Economia
UN CONSIGLIO DI LETTURA DI UN NOSTRO PARTNER: Eni •
Energia sotto pressione
Il sistema energetico globale deve confrontarsi con rischi sempre più numerosi e interconnessi. La resilienza diventa così una priorità per governi e imprese: affrontare un mondo più instabile richiederà di passare dall’efficienza alla capacità di adattarsi e trasformarsi
24 OTT 26

L'analisi di Noé van Hulst che leggete qui sotto è tratta dall’ultimo numero di World Energy.
* * *
Il termine “resilienza” è balzato in cima all’agenda di chi guida imprese e governi, conquistando un ruolo centrale nel dibattito pubblico. Un dato lo conferma: secondo J.P. Morgan (2026), dal 2016 la frequenza delle parole chiave legate alla resilienza nelle trascrizioni delle conferenze sui risultati finanziari e degli incontri con gli investitori delle utility dell’indice S&P 1500 è aumentata del 70 percento. Basta cercare “resilience energy” su Google Trends per vedere quanto sia cresciuto negli ultimi cinque anni l’interesse a livello mondiale. Un altro segnale è il ruolo di primo piano che il rafforzamento della “resilienza del sistema energetico” ha assunto negli indirizzi di politica energetica promossi dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), come ribadito da ultimo nella riunione ministeriale dell’agenzia del febbraio 2026.
Perché, dunque, la resilienza è improvvisamente sulla bocca di tutti? Per citare una nota canzone del musical Jesus Christ Superstar, “What’s the buzz”? Per capirlo basta fare un passo indietro e ripercorrere i numerosi shock di diversa natura che hanno colpito il sistema energetico globale in questo decennio: dalle impennate dei prezzi dell’energia dovute alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente ai grandi blackout, come quello nella penisola iberica; dagli eventi meteorologici estremi (tempeste, siccità, alluvioni, incendi e ondate di calore) alle interruzioni delle catene di approvvigionamento, fino agli attacchi informatici e alla distruzione deliberata di infrastrutture energetiche in azioni di guerra o attentati terroristici. Per descrivere le condizioni del sistema energetico globale, non è esagerato riprendere il termine “policrisi” usato dallo storico Adam Tooze. In quest’ottica, sorprende persino che le interruzioni degli approvvigionamenti energetici non abbiano ancora avuto ripercussioni più gravi sull’economia mondiale. Molte economie in via di sviluppo importatrici di energia, tuttavia, hanno subito pesanti contraccolpi e, secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI), versano tuttora in gravi difficoltà.
Come evolve il concetto di resilienza
La resilienza si può interpretare in diversi modi. Nel sistema energetico, una prima accezione è quella che potremmo definire “ingegneristica”: la capacità di tornare alla situazione precedente dopo uno shock. Ne è un esempio la rapidità con cui la rete elettrica torna in funzione dopo i blackout provocati da una tempesta. Un secondo approccio è quello della resilienza “adattiva”: non basta ripristinare le condizioni iniziali, occorre anche imparare dall’esperienza e adattarsi. Riprendendo l’esempio della tempesta, è importante rendere la rete elettrica più robusta, così da ridurre la probabilità che altre tempeste provochino nuovi blackout. La terza accezione è la resilienza “trasformativa”, che va oltre la conservazione e il miglioramento del sistema esistente per passare a uno radicalmente diverso, più adatto alle nuove condizioni. In un certo senso, si passa dal “recupero” della situazione precedente a un “rilancio” verso nuovi assetti. Sempre pensando alla tempesta, il passaggio da una rete elettrica centralizzata a un insieme di mini reti interconnesse potrebbe rendere l’intera fornitura di elettricità meno vulnerabile a interruzioni e shock.
