Economia
L'analisi •
Facile dire “tetto a prezzo del gas”, più difficile scrivere il dl Bollette
Il meccanismo per abbassare il prezzo dell'elettricità è ancora fermo tra Palazzo Chigi, Mase e Arera. Il nodo è come finanziare i sussidi alle centrali a gas: il governo ragiona su un onere in bolletta, ma in Spagna il costo è sostenuto dagli acquirenti all'ingrosso. Una differenza decisiva che mostra quanto sia complicato trasformare uno slogan in una norma
31 OTT 26

Il correttivo del decreto Bollette, atteso nel Consiglio dei ministri di mercoledì scorso, si è nuovamente impantanato tra Palazzo Chigi il Mase. Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha spiegato che sono in corso “verifiche tecniche” relative “alla platea complessiva, la stima numerica dei risultati, la procedura che Arera deve utilizzare nell’intervenire e naturalmente la ripartizione del carico dell’onere”. Con ogni probabilità è proprio questo il tema su cui i tecnici dell’Ambiente e dell’Arera stanno cercando una soluzione. Il paradosso è che la soluzione è ovvia – copiare dalla Spagna, da cui l’intero meccanismo del tope è mutuato.
Andiamo con ordine. L’accordo tra il governo e la Commissione Ue prevede un meccanismo temporaneo, della durata di 18 mesi, per ridurre i prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica quando le quotazioni del gas superano i 58-59 euro/MWh (oggi siamo attorno a 100). Il primo fraintendimento nasce dal modo in cui la misura è stata annunciata: tetto al prezzo del gas. In realtà non è un tetto e non ha effetti sui prezzi del gas. Semmai, è un sussidio ai produttori termoelettrici al fine di contenerne i costi di produzione. L’intuizione è: per ogni euro di sussidio alle centrali a gas, scenderà di un euro il prezzo di tutta l’energia elettrica, anche quella prodotta da altre fonti. Se tutto funziona come deve, il consumatore ci guadagna: il suo risparmio corrisponde ai minori ricavi dei produttori diversi dal gas (tipo le rinnovabili).
Perché l’operazione funzioni, bisogna individuare con chiarezza chi versa il sussidio. Pichetto ha ribadito più volte che dalla contribuzione andrebbero esclusi i clienti titolari di contratti a prezzo fisso. Ciò implica che i 40 euro dovrebbero essere versati, attraverso un onere in bolletta, dai clienti finali. Ma farlo è complicatissimo (perché i contratti possono cambiare in ogni momento), potenzialmente controproducente (perché l’eccessiva restrizione della platea dei contributori ne scaricherebbe il costo su una minoranza) e concettualmente sbagliato. Il “tope” non interviene al livello del mercato retail, ma su quello all’ingrosso. Quindi, nella logica del suo funzionamento, gli “acquirenti” non sono i clienti finali ma gli operatori a monte: grandi industrie, trader e utility. Sono loro che dovrebbero finanziarlo – proprio come in Spagna. Quindi, chi compra energia all’ingrosso, cioè fornitori, industrie e trader, paga l’energia a prezzo scontato, ma deve versare quanto serve a finanziare la compensazione. L’obbligo di versare la compensazione deve necessariamente sorgere qui, a monte. Non può essere spostato in bolletta (come ipotizzato da Arera tramite un aggravio della tariffa di dispacciamento uguale per tutti). Madrid ha fatto esattamente così, prevedendo solo alcune limitate esenzioni, tra cui quelle per chi ha negoziato all’ingrosso contratti di acquisto a lungo termine (i cosiddetti Ppa). Avrebbe senso fare lo stesso.
E’ su questo punto, che è assieme operativo e concettuale, che tutto sembra essersi incartato: la via d’uscita è quella più ovvia e più semplice, cioè seguire fino in fondo il modello che si è imitato, facendo versare il sussidio agli acquirenti all’ingrosso, non ai clienti in bolletta. A quel punto, l’eventuale vantaggio che arriva al cliente dipende dal suo contratto. Se ha un prezzo variabile, il fornitore gli trasferisce il risparmio netto, perché il prezzo variabile in bolletta ne segue i costi di acquisto. L’Arera dovrà probabilmente autorizzare a includere il valore della compensazione nelle formule contrattuali di indicizzazione (che oggi fanno riferimento solo al prezzo, il cosiddetto Pun). Se invece il cliente ha un prezzo fisso, la bolletta non cambia: continua a pagare quanto pattuito, e il vantaggio resta provvisoriamente al fornitore fino alla scadenza del contratto; però, man mano che i contratti a prezzo fisso scadono, i fornitori dovranno incorporare l’effetto del meccanismo se vogliono restare competitivi.
C’è poi un’altra questione più sottile: la compensazione ai produttori a gas sarà dovuta solo nei momenti in cui i loro impianti “fanno il prezzo” (cioè, in gergo, sono “marginali”), oppure anche nelle altre ore? E’ una scelta complicata perché proprio l’erogazione del sussidio, che influenza i costi di tali impianti, può determinare se saranno marginali oppure no e influenzare i comportamenti dei concorrenti. Negli ultimi mesi la percentuale di ore in cui ciò accade è comunque sempre più bassa: a settembre poco meno del 30 per cento. Più questa percentuale cala, meno il meccanismo “morde”.
In sintesi: il tiramolla che va avanti da febbraio è legato solo in parte al braccio di ferro con la Commissione Ue. Dipende anche dall’oggettiva difficoltà di trasformare gli slogan in norme: tra dire “facciamo come la Spagna” e fare come la Spagna ci passa un mare di complesse decisioni tecniche.