L’aumento dei prezzi agisce sulle uscite, ma anche sulle entrate. Come restituire il fiscal drag?

Rispetto alle previsioni di fine 2025, il fiscal drag aggiuntivo dovuto alla maggiore inflazione è di circa 3,6 miliardi: una compensazione significativa, anche se insufficiente a coprire tutte le maggiori uscite
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Il Documento programmatico di bilancio (Dpb) indica tra le priorità il potere d’acquisto delle famiglie, gli investimenti, la difesa e la sicurezza energetica. Ma la questione è quanto delle risorse aggiuntive torna ai lavoratori che hanno subìto il fiscal drag? Il documento non permette ancora di rispondere, ma aiuta a capire come l’inflazione abbia finanziato la spesa pubblica e perché restituire parte di queste risorse. Secondo le nostre stime, sostanzialmente confermate dal Mef, il fiscal drag dovuto alla mancata indicizzazione dell’Irpef nel biennio 2026-2027 vale circa 8,3 miliardi, di cui 4,7 nel 2026 e ulteriori 3,6 nel 2027. 
La Commissione europea considera la mancata indicizzazione degli scaglioni un’entrata discrezionale. Il riferimento non è il gettito dell’anno precedente, ma quello che lo stato avrebbe incassato indicizzando l’imposta all’inflazione. La differenza rappresenta una maggiore entrata utilizzabile nel calcolo della spesa netta europea. Il fiscal drag è già incorporato nel tendenziale e non può essere conteggiato nuovamente come copertura di ulteriori interventi. Ma proprio perché è incluso nei conti, ha creato spazio di bilancio, compensando parte delle maggiori uscite generate dall’inflazione.
Ma l’inflazione aumenta anche la spesa pubblica. Alcune uscite sono collegate ai prezzi: anzitutto le pensioni (+7,5 miliardi), con rivalutazioni differenti secondo gli importi; poi l’assegno unico (+600 milioni), alcune prestazioni familiari e i trattamenti di disoccupazione. Si aggiungono gli interessi sui titoli di stato indicizzati, la rivalutazione del Tfr dei dipendenti pubblici e, a determinate condizioni, gli adeguamenti dei prezzi nei contratti pubblici. Una nostra stima indica che l’inflazione inattesa potrebbe determinare nel 2027 circa 8,9 miliardi di maggiori spese, che diventano 10 miliardi utilizzando il perimetro richiamato da Meloni nella lettera alla Commissione europea.
Rispetto alle previsioni di fine 2025, il fiscal drag aggiuntivo dovuto alla maggiore inflazione è di circa 3,6 miliardi: una compensazione significativa, anche se insufficiente a coprire tutte le maggiori uscite. Ci sono inoltre altre entrate generate dall’inflazione, a cominciare dall’Iva. E’ singolare rappresentare l’inflazione soltanto come fonte di maggiori spese, ignorando le maggiori entrate. La richiesta di flessibilità europea deve considerare entrambi gli effetti. Non si possono utilizzare le entrate da fiscal drag nel calcolo della spesa netta e poi ignorarle quando si quantificano gli oneri dell’inflazione. Il Dpb mostra che, al netto della clausola di salvaguardia, la spesa netta rimane compatibile con i limiti europei. I tassi programmatici di crescita, esclusi gli incrementi ammessi dalla clausola, sono dell’1,9 per cento nel 2027, dell’1,7 nel 2028 e dell’1,5 nel 2029. La crescita della spesa rallenta, senza ridursi in valore assoluto. Il documento riconosce che il nuovo trattamento delle entrate discrezionali, tra cui il fiscal drag, ha migliorato il calcolo dell’indicatore.
Il drenaggio fiscale aiuta quindi a tenere in ordine i conti pubblici, ma pesa sulla pressione fiscale, prevista al 43 per cento del pil nel 2027 contro il 42,9 del 2025. Gli 8,3 miliardi equivalgono a circa 0,35 punti di pil, il contributo alla pressione fiscale è tutt’altro che marginale. La nostra proposta è sterilizzare il fiscal drag, come fanno molti paesi, indicizzando scaglioni e detrazioni dell’Irpef. Ma difficilmente accadrà, vista la sua importanza per i conti pubblici. Come restituire allora queste risorse?
Una possibilità è innalzare da 50 a 60 mila euro la soglia oltre la quale si applica l’aliquota Irpef massima del 43 per cento. Sarebbe una restituzione parziale, concentrata sui redditi medio-alti e alti. Chi guadagna meno di 50 mila euro non riceverebbe benefici. Chi supera i 60 mila otterrebbe il beneficio massimo, salvo meccanismi di sterilizzazione. Se questa misura fosse abbandonata per estendere la flat tax da 80 a 100 mila euro sarebbe un paradosso: i forfettari non hanno subito fiscal drag perché pagano un’imposta proporzionale, “flat” appunto.
Detassare gli aumenti salariali dei contratti collettivi nazionali compensa in parte il fiscal drag, ma presenta più problemi che benefici. E’ inspiegabile il supporto dei sindacati: applicare un’imposta sostitutiva agli aumenti significa introdurre una flat tax incrementale sul lavoro dipendente. Due lavoratori a parità i salario potrebbero pagare imposte differenti perché uno ha ricevuto un rinnovo più recente. Si frammenta la base imponibile Irpef, riducendo progressività e trasparenza e creando disparità tra lavoratori e settori. Inoltre, una volta introdotta, l’agevolazione diventerebbe difficile da eliminare senza ridurre i salari.