La resilienza nell’era della
transizione…
La transizione energetica globale incontra forti resistenze e procede più lentamente di quanto ci si aspettasse all’inizio del decennio. Pesano i grandi cambiamenti politici, come l’attuale amministrazione degli Stati Uniti e l’ascesa del populismo, ma anche la constatazione che la transizione si sta rivelando più difficile e costosa del previsto. Nonostante tutto, oggi è ampiamente considerata inarrestabile. Il percorso potrà essere lungo e accidentato, ma per la maggior parte dei governi e delle imprese la direzione è chiara e avrà conseguenze profonde per i paesi ricchi di risorse. In particolare, l’energia solare ha registrato una crescita vertiginosa ed è in piena espansione in tutto il mondo, così come i veicoli elettrici e le batterie. La transizione energetica globale sottopone il nostro sistema energetico ad almeno tre grandi prove di resilienza. La prima riguarda il cambiamento climatico, che incide già in modo evidente sulle nostre vite e sul sistema energetico stesso. Eventi meteorologici estremi come siccità, tempeste, incendi, alluvioni e ondate di calore interrompono o compromettono sempre più spesso il funzionamento di componenti fondamentali del sistema: tra questi, le centrali idroelettriche e nucleari e la rete elettrica, colpita dai blackout. È importante che il sistema energetico si adatti a operare in condizioni climatiche molto più severe rispetto al passato, come abbiamo potuto constatare tutti quest’estate in varie parti del mondo, per esempio in Nepal, in Canada e nell’Europa meridionale.
La seconda grande prova riguarda le reti elettriche, alle prese con la necessità di integrare nel sistema energetico quantità di elettricità da fonti intermittenti, come eolico e solare, in rapido aumento. Quasi ovunque ne sono derivate forti congestioni e strozzature, perché persino le economie avanzate erano impreparate ad affrontare una sfida di tale portata. Di conseguenza, in molti Paesi si è costretti ogni giorno a limitare in misura significativa la produzione di elettricità rinnovabile nelle ore di picco, semplicemente perché la rete non riesce ad assorbire né ad accumulare l’energia in eccesso. Le ragioni variano da Paese a Paese: infrastrutture obsolete, investimenti insufficienti, ritardi nell’innovazione e nella digitalizzazione, regole troppo rigide per i gestori delle reti, carenza di soluzioni per la flessibilità e l’accumulo. Nel complesso, la lentezza nell’ammodernamento delle reti elettriche e l’insufficiente capacità di accumulo continuano a frenare la transizione energetica globale e il processo di elettrificazione.
La terza grande prova di resilienza per il nostro sistema energetico riguarda le nuove vulnerabilità legate ai minerali critici, come rame, cobalto, litio e terre rare, su cui poggia la transizione energetica. Negli ultimi due decenni la Cina ha guidato la transizione a livello mondiale e oggi occupa una posizione dominante in quasi tutti i mercati dell’energia a basse emissioni: basti pensare al fotovoltaico, alle turbine eoliche, ai veicoli elettrici e alle batterie. Inoltre, il Paese domina l’estrazione e, in misura ancora maggiore, la lavorazione dei minerali critici. Ha poi dimostrato di essere pienamente in grado di usare questa posizione come arma di pressione e di essere disposto a farlo, come nel caso delle terre rare nei confronti del Giappone e degli USA. Ne derivano nuovi e importanti interrogativi in fatto di resilienza, ai quali Paesi come questi ultimi, India e Unione europea (UE) hanno iniziato a rispondere solo di recente, con iniziative volte a diversificare geograficamente gli approvvigionamenti di minerali critici e dei prodotti della loro raffinazione.
