Se la semplificazione fa di tutto tranne che semplificare

Secondo il rapporto sulla Libertà economica nel mondo, nel 2024, ultimo dato disponibile, eravamo 47esimi su 165: meglio che nel 2022

19 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 08:13
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E’ online l’annuale rapporto sulla “Libertà economica nel mondo” curato dal Fraser Institute. Nel 2024 – ultimo dato disponibile – eravamo 47esimi su 165. Non un gran risultato ma comunque meglio di quanto non accadesse nel 2022 o anche immediatamente prima della pandemia (eravamo più o memo 50esimi in ambedue i casi). Per quanto si possa essere scettici su queste classifiche, difficile non tenere conto del fatto che collocarsi fra i paesi economicamente più liberi fa il paio con il godere di livelli di benessere (economico e non economico) significativamente più elevati. Difficile quindi non domandarsi cosa potrebbe aiutarci a scalare ulteriormente la classifica.
E per farlo, la prima cosa da fare è capire se la sostanziale stabilità della collocazione italiana nel tempo deriva da una altrettanto sostanziale immobilità del paese in tutte le dimensioni in cui – secondo il Fraser Institute – la libertà economica si articola: (i) il peso dell’operatore pubblico nell’economia, così come si traduce nel volume di spesa pubblica e nei livelli e nelle modalità di tassazione, (ii) la presenza dello stato di diritto e la tutela dei diritti di proprietà, (iii) l’apertura al commercio internazionale, (iv) la stabilità del quadro macroeconomico e (v) la estensione e la pervasività della regolazione nei diversi mercati.
Nel tempo si osservano variazioni non particolarmente significative della collocazione italiana con riferimento ai primi tre criteri considerati, tendendo conto anche dei cambiamenti intervenuti a livello internazionale che hanno, ad esempio, portato ad un assetto in parte diverso del commercio internazionale di cui l’Italia non ha potuto che prendere atto. I cambiamenti importanti riguardano il quarto e il quinto criterio. Per quanto riguarda la stabilità del quadro macroeconomico eravamo 42esimi nel 2019 e 32esimi nel 2022. Siamo sesti oggi, prima della Francia (17esima), della Germania (21esima), della Spagna (23esima). Un balzo in avanti per molti versi impressionante che, nel tempo, è stato purtroppo solo in piccola parte accompagnato dai risultati sul fronte della regolazione. Qui eravamo 79esimi nel 2019, 99esimi nel 2022 e siamo oggi 81esimi. Un miglioramento, si dirà. Solo parziale se non apparente, purtroppo, in quanto interamente dovuto a quanto accaduto nel mercato del credito. Peggiora infatti (anche rispetto al 2019) il carico degli oneri regolatori e burocratici e il costo degli adempimenti fiscali.
Ora, sappiamo bene che il Pnrr si è concluso solo da poco e, di conseguenza, è possibile che i tanti (oltre 500) interventi di semplificazione previsti in quel contenitore ancora non abbiano prodotto gli effetti sperati. Ciò non toglie che ci si sarebbe aspettati di meglio anche solo nel primo biennio della legislatura ormai in via di conclusione. Non è possibile escludere che ciò sia accaduto per via di una parola che ci perseguita ormai da un trentennio e che – ripetuta all’infinito – ha ormai perso ogni concreto significato: semplificazione. Con la sola eccezione del quadriennio 2018-2021 da quasi vent’anni abbiamo un ministro esplicitamente competente per la semplificazione. Più che un obbiettivo, la semplificazione è diventata ormai una funzione. Nella declinazione italiana, semplificare si traduce nel chiedere alla stessa categoria responsabile delle norme complicate che si intendono superare di scriverne più semplici.
Le conseguenze sono due.
Primo, le famiglie e le imprese devono adattarsi in continuazione ai nuovi ambienti normativi che vengono loro imposti, subendone i relativi costi. Secondo, spesso la semplificazione si traduce nella sostituzione di alcune procedure con altre diverse ma non necessariamente più semplici. Non pochi degli interventi di semplificazione adottati nella presente legislatura seguono lo schema appena descritto. Difficile che, così stando le cose, possano vedersi risultati di un qualche rilievo. La realtà è che la semplificazione risponde ad una pia illusione (o, meglio, ad un preciso disegno): quella di vedere la pubblica amministrazione fare meglio le troppe cose che oggi fa spesso male. Dopo trent’anni di tentativi non solo inutili ma spesso anche patetici, forse bisognerebbe provare una strada diversa: fare meno, molto meno, per fare meglio.