Economia
Editoriali •
Landini sciopera per tutto tranne che per Kyiv
Salari, armi, Gaza. Ma l’Ucraina no. Storia di una grande rimozione della Cgil
21 OTT 26

Foto LaPresse
Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, ha proclamato l’ennesimo sciopero generale per il 20 novembre. Quanto siano davvero “generali” questi scioperi del venerdì, come mostrano le rilevazioni delle assenze dal lavoro, dipende più dalla condizione meteorologica, che consiglia o no un prolungamento del fine settimana. Uno dei temi sui quali è fondata la proclamazione dello sciopero è l’opposizione ai “14 miliardi per le armi”. Al di là della quantificazione piuttosto discutibile, questo porta a una domanda tuttora senza risposta. Che cosa pensa Landini dell’aggressione russa all’Ucraina? Su questo tema, ovviamente centrale nella discussione politica sia nel centrodestra sia nel centrosinistra, la Cgil appare curiosamente afona. Landini, che esprime giudizi su tutto lo scibile, preferisce tacere su un argomento dirimente e questo suscita qualche interrogativo.
Nella storia della Cgil ha fatto epoca la condanna da parte del Pci del sostegno di Giuseppe Di Vittorio alla protesta antisovietica dei lavoratori ungheresi, che portò alla conclusione della leadership sindacale del più noto sindacalista dell’epoca. Ma Landini non è Di Vittorio. Affronta il tema per vie traverse, attaccando la manovra di bilancio in cui sostiene, falsamente, che le spese militari vanno a detrimento di quelle sociali o sanitarie, ma non entra mai nel merito della questione ucraina. La battaglia “per la pace”, che sta nel Dna della Cgil, si può declinare in vari modi, come ha ripetuto più volte Sergio Mattarella, spiegando come la pace si deve basare sul rifiuto e la condanna delle aggressioni. Landini non ha mai trovato modo per esprimere una posizione netta, forse per non spezzare il filo che lo lega, di fatto, ai 5 stelle, evitando di suscitare reazioni da parte di quella componente della Cgil, tutt’altro che secondaria, storicamente vicina ai riformisti del Pd. Anche questa ambiguità o reticenza rende poco convincente l’appello allo sciopero generale proclamato senza il consenso delle tre centrali sindacali, ne dimostra la strumentalità e, con ogni probabilità, lo condanna all’ennesimo insuccesso.