…e degli sconvolgimenti geopolitici
L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha provocato uno shock energetico con fortissime impennate dei prezzi. Molti governi sono intervenuti per attenuarne l’impatto su famiglie e imprese, con costi ingenti per i bilanci pubblici. Hanno inoltre adottato politiche per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, promuovendo l’efficienza energetica, le energie rinnovabili e il nucleare, l’idrogeno a basse emissioni e quello rinnovabile e, in alcuni casi, aumentando il ricorso a carbone, petrolio e gas di produzione nazionale. Questo cambiamento trova riscontro nei flussi globali di investimento: solo dal 2022 gli investimenti nell’energia a basse emissioni hanno iniziato a superare quelli nei combustibili fossili, fino a raggiungere un livello previsto di 2.200 miliardi di dollari, vale a dire quasi il doppio. Queste politiche hanno senz’altro contribuito a rendere più resilienti i sistemi energetici. Alcuni Paesi hanno ottenuto risultati migliori di altri, come è emerso con l’inizio della guerra di USA e Israele contro l’Iran nel febbraio 2026. Il conflitto si è rapidamente esteso ai paesi vicini del Golfo, portando alla chiusura dello stretto di Hormuz e innescando quello che la IEA ha definito il più grande shock energetico della storia recente. I prezzi di petrolio e gas sono nuovamente schizzati in alto, sebbene meno di quanto ci si aspettasse alla luce delle gravi interruzioni dei flussi di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL) in uscita dallo stretto. A contenere il rialzo del greggio ha contribuito la Cina, primo importatore mondiale di petrolio, che è riuscita a dimezzare le importazioni grazie a una notevole flessibilità della domanda e a un ampio ricorso alle scorte. È così emerso quanto il Paese abbia rafforzato la resilienza del proprio sistema energetico, puntando molto di più sui veicoli elettrici e aumentando le riserve petrolifere di emergenza. La maggior parte degli altri Paesi ha incontrato difficoltà ben maggiori, soprattutto nel sud-est asiatico, dove si è tornati, tra le altre misure, ai razionamenti e al lavoro da casa.
In quest’epoca di turbolenze geopolitiche, anche la sicurezza informatica mette sempre più alla prova la resilienza del sistema energetico. Il settore non è certo l’unico bersaglio degli attacchi informatici, ma le ripercussioni sulla società possono essere gravissime quando questi provocano blackout e interrompono flussi energetici essenziali. Secondo la IEA, tra il 2020 e il 2024 gli attacchi informatici alle organizzazioni del settore energetico sono triplicati, superando i 1.500 a settimana, e va da sé che anche su questo fronte i sistemi energetici devono diventare più resilienti. Un caso che di recente ha attirato l’attenzione è la vulnerabilità degli inverter, dispositivi elettronici presenti negli impianti solari, eolici e di accumulo a batterie.
Non meno importante è l’esperienza delle due guerre di questo decennio, che hanno messo in luce la vulnerabilità del sistema energetico alla distruzione deliberata. Il conflitto russo-ucraino si è trasformato sempre più in una guerra energetica, con entrambe le parti impegnate a colpire le infrastrutture dell’avversario (reti elettriche, raffinerie, stazioni di distribuzione del gas ecc.). L’Ucraina, in particolare, sta dimostrando una notevole resilienza su più fronti: dal rafforzamento delle protezioni delle infrastrutture energetiche alla rapidità dei ripristini e delle riparazioni, fino all’avvio di una trasformazione della rete elettrica, in precedenza fortemente centralizzata, verso un sistema energetico più decentralizzato e distribuito, con un insieme di mini reti meno vulnerabile agli attacchi e alle interruzioni su vasta scala. Il grafico della IEA riportato a pag. 8 illustra bene questo esempio di resilienza trasformativa. Mentre oltre la metà della capacità di generazione centralizzata dell’Ucraina è stata danneggiata o distrutta, per la generazione distribuita la quota è stata appena del 7 percento. Gli impianti di generazione distribuita sono più difficili e costosi da individuare per chi attacca e possono essere riparati e ricostruiti più rapidamente.
L’esperienza ucraina può offrire, sotto diversi aspetti, lezioni utili ad altri Paesi che vogliono rafforzare la resilienza del proprio sistema energetico in quest’epoca di sconvolgimenti geopolitici. Ne è un esempio il piano varato da Rheinmetall, azienda tedesca della difesa, per costruire in tutta Europa una rete decentralizzata di impianti di produzione di carburanti sintetici, così da garantire maggiore resilienza in caso di una futura guerra sul suolo europeo.
