Su salari e disuguaglianze ripartire dalla contrattazione collettiva

Per trent’anni abbiamo spiegato la stagnazione salariale italiana con un argomento semplice: i salari non crescono perché non cresce la produttività. Una spiegazione in buona parte vera per l’economia nel suo complesso. Ma guardando dentro i settori, il quadro cambia. E diventa più politico

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Il confronto tra le parti sociali per un nuovo protocollo sulle relazioni industriali sembra arrivato a un punto morto. Ed è un peccato, perché sul tavolo c’era una misura concreta per i rinnovi contrattuali del prossimo anno: una clausola di garanzia contro l’inflazione, capace di impedire nuove perdite di potere d’acquisto. Assistiamo intanto a una crescente divaricazione tra i contratti collettivi che si traduce in una divaricazione sociale. E rischia di separare sempre più i destini dei giovani laureati da quelli dei non laureati.
Possiamo dividere i giovani italiani in due gruppi: quelli che arrivano alla laurea e quelli che non ci arrivano, ancora oggi circa il 50 per cento. Un tempo l’occupazione qualificata, soprattutto al Sud, trovava sbocco nel settore pubblico, che oggi assume poco e paga bassi salari. I laureati si dirigono sempre più verso i servizi avanzati, le professioni, la tecnologia, la consulenza e la finanza. I diplomati trovavano invece occupazione nella manifattura, che oggi impiega meno persone e richiede competenze più elevate. I non laureati si concentrano nel commercio, nel turismo, nella ristorazione e nei servizi meno qualificati. Questi mondi non offrono soltanto salari diversi, ma diverse possibilità di difenderne il potere d’acquisto.
L’economia italiana si è divisa in tre. La manifattura ha perso occupazione ma ha aumentato la produttività, mantenendo relazioni industriali solide. I servizi avanzati hanno accresciuto produttività, salari e occupazione qualificata. Infine commercio, alberghi, ristorazione e servizi alle persone: molta occupazione, produttività relativamente bassa e salari ancora più bassi.
Per trent’anni abbiamo spiegato la stagnazione salariale italiana con un argomento semplice: i salari non crescono perché non cresce la produttività. Una spiegazione in buona parte vera per l’economia nel suo complesso. Ma guardando dentro i settori, il quadro cambia. E diventa più politico. La bassa produttività non spiega quello che è successo ai salari negli ultimi anni. Secondo i dati Istat, tra il 2019 e il 2025 le retribuzioni contrattuali reali orarie nell’intera economia sono diminuite del 7,24 per cento, mentre la produttività oraria è rimasta praticamente ferma, con un calo dello 0,15 per cento. Nel commercio, nei trasporti, negli alberghi e nella ristorazione la perdita salariale è stata del 9,14 per cento, a fronte di una diminuzione della produttività di appena l’1,2 per cento. Nei servizi non c’è stato un crollo della produttività paragonabile a quello dei salari. In alcuni comparti la produttività è aumentata. Non possiamo attribuire la perdita di potere d’acquisto soltanto a quanto producono i lavoratori. E’ anche un problema di distribuzione del reddito e di istituzioni salariali.
La vecchia fabbrica aveva una proprietà straordinaria: consentiva anche a un lavoratore con istruzione media di entrare in un’impresa produttiva e guadagnare un salario da classe media. Oggi produttività elevata, occupazione di massa e salari dignitosi non coincidono più. I settori avanzati pagano bene, ma assorbono soprattutto lavoratori qualificati. Commercio, turismo e ristorazione creano molta occupazione meno qualificata, con scarse prospettive salariali. Da qui discendono due questioni. La politica economica non dovrebbe occuparsi soltanto di semiconduttori, intelligenza artificiale e grandi imprese industriali. Dovrebbe preoccuparsi anche della produttività di alberghi, catene commerciali e ristoranti. Dimensione d’impresa, tecnologia, organizzazione del lavoro, formazione e capacità manageriali contano anche qui. 
Ma una maggiore produttività non garantisce automaticamente salari più alti. Serve una contrattazione capace di distribuirne i benefici. Ed è qui che entra in gioco il protocollo tra le parti sociali. Per decenni la contrattazione collettiva italiana ha promesso una forma implicita di assicurazione contro l’inflazione. Non la vecchia scala mobile, ma rinnovi periodici capaci di evitare perdite permanenti di potere d’acquisto. Lo shock inflazionistico del 2022-23 ha messo alla prova questa promessa. E il sistema ha funzionato peggio dove si concentrano i lavoratori più vulnerabili: contratti scaduti, rinnovi tardivi, recuperi incompleti. Una clausola di garanzia avrebbe impedito che i ritardi diventassero perdite durature. Il risultato è una nuova disuguaglianza. Il giovane diplomato italiano non è necessariamente escluso dal mercato del lavoro. Spesso trova un’occupazione, ma nei settori dove i salari sono bassi e la protezione dall’inflazione più debole. L’esclusione non avviene dal lavoro: avviene dal reddito che quel lavoro garantisce. E la distanza rispetto ai laureati, con maggiori opportunità di carriera e crescita retributiva, rischia di allargarsi.
In questa storia i super ricchi c’entrano ben poco. Non c’è tassa patrimoniale che possa correggere stabilmente un sistema nel quale il titolo di studio determina non soltanto il salario iniziale, ma anche la possibilità di difenderlo dall’inflazione. La redistribuzione fiscale può attenuare le disuguaglianze, ma non sostituire una contrattazione collettiva che funziona.