiani quanto “chi pretende di utilizzare una definizione giuridica per ottenere vantaggi economici e contributivi che nulla hanno a che vedere con la vera natura dell’impresa artigiana”. Quindi, “le associazioni dell’artigianato devono spiegare se il loro obiettivo sia realmente difendere gli artigiani oppure difendere il proprio sistema di rappresentanza e i propri bilanci”. Sottolineando infine che Confindustria “continuerà a difendere questi principi in ogni sede, utilizzando tutti gli strumenti a propria disposizione. Non siamo disposti ad arretrare di un millimetro quando sono in gioco l’equità, il futuro delle nostre imprese e i diritti dei lavoratori italiani”.
Gli artigiani rispondono piccati che “si vuole impedire alle imprese di crescere”, mentre Cgil, Cisl e Uil si schierano con Confindustria: nei giorni scorsi i leader hanno disertato l’assemblea di Confartigianato. Di questo scontro la trattativa, già difficilissima, non può che risentire. Per risolvere il confronto servirebbe una mediazione, ruolo che un tempo svolgevano i governi. Ma oggi il sospetto è che dietro la questione artigianato ci sia anche il tentativo di mettere una zeppa in un negoziato che il governo ha più che altro subìto, rinunciando alla delega su contratti e rappresentanza per lasciare spazio alle parti sociali. E se queste fallissero, amen.