Il protrarsi della chiusura dello stretto di Hormuz indurrà certamente a rivedere le proprie strategie energetiche anche i paesi del Golfo, i Paesi importatori di energia e le imprese le cui catene di approvvigionamento sono state colpite. Con ogni probabilità, ne deriveranno misure per rafforzare la resilienza: ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili e puntare maggiormente sulle fonti energetiche nazionali, migliorare l’efficienza energetica, aumentare le scorte di emergenza e diversificare ulteriormente combustibili, fornitori, rotte commerciali e modalità di trasporto.
Le implicazioni per le strategie
aziendali e le politiche pubbliche
Winston Churchill amava parafrasare una citazione: “Impara dalla storia o finirai per ripeterla”, un monito che vale senz’altro anche per la resilienza del sistema energetico. I Paesi che hanno imparato di più dagli shock energetici di questo decennio se la sono cavata meglio degli altri; la Cina è probabilmente l’esempio più significativo, insieme all’Ucraina. L’UE è riuscita ad adattarsi relativamente bene all’interruzione delle forniture di gas russo nel 2022, diversificando i fornitori e ottenendo miglioramenti duraturi dell’efficienza energetica, ma deve ancora superare importanti vulnerabilità; una su tutte riguarda l’avvicinarsi del prossimo inverno con le scorte di gas più basse degli ultimi 17 anni, nonostante gli avvertimenti di molti esperti. Per assicurarsi i pochi carichi di GNL disponibili, nei prossimi mesi rischia di dover pagare prezzi ancora più alti di quelli attuali, già ai massimi da tre anni, facendo salire anche il costo dell’elettricità, con conseguenze negative per l’economia. Paesi più poveri, come Pakistan e Bangladesh, potrebbero persino subire blackout, interruzioni della produzione industriale e razionamenti energetici. Altre vulnerabilità dell’UE riguardano le reti elettriche, esposte a congestioni e attacchi informatici, e gli approvvigionamenti di gasolio, carburante per aerei e minerali critici (anche raffinati). Sebbene il sistema energetico degli USA sia più resiliente, grazie al primato del Paese nella produzione di greggio e gas, anch’essi devono affrontare sfide importanti: in particolare, l’adeguamento delle reti elettriche alla domanda in forte crescita legata all’intelligenza artificiale e ai data center, i prodotti petroliferi raffinati e la forte dipendenza dalla Cina per alcuni minerali critici, come le terre rare.
In un mondo segnato da un’incertezza senza precedenti, una cosa sembra certa: rafforzare la resilienza sarà una priorità per governi e imprese. Ed è altrettanto certo che comporterà costi significativi, nel passaggio da un mondo imperniato sull’efficienza e sul “just in time” a uno fondato su riserve di sicurezza e sul “just in case”. Diversificare maggiormente combustibili, fornitori, rotte di approvvigionamento e modalità di trasporto significherà, nella maggior parte dei casi, sostenere costi più elevati e pagare un consistente premio per la sicurezza. Lo stesso vale per un maggiore ricorso all’energia di produzione nazionale e per la costituzione o l’aumento di scorte di combustibili, minerali critici e attrezzature essenziali. Il percorso verso una maggiore resilienza varierà in base alle condizioni specifiche dei Paesi e delle imprese. Fare squadra con partner fidati in alleanze e consorzi internazionali può ridurre la complessità della sfida e i costi di attuazione di strategie e politiche efficaci. Da un recente sondaggio emerge che, secondo oltre la metà dei dirigenti del settore energetico, le rispettive organizzazioni non dispongono di una strategia di resilienza aziendale chiaramente definita e aggiornata con regolarità: agire è più urgente che mai.
* * *
Noé van Hulst, è vicepresidente dell’International Partnership for Hydrogen and Fuel Cells in the Economy (IPHE), consulente per l’idrogeno presso l’International Energy Agency (IEA) e per Gasunie, la società statale olandese attiva nel settore delle infrastrutture energetiche. È inoltre senior fellow del Centre for International Energy Policy (CIEP) e fellow del Payne Institute for Public Policy della Colorado School of Mines.