Non basterà una scelta della Cassazione per cambiare il destino di Ilva

Si decide sullo spegnimento dell’ultimo altoforno, ma anche un via libera non garantirebbe la ripartenza. I forni elettrici restano sulla carta, l’idrogeno green è uno slogan senza piano industriale e oltre diecimila tarantini festeggiano la fine dell’area a caldo

19 OTT 26
Ultimo aggiornamento: 17:59
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Manifestazione sindacale dei lavoratori Ex Ilva durante un incontro a Palazzo Chigi (Cecilia Fabiano/LaPresse)

Domani la Cassazione a sezioni unite deciderà se confermare l’ordinanza della Corte d’appello di Milano che ha imposto lo spegnimento dell’ultimo altoforno Ilva rimasto acceso, o consentirà la prosecuzione dell’area a caldo. La procura generale propende per la seconda ipotesi, avendo depositato un parere secondo cui il tribunale di Milano non ha dimostrato l'esistenza di un pericolo concreto e attuale per la comunità ionica. Anche se la Cassazione dovesse consentire l’attività degli altoforni, non è detto che ripartano. Solo l’afo2 era ancora in funzione, mentre da dicembre 2025 afo4, batterie e cokerie erano ferme. E con un solo altoforno, e neanche due milioni di tonnellate di acciaio l’anno, Ilva non è finanziariamente sostenibile. La Commissione europea ha detto che aiuti di Stato a Ilva non se ne possono più fare. Con l’ultimo decreto il numero di lavoratori in cassa integrazione è salito a 9622 diretti e 4500 esterni, con una spesa di 138 milioni fino al 30 giugno. Ma possiamo scrivere già da ora che dopo giugno, e dopo le elezioni, qualunque governo andrà a rinnovarlo. Giorgia Meloni ha detto che da inizio mandato questo governo ha messo 5 miliardi su Ilva. E nessuno ha chiesto nel dettaglio dove siano stati messi questi 5 miliardi e per fare cosa. Difficile capirlo, dato lo stato comatoso degli impianti. Neppure il governo sembra crederci più: l’ultimo decreto destina 100 ettari di aree interne Ilva a una ipotetica reindustrializzazione, segno che di Ilva non ne sarà più niente.
A Taranto la scorsa settimana è successo di tutto. I sindacati per cinque giorni hanno impedito alle autocisterne di uscire dalla raffineria Eni, lasciando i distributori di carburante vuoti. La protesta è finita dopo un incontro a Bari tra i sindacati e il presidente Decaro. Tutti i capigruppo in consiglio regionale, il governatore, il sindaco di Taranto e i sindacalisti hanno firmato un accordo con cui chiedono Ilva a idrogeno green. Fuffa. Come tutta la storia della decarbonizzazione. Quanto idrogeno green servirebbe per alimentare quattro forni elettrici e due impianti dri? Da dove lo prendono? Quanto costa? E anche se fosse a gas, chi lo paga? Ma soprattutto: quanto tempo ci vuole? Nel documento scrivono “progressivamente”. E nel frattempo i dipendenti che fanno, restano in cassa e poi tra dieci anni tornano al lavoro?
Di forni elettrici se ne parla da dieci anni, ma nessuno li ha mai fatti. Neppure a Piombino, dove ne serve solo uno. Oggi è diventato ancora più difficile con l’aumento del costo delle materie prime, i conflitti, il surplus di acciaio e soprattutto con gli altiforni spenti, che non garantiscono più guadagni da reinvestire né il gas con cui alimentavano le centrali elettriche interne. Insomma, con i vecchi altiforni spenti è ancora più impossibile costruire i nuovi elettrici. Tutto questo, tra l’altro, facendo i conti senza l’oste, cioè senza il proprietario. Ilva è in vendita e l’8 novembre si chiude la gara. Al momento nessuna delle due offerte risponde a quella Pd-sindacati: Jindal porterebbe preridotto dall’India, la cordata italiana è interessata solo all’area a caldo.
Tutti questi aspetti, per assurdo, sono più chiari al fronte della chiusura che a politica e sindacati. Sabato a Taranto sono scese in piazza più di diecimila persone per dire no alla fabbrica, senza se e senza ma. “Parlare di idrogeno verde, subordinato chiaramente a condizioni tecnologiche ancora da realizzare – hanno scritto gli organizzatori – senza fornire alcuna dimostrazione della sua fattibilità energetica, industriale ed economica. Un documento politico non diventa un piano industriale per il solo fatto di essere stato sottoscritto”.
L’unico politico presente, il vicepresidente 5 Stelle Mario Turco, è stato invitato ad andare via. Era dal 2012 che una manifestazione anti Ilva a Taranto non registrava questo successo. Oggi non sono scesi in piazza per una richiesta, ma per una festa. L’obiettivo è ormai raggiunto. L’area a caldo non ci sarà più. E oltre che della magistratura, è colpa della politica, compreso il governo in carica. Su queste pagine lo avevamo scritto prima della sentenza: a questo punto Giorgia Meloni farebbe bene a intestarsi la chiusura di Ilva: “Tutti la volevano, altri l’hanno promessa, il governo Meloni l’ha fatta”.